scrittore allo specchio

… conoscersi meglio

Nel tentativo di dare corpo a quel mondo immaginario che dovrebbe essere il mio riferimento nella creazione di storie, ho deciso di svolgere un esercizio volto a conoscermi meglio. Non è detto che da esso riuscirò a estrapolare tutte le informazioni essenziali alla sua identificazione, tuttavia provarci non sarà vano… almeno potrò dire di aver sondato un po’ meglio il mio intimo.

Funziona in questo modo: farò una breve lista di cose che mi piacciono e di cose che non mi piacciono. Entrambe sono utili a determinare gli elementi dell’immaginazione ripetitiva e ossessiva che spesso si riscontra nella creazione artistica. Certo, è un metodo un po’ empirico e costruito; invece dovrebbe sgorgare spontaneo. Ma serve anche a conoscersi un po’ meglio. Voi, ad esempio, quanto bene vi conoscete? Avete mai dato forma alle cose che vi piacciono e a quelle che, invece, vi fanno storcere il naso?

Quella della lista è una struttura semplice; proprio per questo credo sia più funzionale allo scopo. Dunque, vediamo…

Mi piace
Non mi piace

Mi piacciono le donne venete, perché hanno una timidezza innata, nei gesti e nei modi, che mi ispira da vicino il mondo orientale (quello delle geishe, ad esempio), senza tuttavia perdere quella caratteristica di italianità che preferisco: cioè la capacità, condividendo gli stessi usi, costumi, lingua e modi, di capirsi senza doversi sforzare. Di appartenere cioè alla stessa gens, possedendo quindi un’istintiva comprensione gli uni degli altri (per quanto è dato a donne e uomini di capirsi) che con donne di altre culture non è così automatico. Le donne venete sono difficili da avvicinare, come animali selvatici, ma quando le conquisti arricchiscono la tua vita per molto, molto tempo. Non perdono mai la fede in te e si ostinano nel cercare di capirti. Questa è la mia esperienza.

Non mi piace invece la moda, non recente ma neanche abbandonata, di favorire il femminile, come se le donne nella nostra società rappresentino una minoranza di cui proteggere i diritti. Io rispetto le donne, amo le donne, sono affascinato dalle donne e non avrei problemi a farmi comandare da una donna; non mi va giù, invece, il modo in cui le sviliamo favorendole. Non sto parlando della buona vecchia cavalleria, ma del numero prestabilito nelle schede elettorali, o dell’attribuzione di genere femminile a parole nate maschili, eccetera. Questa moda non fa di noi un popolo più maturo e civile, solo un popolo più maschilista di prima. Ciò che viene ereditato dal mondo anglosassone non sempre si adegua bene al nostro stile di vita.

Mi piace immaginare che per ciascuna persona esista un destino scritto e che tutto ciò che facciamo nella vita sia in qualche modo spinto verso una direzione prestabilita. Il margine di autonomia che ci è stato concesso è sito nella decisione di alzarsi e cominciare ad avanzare o di restare fermi e aspettare ancora un po’. Se aspettiamo troppo, però, il destino semplicemente non si compie e la vita ne risulta sprecata. Ne consegue una necessità implicita d’essere sempre in movimento, avanzando continuamente verso una meta che non conosciamo, ma che è stata scelta per noi. Chi lo stabilisce questo destino? Qualcuno di più saggio di me. A che scopo? Per darmi ciò che mi necessita a crescere ed evolvere. Può sembrare una scrollata di responsabilità, e forse lo è anche, ma finora non ho subito conseguenze negative con questo modo di pensare. Se il destino è scritto, io non ho colpe.

Provo un’istintivo rigetto e un’innata diffidenza verso ogni forma dottrinale, anche la più innocua, di religione o di fede. Certo, immaginare un destino prestabilito è esso stesso un atto di fede, ma non è imposto (al massimo autoimposto) e non fa parte di alcuna dottrina. E per quanto possa sembrare relativista, rispetto soprattutto alle tradizioni millenarie, trovo che si adatti meglio alla mia indole fatalista rispetto a qualsiasi credo religioso, o filosofico, codificato. Le religioni sono l’oppio dei popoli: non servono a spiegare il mondo, ma a dirti come devi comportarti. Che differenza c’è tra religione e galateo? Nessuna: entrambe sono state scritte da qualcuno, che non conosco e che non mi conosce, per farmi sentire in colpa se dovessi comportarmi diversamente. È la cosa del venire giudicati, non da un Dio, ma dai miei simili che mi crea qualche problema. Chi non ha colpe, scagli la prima pietra.

Mi piace scrivere; forse si è notato. In un certo momento, preso probabilmente da un raptus di follia, ho anche pensato di farne un mestiere. Nello stesso momento in cui questa idea è balenata nella mia mente, scrivere ha smesso di piacermi ed è diventato un dovere. Verso chi, poi? Non saprei. Adesso che non mi interessa più pubblicare a tutti i costi, ma solo essere letto e, se lo merito, apprezzato da chi ha voglia di seguirmi, scrivere è tornato a divertirmi. Ho in mente una serie di racconti, scritti solo per il piacere di scrivere. Ho in mente anche un romanzo… chissà che non sia la volta buona. I racconti li pubblicherò qui, sul mio blog, liberi d’essere letti da chiunque. Per il romanzo… vedremo come viene.

Non mi piace la cultura con la C maiuscola, che troppo spesso in Italia allontana l’uomo comune dalla lettura. Troppi intellettualoidi siedono nei posti sbagliati e dai loro scranni giudicano, indicano la direzione, e deridono chi devia. I radical chic, quelli con la erre moscia, il conto in banca considerevole, e i vestiti danarosi fabbricati per sembrare sciatti, leggono troppi classici – o fingono di leggerli – e troppo poca narrativa contemporanea. Comprano sempre i libri più venduti, ma scansano gli esordienti come se fossero affetti da un morbo contagioso. Non esiste una narrativa di serie A e una narrativa di serie B. Leggere Tolstoj o Fabio Volo non distingue un lettore colto da uno ignorante; distingue solo due persone con gusti differenti.

Mi piace leggere. Leggo da sempre e lo faccio volentieri. Non conto il numero di libri che riesco a leggere durante l’anno, ma sono comunque tanti. La mia lettura segue un andamento ciclico: ci sono anni in cui leggo poco, per vari motivi, e anni in cui i libri li divoro. Non mi sento migliore di chi legge meno di me; non mi sento peggiore di chi legge più di me. Mi sento un gradino sopra di chi non legge affatto, ma non lo faccio pesare mai. Anzi, per umiltà, ad ogni Natale, regalo sempre un libro a chi tra le mie conoscenze non è abituato a leggerne neanche uno…

Non mi piacciono i classici. Alcuni sono belli, bellissimi. Tra i miei preferiti: Il buio oltre la siepe e Delitto e castigo. Ma non considero i classici libri migliori di altri solo perché vengono considerati tali dal resto del mondo. Leggere Tolstoj, ad esempio, oppure Flaubert o, ancora, Manzoni, non fa di me un uomo più colto. La loro scrittura era fantastica nell’epoca in cui hanno vissuto, e forse ancora per qualche tempo dopo la loro morte; oggi, invece, ne avverto tutta l’obsolescenza. Non li disprezzo. Solo, preferisco leggere qualcosa in uno stile più moderno.

Amo tenere allenato il mio corpo, così come la mente. Faccio palestra e cammino molto. All’età di 38 anni posso affermare che allenarsi duramente provoca più acciacchi che altro. Tuttavia non smetterei, soprattutto di camminare. Tagliarmi le gambe sarebbe un buon modo per spegnere ogni mio stimolo. Quando cammino, penso. Alcuni racconti nascono così. Succedeva anche quando correvo, ma con le ginocchia devastate ho dovuto smettere. Per lo stesso motivo tengo sempre l’orologio un’ora più avanti o indietro di quella corretta. In questo modo, ogni volta che voglio sapere l’ora, sono costretto a calcolarla.

Non riesco a immaginare una vita sedentaria, fatta di pochi stimoli e passioni banali. Senza voler giudicare, essere appassionati di calcio, guardare la TV ogni sera, e leggere unicamente La Gazzetta dello sport, è un buon modo per distinguersi da me. Non amo i bar sotto casa, in cui la domenica si riuniscono gli italiani per bere il cicchetto e parlare di: sport, macchine e donne. Le donne preferisco conoscerle. Lo sport preferisco praticarlo. Le macchine preferisco guidarle. Se avete visto le foto che ho pubblicato su FB, da Düsseldorf, avete capito cosa intendo.

Sono attratto dal post-moderno. Soprattutto mi interessano le differenze fra modernità e post-modernità. Non mi sento ancora all’altezza di parlarne diffusamente, ma seguo con attenzione l’argomento.

Non amo, di conseguenza, il Novecento. Come secolo è stato incredibile, devastante, a tratti interessante e orrendo. Il Novecento, storicamente, è un secolo essenziale, ma mi annoia terribilmente.

L’ambiente urbano si adatta meglio di altri alla mia indole individualista. Nella metropoli riesco a trovare tutto ciò che cerco, soprattutto la solitudine. Ma riesco anche a soddisfare la curiosità d’osservare gli altri senza tuttavia essere coinvolto nelle loro vite.

Non amo l’ambiente rurale invece, troppi insetti, troppo verde, troppo poco cemento. Quei panorami ondulati, tipici del Piemonte, ricoperti di verdi foreste e colme di un diffuso sonoro ronzio… mi provocano l’asma. Preferisco i viadotti in cemento armato e grigio asfalto.

Adoro la cucina italiana. La cerco anche all’estero. Naturalmente non sono così demente d’aspettarmi la stessa qualità, quando mi trovo fuori dall’Italia, e assaggio (malvolentieri) le cucine di altre culture. L’Italia, in questo, resta però al top.

Non amo il sushi. I cadaveri di pesce, come li chiamo io, mi danno il voltastomaco. Peggio di tutto, però, considero la cucina cinese. Almeno, la cucina cinese che si mangia in Italia. Forse in Cina è migliore.

Senso del dovere e fatalismo sono i due opposti del mio carattere. Ho sempre affermato d’amare le contraddizioni.

Vacuità e mollezza, invece, sono le caratteristiche di quei caratteri che non possono proprio incastrarsi con il mio.

Solitudine. Non a caso la lascio per ultima…

Comunità. Se c’è una cosa che non sopporto è essere considerato, senza che mi venga almeno chiesto, parte di una qualche comunità. Troppa gente mi si attacca addosso per riempire un vuoto esistenziale.

Sono giunto alla fine di questo excursus. Non ho detto tutto quello che c’era da dire e, a tratti, probabilmente molte affermazioni possono esservi sembrate banali. Certamente andrebbero approfondite. Tuttavia è un buon modo d’iniziare.

E voi, cosa amate/odiate?

28 Comments on “Lo scrittore allo specchio

  1. Un bel post, che merita di essere approfondito
    😉
    Ora sono sul treno e non ho collegato la tastiera… Quella toc
    Uch la odio… Tanto per restare in tema, ,:p

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  2. Ho letto tutto, ma sinceramente non vedo come tutto questo possa aiutare uno scrittore a creare il suo mondo. Qualche elemento che hai inserito forse sì. Ma, per esempio, a me mette ansia il mondo urbano e desidero vivere invece in un ambiente rurale, però le mie storie possono benissimo essere ambientate in una soffocante città, anzi, storie di fantascienza alla Blade runner a me attirano molto. Come anche i thriller di città e i gialli.
    Ma cose come le donne venete e la cucina cinese che attinenza posso avere con l’immaginario dello scrittore? Anche a me fa schifo il sushi, il pesce lo sto eliminando proprio dalla mia alimentazione, figurati se me lo mangio crudo, ma un mio personaggio, se giapponese, può benissimo mangiarlo.

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    • Non lo so ancora come questi elementi possano aiutarmi a identificare un immaginario, però ho l’impressione che esso debba per forza generarsi da ciò che istintivamente ci piace o odiamo. Se ci sono elementi che ritornano, tipo l’ambiente urbano e il post-modernismo, è chiaro che questi vanno a costituire l’impalcatura da cui iniziare. Comunque era solo un tentativo. 🙂

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  3. Credo che sulle cose che amo e che odio scriverò un post, perché mi hai ispirato. Io conosco bene me stessa, lavoro continuamente su di me quindi ritengo che questo esercizio sia molto valido. 🙂

    Abbiamo diverse cose in comune, per esempio l’attrazione per il post-moderno (il che lascia supporre che i miei post sull’argomento ti piacciano) e il distacco dai classici, che associo alla scuola e allo studio.

    Anche a me piace la letteratura contemporanea, e mi piacciono gli stili moderni, che non vogliono sembrare colti a tutti i costi ma avvicinano il lettore alla dura realtà. Io mi sono allenata molto su questo, e penso di aver ottenuto buoni risultati.

    Queste caratteristiche hanno portato alcuni lettori a definirmi radical-chic, ma io non mi considero tale. Non sono un’intellettuale alla Roberto Benigni, che ha fatto della Divina Commedia recitata la sua performance migliore. Mi sento più Caparezza! 😀

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  4. Un post molto interessante. Al contrario di Daniele, ne vedo l’utilità scrittorea, perché definisce quello con cui sei a tuo agio e quello che è lontano da te. Io, che sono rurale al 100% e mi sento soffocare in paesi con più di 5000 abitanti, ho trovato curiosa questa opposizione città/campagna. Puoi utilizzarla in un romanzo, trasferendo nel protagonista il disagio che provi in campagna, può essere virata sia alla commedia che al dramma.

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    • Grazie Tenar, in realtà era proprio uno dei ragionamenti che avevo fatto: trasferire le proprie passioni/paure sui personaggi a seconda dell’esigenza. Così, sicuramente, sai bene di cosa stai parlando… 😉

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  5. Penso di conoscere bene quel che mi piace e non mi piace, ma è facile quando ti piacciono 3 cose in totale. In compenso, le altre cose non è proprio che non mi piacciano, magari non le adoro ma non le odio (in realtà sì, odio, qualcosa che mi infastidisce, ma se passa mi scordo in fretta, non tengo il muso). A causa della mia personalità multipla ho passato anni in cui mangiavo sempre indiano, o sushi, o pasta al pomodoro. Oggi non mangio più nessuno dei tre.
    Ecco, adesso che ho fatto l’esercizio posso dire che è utile, perché potrei dare ai miei personaggi alcuni dei miei gusti, e renderli più credibili.

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  6. Trovo il tuo “esercizio” necessario per conoscere i temi che ti sono cari e ti interessano. Spesso gli scrittori passano la vita a sviluppare un unico tema in diverse storie, camuffandolo. Dovresti quindi approfondire questi pochi spunti per giungere al cuore di ciò che vuoi raccontare. D’istinto scrivere, leggere, camminare sono azioni, e non un tema. Donne venete, cucina italiana riguardano la tua vita privata, sono solo cose che ti piacciono, ma ce ne saranno altre. Urbano è solo un’ambientazione e post moderno il tempo in cui ambientare le tue storie. Secondo me, potrei sbagliarmi ma è difficile che mi sbagli in quanto diavolo, il tuo vero motivo per scrivere è affrontare il tema del destino già scritto (tema shakespeariano, un tema classico della letteratura mondiale), dove dovere, fatalismo e solitudine sono delle sue variazioni logiche sviluppabili. Se sei stato sincero con te stesso è questo il tuo destino di scrittore: affrontare il tema del destino già segnato. Magari di una donna veneta che si occupa di cucina in una città odierna. Bingo! 🙂

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    • Sì, sono stato sincero con me stesso; e: grazie! La tua analisi, anche se scherzosa, va a fondo e dirada la nebbia. Io non possiedo la capacità di analizzare che tanto invidio sia a te, sia a Mozzi; per fortuna conosco voi due (ma tu sei molto più simpatico di Mozzi…). Concordo con il tuo commento, in pieno per di più. Dunque, ricapitolando:

      1. Il mondo immaginario dello scrittore è composto da un tema (o più di uno) che ossessiona lo scrittore e si ripropone continuamente nei suoi scritti in varianti visibili o camuffate;
      2. Scrivere, camminare, leggere, eccetera, sono azioni e non temi;
      3. Donne venete o pizza margherita sono cose che piacciono, in un contesto privato;
      4. Urbano è un’ambientazione e post-moderno un contesto storico;
      5. “Destino segnato” è un tema – quindi può funzionare come nucleo del mondo immaginario di uno scrittore –, per di più classico;
      6. Fatalismo, dovere e solitudine sono varianti del tema;

      Analisi stupenda, caro Hell. Però, ad orecchio, manca ancora qualcosa… Cos’è che rende un tema abbastanza maturo da essere sviluppato? Dire “destino segnato” è come dire “esistenza vuota” o “intrinseca malvagità dell’uomo”. Cosa manca?

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  7. Sicuramente si parte da se stessi quando si scrive, e c’è anche il materiale che non c’è. E’ interessante conoscere i tuoi gusti. Sul fatto di proteggere le donne come una specie a rischio, io la pensavo come te, poi mi è venuto un dubbio: e se il punto di vista femminile fosse in sé un valore, come complementare rispetto a quello maschile? I privilegi non mi piacciono, ma questo pensiero mi ha fatto vedere la cosa sotto una luce diversa.

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    • Che il punto di vista femminile fosse un valore lo davo per scontato, non vedo perché non dovrebbe. Quello che invece contesto è l’atteggiamento ipocrita, come dire: “Ok, vi abbiamo emarginato, umiliato, sottomesso, sfruttato per qualche secolo… ma oggi siamo uomini nuovi, è l’alba di una nuova era e, come regaluccio per farci perdonare, ecco cosa siamo disposti a darvi: d’ora in poi potete dire presidentessa!, contente?”.

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    • Paradossalmente, io non avevo affatto dato per scontato che le donne fosse portatrici di valori particolari! Quando l’ho pensato, però, mi sono detta che, anche se la declinazione nei fatti di questo principio mi fa arricciare il naso, forse va bene così. C’è un altro modo per permettere ai due set di valori di coesistere alla pari, non in teoria ma nella realtà? Se c’è, purtroppo non mi viene in mente, e pare non venga in mente neppure ai nostri illuminati governanti.

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      • Boh, non saprei… forse comportandosi naturalmente, senza per forza dare per scontato che ci debbano essere delle differenze tra uomini e donne, tra immigrati e residenti, tra bianchi e neri. Siamo noi a dare significati a queste strutture mentali.

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  8. Conoscere se stessi e, in generale, atteggiamenti e inclinazioni delle persone, aiuta nel caratterizzare i personaggi. In ogni mio personaggio c’è un lato diverso di me, magari estremizzato. Inoltre, i dialoghi nei libri mi sono utili per esprimere pensieri che, per educazione, nel quotidiano tengo per me. Confesso di aver usato personaggi per maltrattarne o insultarne altri che rappresentavano persone conosciute. Una piccola rivalsa segreta che non fa male a nessuno, ma, oltre a darmi soddisfazione personale, rende credibile il conflitto raccontato.
    Ci sono elementi, nel tuo elenco, che puoi usare per caratterizzare un personaggio e opinioni che si possono mettere a confronto in un dialogo. Questa, poi, è solo la tua lista pubblica, ma sicuramente ne hai una più intima e più ampia alla quale attingere quando scrivi. Lo facciamo tutti, più o meno consapevolmente.

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    • Consapevolmente non ce l’ho; inconsapevolmente è probabile. Bella l’idea di usare i personaggi come forma di rivalsa personale o per mostrare lati di sé che si tende a camuffare, qualunque siano i motivi. Credo che seguirò il tuo esempio in almeno un racconto…

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