L'ambizione degli scrittori

… quando si arde dal desiderio

Ardere di desiderio; ambire onori, cariche, dominio; aspirazioni di potere, onori, grandezza; vanità; orgoglio smisurato; insana follia; vana ambizione… Caro aspirante/scrittore, sei sicuro di scrivere per le ragioni giuste?

(S)confessioni

Io stesso sono stato attratto dalla parola successo legata all’idea, forse un po’ bizzarra, di carriera letteraria. Non sono in grado di dire quanto peso abbia avuto quest’idea nel farmi riprendere a scrivere dopo un lungo decennio passato a occuparmi con successo – e in questo caso il termine è opportuno – di tutt’altro; ad ogni modo le prime cose che ho scritto in questa seconda fase della mia vita, le ho realizzate con la ferma convinzione di dover essere ammirato per esse.

Sono sicuro che quest’idea è balenata nella mente di molti aspiranti scrittori all’inizio, o a un certo punto, della propria carriera letteraria. L’ego ha un ruolo formativo in fondo, serve a far sbattere il naso così da poter imparare da questo. Purtroppo nel mio caso, benché abbia ricevuto la mia buona dose di critiche e di consigli spassionati, ho raccolto molti più pareri favorevoli che contrari. Non dai parenti o dalla fidanzata, come ci si aspetterebbe, ma da perfetti sconosciuti che come voi si sono fermati a leggermi. Se si scrivono cazzate, verso le quali per di più non si è nemmeno emotivamente coinvolti, e si ricevono elogi, diventa legittimo montarsi la testa.

Continuando a scrivere, però, mi sono accorto che, benché la capacità di esprimermi attraverso la parola scritta migliorasse, le storie che realizzavo con essa restavano sempre a un livello insufficiente per ambire davvero a una carriera letteraria. Mi sono quindi chiesto se fossi giunto al mio limite, ma la risposta sorprendente che ho trovato lungo la strada è stata differente. Forse è un altro trucco della mia ambizione morbosa, ma credo che il mio limite nella capacità narrativa sia ancora ben lontano e il motivo per cui non lo raggiungo sia che scrivo per i motivi sbagliati. Vi suona familiare?

Quali sono i motivi sbagliati? Se ne parla tanto, ma se ne accenna poco. I motivi, secondo me, per cui non si dovrebbe scrivere sono: ambire a un ruolo nel panorama letterario; essere ammirati per la propria produzione letteraria; ritenere che sia uno spreco del proprio talento non farlo; soddisfare le aspettative di qualcun altro; fama; denaro; gloria… Tutti concetti che spingono la maggior parte degli aspiranti a intraprendere la scrittura di un romanzo. Lo dice bene Hell in questo post: Mercato e successo.

Lo scrittore ambizioso

Tuttavia non sono solo gli aspiranti ad avere un problema con il proprio ego e con le motivazioni sbagliate, anche buona parte degli scrittori affermati coltiva la propria dose di egocentrismi. Prendete, ad esempio, un vecchio scrittore. Vecchio non d’età, ma per la carriera che ha alle spalle. Ponetelo in un contesto letterario tale che lo spinga a credere di doversi misurare con un’élite che parte da Proust e passa per Joyce. Circondatelo di un piccolo gruppo di ammiratori – tutta gente importante: addetti ai lavori, critici, mestieranti, eccetera –, pronti a pubblicarlo e a leggerlo, e che aspettano solo che egli scriva il proprio capolavoro. Poi immaginatelo alle prese con questo macigno, perché ormai il romanzo è diventato un macigno, da ben dieci anni… Cosa ottenete? Otterrete un uomo che non riuscirà mai a scrivere un buon romanzo. Il motivo per cui non ci riesce ha un nome: ambizione.

Prendete poi un giovane scrittore, giovane d’età, con una carriera folgorante alle spalle, tale da avergli fatto vincere in un colpo solo lo Strega e il Campiello. Ponetelo nel mezzo di un contesto editoriale in cui tutti si aspettano che dalla sua penna fiocchino parole dorate, piovano soldi a catinelle. Poi fategli scrivere un secondo e un terzo romanzo, ma con successi decrescenti e ben lontani dalle aspettative… e cosa ottenete? Otterrete un giovane scrittore che ha ricevuto riconoscimenti solo quando ha scritto davvero quello che gli premeva scrivere; mentre è stato una delusione completa quando ha scritto per soddisfare le aspettative di qualcun altro.

Questi scrittori che possibilità hanno di riuscire a scrivere un bel romanzo se continuano a scrivere per i motivi sbagliati? Uno solo: smettere di scrivere per il dovere di farlo. Tempo fa Chiara ha scritto un bel post sul dovere. Io l’ho contestata, senza però accorgermi che c’è un aspetto di questo verbo che può avere influenze davvero malvagie sull’animo sensibile di uno scrittore. Scrivere perché si ritiene d’esserne portati, scrivere perché si cerca un riscatto personale, scrivere qualcosa di bello perché gli altri non si aspettano nulla di meno, sono tutti aspetti del dovere che allontanano il nostro scrittore dall’oggetto stesso della sua ambizione.

“Sentirsi in dovere di scrivere un bel romanzo è il modo migliore per non riuscirci.”

È solo quando ci liberiamo dalla stima che nutriamo verso le nostre capacità, dalle aspettative che gli altri ripongono nei nostri confronti, dall’ambizione di un riscatto sociale, dal bisogno di crederci all’altezza, dalla necessità del successo, che riusciamo davvero a scrivere cose in grado di mozzare il fiato.

Buoni propositi

La prima cosa che Mozzi ha chiesto ai suoi studenti, all’inizio del corso, è stata: perché vi siete iscritti? Io l’ho preso un po’ in giro, l’avete letto, ma non ho risposto alla sua domanda. Non l’ho fatto perché il mio era un desiderio inconfessabile. Oggi però mi sento in pace con me stesso e quindi posso osare. Il motivo per cui mi sono iscritto, proprio da Mozzi, scegliendolo accuratamente in mezzo a mille altri che insegnano scrittura, è… per il bisogno di sentirmi dire: scrivi da cani, caro Salvatore, lascia perdere la scrittura, non fa per te; che te ne fotte a te di scrivere un romanzo?, non vedi che gli scrittori sono tutta gente frustrata, emarginata… non c’è nessun riscatto, non c’è nessuna gloria nello scrivere un libro; la gente non legge neanche più, viene pure a mancare quel riconoscimento che poteva esserci un tempo; vivi invece, divertiti, fai qualcosa di buono; non perdere tempo.

Così avrei potuto liberarmi dalle catene del dovere; dalla necessità di scrivere, ma per i motivi sbagliati; dalla disonestà di scrivere cose di cui non mi importa davvero nulla. Ho scelto Mozzi, insomma, per liberarmi da una certa idea di scrittura. Libero, avrei potuto allora iniziare a scrivere senza l’aspettativa di pubblicare, senza il desiderio di riconoscimenti, senza l’ambizione naturale (e non c’è nulla di male ad ambire, intendiamoci) di voler fare qualcosa di bello. Scrivere, per me, significa liberarsi da ogni catena, e non esiste catena più forte delle aspettative che riponiamo verso noi stessi.

“Non esiste catena più forte delle aspettative che riponiamo verso noi stessi.”

Sinceramente non credo che Mozzi, pur essendo un uomo diretto e intelligente, si spingerà mai a dirmi queste cose. Ed è un peccato, perché si inizia a vivere proprio quando la vita sembra sfuggire via…

Post scriptum

Siamo un po’ tutti come quel vecchio e quel giovane scrittore. Tutti coltivano ambizioni, ed è normale, l’importante però è non farsi schiacciare da esse e scrivere per il semplice, puro, gusto di farlo. Se scrivi per il gusto di scrivere, per il piacere di creare qualcosa di bello, allora che te ne fotte di pubblicare, di soddisfare i lettori, di vendere molto, o di sentirti dire bravo? Scrivi, caro aspirante/scrittore, e lascia perdere le aspettative.

“Scrivi con la consapevolezza che in cambio non ne ricaverai mai nulla.”

C’è una domanda, però, che vorrei porre a chi se la sentisse di rispondere: scriveresti ancora se qualcuno (qualcuno di competente) ti dicesse di lasciare perdere? Scriveresti ancora pur sapendo di non avere alcun talento, né alcuna possibilità di pubblicare, di avere successo, di essere apprezzato anche solo da una cerchia ristrettissima di lettori? Scriveresti ancora se avessi la certezza di non esserne portato? Ti diverti quando scrivi?

Uccidi il Buddha che c’è in te.

Fine

43 Comments on “L’ambizione dello scrittore

  1. Anche Helgaldo aveva suggerito di riflettere sul commento che avevi postato tu alla fine del suo illuminante articolo. Io l’ho fatto e lo sto facendo adesso dopo avere letto questo tuo approfondimento di oggi.
    Credo che il concepire la scrittura come un mezzo per arrivare al successo sia tipico dell’esordiente giovane che scopre di avere un talento o pensa di averne uno e vuole che tutti se ne accorgano: una tappa quasi obbligata! Io ci sono passata, lo ammetto: un tempo sognavo di scrivere il romanzo dell’anno super apprezzato e super venduto. Mi sono persino detta “dai, Marina, le storie che tirano sono di un certo tipo, prova a seguire la tendenza, chissà che non la spunti!”. Fortunatamente il cuore e l’istinto hanno prevalso su tutte le ragioni del mondo: non potrei tradire il mio stile né le tematiche cui mi sento più vicina, anche se questo volesse dire rimanere ignorata a vita. Hai ragione, adesso mi basta scrivere, condividere qualcosa con qualcuno di mio e soprattutto di autentico. E non è il ragionamento della volpe di fronte all’uva, sto scrivendo un romanzo, proverò, un giorno, a cercarne un riconoscimento pubblico, ma non sarà un obiettivo a tutti i costi, solo un traguardo non impegnativo.
    Non è stanchezza, non è rassegnazione, è solo la visione più saggia di una scrittrice matura (solo di età, quanto alla scrittura…)

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    • Non è un problema solo dell’aspirante e non è un problema solo della scrittura. Il nostro mondo, la nostra società, fila verso uno stile di vita in cui non si può ammettere di non riuscire a fare qualcosa, in cui non si può accettare una sconfitta o un limite, in cui il successo è considerato la porta per la felicità. Nella mia piccolissima esperienza, il successo e la felicità non stanno nella stessa stanza, non stanno nemmeno nella stessa casa. Forse neanche nello stesso pianeta. Chi vuole scrivere lo faccia perché gli piace, o perché soffre e sente la necessità di sfogarsi, o perché non conosce un modo migliore per esprimersi e sperimentare; non lo faccia invece per inseguire il successo: gli scrittori sono tutti uomini e donne mediamente infelici.

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  2. Caro Salvo, mi sembra che in questi ultimi sei mesi tu abbia fatto un ottimo percorso, non solo letterario ma anche e soprattutto umano. Stai prendendo consapevolezza del fatto che esiste un mondo meraviglioso, al di fuori del tuo ego, e sarà questo mondo a farti scrivere testi meritevoli.

    Ho altre cose da dirti su questo argomento, ma ti scriverò via e-mail più tardi perché non trovo corretto tirare in ballo questioni troppo personali davanti a tutti. Se poi troverai interessanti e degne di nota le mie parole, potrai autorizzarmi a incollarle qui, e io lo farò.

    Per il momento rispondo alle tue domande:
    “Scriveresti ancora se qualcuno di competente ti dicesse di lasciare perdere?”
    Ecco, qui torna a galla il concetto di “giusta autostima”, perché non credo che questa cosa succederà. So di non essere ancora ad alti livelli, magari qualcuno potrà consigliarmi di esercitarmi di più, di fare un corso, di prendermi i miei tempi… ma non di lasciare perdere, perché questo si dice a chi è completamente negato, e io so di non esserlo: conosco la lingua, ho delle basi tecniche (da rinforzare, ma ci sono) e so creare storie.

    2/3) “Scriveresti ancora pur sapendo di non avere alcun talento, né alcuna possibilità di pubblicare, di avere successo, di essere apprezzato anche solo da una cerchia ristrettissima di lettori? Scriveresti ancora se avessi la certezza di non esserne portato?”
    Anche in questo caso credo che, se così fosse, mi sarei fermata molto tempo fa. Non cerco il best-seller (non mi piace leggerli perché li trovo miseri: perché dovrebbe interessarmi scriverne uno) ma la qualità, e credo che qualche lettore ci sarà, se non altro perché in questi anni mi sono fatta un po’ conoscere sul web.

    4) “Ti diverti quando scrivi?”
    Tantissimo!!!! Forse conta questo! 🙂

    Prossimamente scriverò anche un post sulla responsabilità, che secondo me rappresenta la terra di mezzo fra il “dovere” e il “volere”: penso che potrà interessarti, ma non so ancora se lo pubblicherò domani o la settimana a venire…

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    • Anche nel tuo modo di esprimersi c’è dell’ego. Diverso dal mio, certo, ma c’è e si sente. Ti conosco abbastanza bene ormai da sapere che se qualcuno ti accusasse d’essere completamente negata a scrivere ne faresti una malattia. Forse sbaglio, ma è quello che penso. Invece sono d’accordo quando dici che non può succedere, perché solo un borioso idiota e inetto direbbe a un altro: “tu sei negato, meglio che smetti”. Nessuno se lo può permettere. Non esiste l’inadeguatezza dove c’è passione e la tua passione è sincera.

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      • Ho riso quando ho letto il tuo commento, perché mi conosci bene: è vero, me ne farei una malattia! 😀
        Comunque io non ho mai negato l’esistenza dell’ego. Anzi: è fondamentale per non farsi mettere i piedi in testa dal prossimo. Tuttavia, dal momento che coincide con la nostra autostima, deve essere equilibrato, non cadere nell’autocommiserazione né nella vanagloria. In poche parole, ciascuno di noi ha il dovere (anzi, la responsabilità 😉 ) di prendere consapevolezza obiettivamente dei propri punti di forza e dei propri limiti. Ne avevo parlato anche qui http://appuntiamargine.blogspot.it/2015/03/l-ego-dello-scrittore-tra-insicurezza-e.html, ricordi?
        Comunque ho scritto un post “Le responsabilità dello scrittore”, ispirato a questa conversazione. Mi farebbe molto piacere se tu avessi il tempo e la voglia di leggerlo. 🙂

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  3. Sì, scriverei anche se qualcuno di competente mi dicesse di smettere: perché sarebbe solo qualcuno e non tutti.
    Non scriverei se non sapessi di avere un minimo talento.
    La certezza di pubblicare non ce l’ha nessuno, a meno che non faccia da solo.
    Una ristretta cerchia di lettori mi sta bene lo stesso.
    Mi diverto quando scrivo, sì. Pensa che avevo in mente di scrivere un post intitolato “perché scrivo”. Chissà, magari lo scrivo 🙂

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    • Scrivi perché hai talento o scrivi perché hai delle storie da raccontare? Il talento è una menzogna: non esiste. Esiste una buona predisposizione, ma tutti posso scrivere adeguatamente bene se si esercitano abbastanza e con passione. La domanda fondamentale è: perché hai scelto la scrittura? Tutto parte da qui.

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      • Ok, chiamiamola allora predisposizione. Ma non sono convinto che tutti possano riuscire a scrivere bene. La scrittura è una forma d’arte e non tutti possono fare arte.
        Non so perché ho scelto la scrittura, nessuno sceglie la propria arte. Arriva e basta. Senti di avere delle idee, delle storie dentro e scrivi e ti piace scrivere.

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        • Vedi che hai risposto? Scrivi perché ti piace. In qualche modo, nonostante la probabile fatica, ti dà una certa soddisfazione farlo. Io scrivo perché riempire il foglio di parole, dando vita a immagini che prima non esistevano, mi riempie di orgoglio, di piacere, di godimento. È quasi un orgasmo, cazzo. E come tutti gli ogasmi, è faticoso.

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  4. Concordo con Chiara, nei tuoi ultimi post stai mostrando uno spessore umano che prima non emergeva appieno. Sono contento per te. Credo che questa maturazione potrà darti ottimi frutti di saggezza. Ma non abbandonare comunque la passione sanguigna. Servono tutt’e due.

    Sulla domanda. Io la giro da un altro verso. Vivo in un contesto dove di libri non se ne leggono. E sulle mie spalle grava un forte senso di sfiducia. Roba che a volte ti fa venire le crisi. Ma poi emerger sempre l’istinto. L’istinto per me non è proprio scrivere. In questo forse nemmeno sono tanto bravo. L’istinto per me è dare voce alle storie che mi sgorgano da dentro. Dargli un nome, una dimensione, le parole. La storia per me è come un essere informe che si dimena e a cui io devo plasmare gambe per camminare, braccia, un viso nel quale dare la luce degli occhi e una bocca per la sua voce unica.

    In me avviene questo processo. Ho cercato per vent’anni di rassegnarmi e di reprimere questa parte di me. Ma non ci sono riuscito. Qualunque cosa io faccia da vita a morte, non potrò che assecondare questa mia natura. Che qualcuno mi legga o no.

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    • Non devi reprimerla, non ti azzardare a farlo. Se ritieni che la scrittura sia un mezzo insufficiente per te, forse dovresti cercare un altro mezzo per dare forma e vita alle tue storie.

      La passione sanguigna non è un ricordo, tornerà a galla quando avrò finito il percorso iniziato.

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  5. Dal momento che Salvo mi ha consentito di condividere la mail che gli ho mandato, eccola qui. Ho cancellato solo le parti in cui parlo nello specifico del mio romanzo, che non credo possa interessare…

    Ciao Salvo, ho letto il tuo post e ho scritto un breve commento rispondendo alle tue domande, ma il fulcro del discorso preferisco affrontarlo in privato perché non trovo corretto, nei confronti tuoi e dei tuoi lettori, lavare i panni sporchi in pubblico. Se poi deciderai di condividere sul blog le mie riflessioni, liberissimo di farlo. 🙂
    Per prima cosa, ti faccio i complimenti per il percorso spirituale e umano che stai compiendo in questi mesi. Sei una persona intelligente e in grado di ascoltare. Hai compreso che i miei consigli non erano finalizzati a demolirti, bensì ad aiutarti. Il vero Salvatore era sepolto dal suo ego, e questo ego limitava molto la sua scrittura.
    Io sono una beta reader molto particolare, perché le competenze spirituali (queste due parole, abbinate assieme, suonano come un ossimoro) che ho sviluppato con il reiki e la meditazione mi portano a vedere oltre la trama, i personaggi e la storia: percepisco anche le energie invisibili che sono sotto il testo, specialmente se non c’è ancora stato un editing pervasivo che ha ripulito la pagina dall’energia dell’autore. Ciò che sentivo era proprio la mancanza di una passione e di un divertimento vero, come se inseguire il riconoscimento a tutti i costi rubasse l’anima alla tua storia. Per questo avevo ritenuto premature tutte le paranoie sul genere, quando volevi scrivere il romanzo sentimentale. Sia chiaro: non penso che considerare il target sia sbagliato. Ma credo sia sbagliato – almeno per esordienti assoluti come noi – trasformare il target in un honzon, termine che nel buddhismo rappresenta l’oggetto di culto, il desiderio ossessivo…
    Ora hai compreso che il tuo limite non era tanto tecnico, quanto spirituale: ti concentravi, forse, su determinati sensazionalismi ad effetto perdendo di vista il significato stesso del tuo lavoro, che va oltre ciò che chi legge pensa di noi. Dico sempre che la scrittura sia una forma di meditazione, perché ti porta a sospendere momentaneamente la realtà, a staccarti dalla mente e a concentrarti solo su ciò che stai facendo, per il puro gusto di farlo. La prima stesura ha diritto di essere libera e incasinata. Ma la revisione non ci deve servire a inserire nel testo una miriade di orpelli commerciali, bensì a plasmare la nostra stessa natura, emersa in modo così confuso nella prima bozza, per renderla alla portata del lettore. Tutto qui.

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  6. Questo post ha dato un nome al mostro che mi sgranocchia i fianchi da un po’. A forza di leggere bei libri mai pubblicati e acclamati autori non degni mi son dimenticata di scrivere per me, finendo per smettere. Durante la prima stesura mi divertivo, la revisione invece, col peso di dover scrivere qualcosa di leggibile per il pubblico, mi ha stesa.
    Nessuno ti dirà mai che scrivi da cani, Salvatore, perché non è vero. Avrai lettori che non ti apprezzano, come tutti, ma non è un buon motivo per smettere di scrivere. Si tratta allora di incanalare la tua bravura e le tue energie in una direzione e riuscire a mantenere la rotta fino alla fine. Tu hai molte energie e da quando ti seguo ti ho visto sprizzarle di qua e di là, in cerca di un segno che ti indichi la strada giusta. Quando ti sentirai sicuro, proseguirai in quel senso. Non lasciare che le tue insicurezze ti costringano a ripartire sempre daccapo.

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    • È un consiglio molto utile il tuo. Le insicurezze non sono sempre deleterie però, servono a trovare la strada più adegua a noi. Io, la mia, non l’ho ancora trovata.

      Per quanto riguarda il discorso sulla tua revisione, forse ho un consiglio che può aiutarti: scrivi per te stessa (cioè qualcosa che piace a te), ma immagina di doverla raccontare a qualcuno che non sei tu. Se quel qualcuno è anche una persona reale, è addirittura meglio.

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  7. Caro Salvatore, rispondo all’ultima domanda. Scrivere non mi diverte, non mi ha mai divertito. Scrivo solo se costretto da un’urgenza, come la chiamo io, da un fatto che mi ha colpito, indignato o sorpreso, sul quale maturo delle idee, delle riflessioni, che poi chiedono di essere raccontate in forma narrativa.
    Pubblicare, successo, lettori sono parole che non ho mai preso in considerazione. Originano tutte da una parola – romanzo – che non è però il modo in cui esprimo le idee di cui sopra, preferendo altre forme narrative (racconti e sceneggiature) per le quali ho avuto fin dall’inizio risultati incoraggianti. Se una persona competente mi avesse detto che non ho talento, ne avrei tenuto conto.

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    • Anche i racconti o le sceneggiature richiedono un pubblico, e quindi una pubblicazione. Se si scrive al di fuori della forma intima del diario personale, lo si fa per essere letti. Se oltre a essere letti si vuole anche un riconoscimento, allora si cerca la pubblicazione: cioè l’esposizione in pubblico dello scritto, qualsiasi forma esso abbia.

      Si può scrivere perché diverte farlo, o per denunciare qualcosa. Quella che tu chiami urgenza è da sempre considerato il modo più nobile di scrivere, di comunicare. Ma ciò che è urgente per te non per forza è urgente per tutti. Ciò che ti diverte, invece, potrebbe divertire anche qualcun altro. Alla fine non importa se scrivi drammi o commedie, ciò che conta è che tu lo faccia con onestà. Finora mi sembra sia così.

      Se qualcuno denunciasse la tua incompetenza potrebbe avere o ragione, o torto; non è detto che sia sempre la ragione quella che spinge gli uomini a denunciare.

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  8. Se arrivassi alla convinzione di non essere in grado di scrivere qualcosa di abbastanza buono da intrattenere i lettori, credo che smetterei di scrivere, perché per me scrivere è comunicare. Mi piace raccontare storie, ma solo se qualcuno mi ascolta. Per questo, anche se seguo il tuo ragionamento fino a un certo punto, non posso trovarmi d’accordo. Scrivere senza pensare ad altro che al piacere di farlo è un buon sistema per tenere a bada le aspettative, generatrici di stress e delusione. Non credo però che accetterei il parere di una sola persona per rinunciare.

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    • Se si rinunciasse per un solo parere negativo non ci sarebbe poi molta passione in ciò che si fa, il succo del discorso è proprio questo. Scrivere con il desiderio d’essere letti è normale; scrivere per ambire al successo è diabolico. Scrivi qualcosa che piace solo a te. Se lo fai, potresti scoprire che quella cosa piace molto anche a un sacco di altre persone.

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      • Scrivere PER ambire al successo? Non è diabolico, è impossibile. Putroppo o per fortuna, nella scrittura il successo e il poter condividere le storie con la gente coincidono, perciò credo che i nostri viaggi mentali siano più che altro un modo per tamponare l’aspetto frustrante dell’ambizione, che quando è troppo pressante rischia di farci perdere di vista quanto sia bello scrivere..

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        • Non è soltanto il poter condividere storie. Se fosse solo questo ti basterebbe inserire dei racconti sul tuo blog, liberi d’essere letti da chiunque, e avresti raggiunto il tuo scopo. I viaggi mentali di cui parli sono l’ambizione di condividere ricevendo in cambio un certo riscontro, che è cosa ben diversa. Il problema però, è che se aspiri a vendere non vendi. E non vale solo nella scrittura. Il convividere, il riscontro positivo, eccetera, dovrebbero essere una conseguenza di qualcosa che nasce per passione, non il fulcro o il motivo stesso della scrittura.

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          • Quello lo davo per scontato: raccontare storie è comunque un servizio, ed è importante vedere una proporzione, anche se vaga, tra l’impegno profuso e i risultati in termini di diffusione. Intendevo dire che non credo esistano persone che scrivono mettendo al centro il vendere piuttosto che lo scrivere. Qualcuno sicuramente ci prova, ma quanto dura? Scrivere richiede troppa dedizione perché si riesca a farlo per motivi che prescindono dalla passione, almeno sul lungo termine. IMHO! 🙂

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            • Avevo capito il contrario… 😛 Per rispondere: secondo me, il 90% degli aspiranti scrittori ogni anno. Quanto durano? Un anno, appunto. Al massimo due.

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  9. Scrivere solo per il successo? Farei prima a regalare penna e tastiera.
    Nel primissimo, maldestro, tentativo di scrivere un romanzo mi sono reso conto dopo poche righe che stavo scrivendo una schifezza. Ma non pensavo di non saper scrivere, mi sono reso conto che mi mancavano tecnica e conoscenze, comunque qualcosa a cui avrei potuto, anche parzialmente, rimediare.
    Se qualcuno di competente mi dicesse che faccio schifo, beh, credo che gli direi di smettere di leggermi. Il primo a dover essere soddisfatto di quello che scrivo devo essere io. C’è stato un tempo in cui scrivevo “poesie” e non me ne importava niente di quel che pensavano gli altri, le scrivevo perché avevo bisogno di scriverle, anzi, le tenevo nascoste.
    C’è chi mi ha anche detto “No, questo non può averlo scritto lui, è troppo bello!”, ora di conseguenza dovrei tirarmela come un divo: no, non mi basta, voglio scrivere sempre meglio, voglio ESSERE sempre migliore, voglio stupire e stupirmi. Se non avessi talento e me ne rendessi conto, scriverei ancora? Non lo so. Penso di sì se scrivere continuasse a darmi l’emozione e il benessere che provo adesso.
    Ricordo cosa mi ha fatto decidere di scrivere un romanzo: l’emozione di leggere. Il pensiero era ed è tuttora quello di regalare emozioni ai miei lettori.
    Ma scriverei ancora se nessuno mi leggesse? Stessa risposta di cui sopra.
    Forse eviterei di leggermi, se facessi così schifo 😀
    Scriverò finché sentirò il brivido della creazione. Finché mi divertirò a farlo.

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    • Sai perché scrivo, io? A parte l’ambizione, intendo. Scrivo perché riempire la pagine di parole mie, dando vita a immagini che prima non esistevano, mi riempie di orgoglio, stupore e godimento. Vorrei che anche il lettore provasse le stesse cose leggendomi, ma non è sempre così. Anzi, lo è molto poco spesso…

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  10. Con la tua citazione di Buddha mi sono persa e ho cominciato a divagare 😛

    MMhh, probabilmente smetterei di scrivere per un po’… aspetta, ma questo succede anche ora!
    Sono lunatica, tantissimo. In questo periodo mi dico: forza Giuse, scrivi sei alla terza pagina dell’ultimo, ultimo capitolo… scrivi mother fuck!
    Ma non lo faccio, mi sento inappropriata e inutile e così procrastino. Bel tipo eh? 😀

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  11. Scrivo perché mi piace, altrimenti non lo farei. Scrivo perché mi diverte viaggiare in realtà diverse con l’immaginazione, come quando leggo un buon libro.
    Non scrivo, però, soltanto per me stessa: voglio che le mie storie vengano lette. Se scrivessi per me stessa, non mi preoccuperei di cercare la forma migliore, di imparare, di migliorare. Potrei limitarmi a fantasticare senza impegnarmi a mettere su carta le mie fantasie. Scrivo per chi leggerà, lavoro perché possa apprezzare quello che scrivo.
    Il piacere di scrivere, per me, non sta nel battere sulla tastiera o farsi venire il callo al dito (perché scrivo ancora molto a penna), ma nell’inventare storie e, per raccontarle a qualcuno, le scrivo e cerco di farlo bene. Non mi vergogno di desiderare milioni di lettori per le mie storie, sognare è gratis e, come nelle contrattazioni al mercato, intanto sparo alto, poi si vedrà.
    Se qualcuno mi dicesse che scrivo da cani, come ha detto Daniele, non smetterei, ma, se lo dicessero tutti, opterei per un diario segreto e, in quel caso, sì, scriverei solo per me.

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    • Il punto non è scrivere per se stessa o per gli altri: si scrive per essere letti; il punto è la motivazione che ti spinge a farlo. Se scrivi per avere milioni di lettori, è abbastanza improbabile che questo succeda. Stephen King e Martin (per fare due nomi conosciuti) scrivono perché le loro storie gli piacciono un sacco. I lettori (milioni) ne sono una conseguenza.

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      • Dunque, risalendo più a monte verso le motivazioni, scrivo perché è la forma che mi è più congeniale per esprimere le mie fantasticherie. Avrei potuto dipingere o comporre musica, ma alla fine, per istinto, inclinazione o come vogliamo chiamarlo, ho cominciato a scrivere. La mia prima “opera”, a otto anni, è stato un quaderno a righe, scritto a penna e corredato da disegni a matita, con la storia di due archeologhe in Egitto che trovavano un mostro peloso dentro una piramide. Oggi ho 40 anni e conservo ancora quel quaderno ingiallito. Mi ricorda la soddisfazione di farlo leggere a tutti gli ospiti della pensione dove trascorrevo le vacanze al mare.

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        • La mia prima produzione, invece, è stato un libretto, una sorta di manuale, sulla navigazione. L’ho scrissi a 10 anni con la mia prima macchina da scrivere. Era bellissima, in plastica bianca e rossa, per metà elettrica e metà tradizionale. Confondevo la prua con la poppa e non avevo ben chiaro il concetto di ammainare le vele, ma ne andai molto orgoglioso. Lo scrissi perché ero rimasto affascinato dal manuale delle giovani marmotte che avevo trovato in regalo con Topolino. Volevo imitarlo, ma con qualcosa di mio. Purtroppo non lo conservo più.

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  12. Pingback: bla bla blogger 22 giugno 2015 - Social-Evolution di Paola Chiesa

    • Stephen King è ricco. E non lo era da giovane, lo è diventato con la scrittura. Il punto non è diventare o meno ricchi scrivendo, il punto è: se scrivi per diventare ricco, ma anche se canti, balli, reciti, eccetera, non ci riuscirai mai.

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  13. Pingback: Perché scrivo

  14. Pingback: Buon compleanno, salvatoreanfuso.com | Salvatore Anfuso – il blog

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