Il mondo immaginario dello scrittore


Il mondo immaginario dello scrittore

… l’origine delle storie.

Creatore di mondi, diceva qualcuno. Ma i mondi che creiamo provengono da qualche parte, da un immaginario. Questo immaginario fa parte di noi, siamo noi stessi in effetti, il nostro lato sensibile e artistico. Alcuni la chiamano ossessione, altri immaginazione, altri ancora fantasticherie. Rappresentano ciò che ci attira del mondo che ci circonda, o quello che di esso odiamo di più.

Due persone diverse potrebbero scrivere la stessa storia, ma ne verrebbero fuori comunque due romanzi completamente differenti. Questo perché ognuno di noi è colpito da particolari che non colpiscono altri; è attirato da alcuni fatti e non da altri; è interessato a mettere in luce alcune ombre e non altre. In fondo, scrivere un romanzo, significa proprio questo: mettere in luce ciò che è in ombra.

Murakami, l’ormai sempre più acclamato romanziere giapponese, sostiene di scrivere: “[…] perché così riesce a capire meglio le cose”. Credo sia una buona definizione, perché le storie non vengono inventate, ma scoperte. Sono dentro di noi e pian piano, mentre ci sforziamo di scavare, le rinveniamo, le facciamo emergere, fino a tirarle fuori del tutto così da essere mostrate al mondo. Alcune sono piccole gemme preziose; altre interi filoni di metalli rari; altre ancora scarti. Ma anche gli scarti sono necessari: fanno apprezzare di più le cose belle e nutrono la vita organica.

Queste storie, che emergono da noi, sono influenzate (e si originano) dal nostro immaginario. Ma cos’è questo immaginario? Esso è l’insieme di idee, ossessioni, passioni, che ci incuriosiscono e attraggono. Alcuni autori, soprattutto i più famosi, ne hanno di estreme e sono sempre le stesse. Le si può ritrovare in tutta la loro produzione letteraria, o quasi. Ho citato Murakami; i suoi personaggi sono sempre giovani uomini, o donne, ossessionati dalla loro incapacità di capire il mondo, di trovare un posto adeguato per se stessi. Ritorna sempre il tema del suicidio. Ritorna sempre il tema del sesso occasionale. Queste sono le sue ossessioni.

Vogliamo parlare dell’immaginario di Orwell? Di Stephen King? Di Fëdor Dostoevskij? Nei loro libri, con tutte le variabili possibili e reinterpretazioni del caso, si trovano sempre le stesse ossessioni; le stesse idee; gli stessi frutti del loro mondo immaginario. Tutti gli scrittori hanno il proprio personale mondo immaginario, da cui traggono gli elementi e lo stile (non parlo dello stile di scrittura, ma il modo in cui si sviluppa una storia verso un determinato genere) tipici della loro scrittura. Tolkien e Martin avrebbero potuto creare i loro mondi senza un mondo immaginario a disposizione?

Nelle ultime settimane riflettevo proprio su questi temi, cercando di capire quali fossero gli elementi del mio!, mondo immaginario. E ho scoperto una cosa. Ho scoperto che ammettere di essere attratti da qualcosa è, alcune volte, più difficile che mentire a se stessi. Credo che l’onestà e la timidezza dello scrittore si originino proprio qui. Se riesci ad accettare te stesso, e quindi il tuo immaginario, così com’è, facendo pace con la parte oscura del tuo essere, allora avrai una chance d’essere uno scrittore onesto. Se questo non riesci a farlo, allora scriverai sempre cose che in fondo non ti interessano davvero. In questo secondo caso, la tua produzione non potrà mai essere veramente “sentita” e il lettore se ne accorgerà. I lettori se ne accorgono sempre.

Il successo di un libro, di un filone, sta nell’onestà con cui lo scrittore è riuscito a sviluppare i temi trattati, eliminando ogni filtro, ogni remora; esponendo il proprio immaginario così com’è. Martin è veramente attratto dalle storie che scrive; lo riesco a immaginare benissimo chiuso nel proprio studio (o in qualsiasi luogo scriva) mentre sbava gongolante sulle proprie pagine scritte. Gli stupri, i soprusi, gli omicidi, i giochi di potere, ecc., sono gli elementi del suo immaginario e lui non se ne fa minimamente alcun problema a esporli al mondo così come li immagina. Io riuscirei a fare altrettanto? Cos’è che mi frena, che mi spinge a nascondere agli altri le mie ossessioni? La paura d’essere giudicato?

La paura d’essere giudicato è sicuramente un tema cocente. È una paura, questa, dalle molte facce. C’è la paura d’essere giudicati sporchi, oppure incompetenti, oppure superficiali, oppure anticonformisti. Se scrivessi una storia in cui un uomo si diverte a prendere a calci un cane fino a ucciderlo, senza moralmente condannarlo per questo, cosa penserebbero i lettori di me? Sarebbe facile rispondere che il personaggio non è lo scrittore… Ma noi che scriviamo, sappiamo benissimo che non è così. Anche in questo caso possiamo mentire a noi stessi e prendere le distanze dal personaggio, ma la verità è che se scriviamo una determinata cosa in un determinato modo è perché abbiamo quella particolare… sensibilità, diciamo così.

Con questo non intendo dire che se uno scrittore narra la storia di un assassino, sia egli stesso un assassino. Intendo dire che se ti piace scrivere storie dove i personaggi vengono squartati, sbudellati, stuprati, malmenati, raggirati, ecc., beh… cazzo hai qualche problema. Hai un chiodo fisso e lo esterni con la tua arte.

Io non sono ancora riuscito a fare pace con me stesso, nonostante i miei 38 anni, e sono ancora lì a chiedermi quale sia il mio immaginario. La parte razionale del mio cervello lavora costantemente per costringersi a ignorare quelli che sono gli indizi disseminati dalla parte inconscia del mio essere. Conscio e inconscio si combattono, costantemente. E benché abbia io stesso scritto di stupri, di omicidi, ecc., sono sicuro che non sono questi gli elementi del mio immaginario, quelli che mi fanno vergognare di esso. Lo so, perché non provo alcuna soggezione a scriverli. Non me ne vergogno affatto. Allora, per essere uno scrittore, non basta scrivere bene; non basta neanche saper raccontare, come spesso ho affermato. Per essere uno scrittore, bisogna prima di tutto essere onesti con se stessi.

Se qualcuno conosce un modo per sondare il proprio essere e accettarsi – e mi vedo già Chiara e Lisa correre al galoppo – me lo faccia sapere.

Nell’attesa, chiedo a voi: avete un immaginario preciso? Qual è?

39 Comments on “Il mondo immaginario dello scrittore

  1. Non penso al mondo e alla vita come qualcosa di nettamente bianco o nero, o, come molti dicono, grigio, piuttosto come a una serie di tratti i cui contrasti e le sfumature definiscono ciò che ci circonda. Io stesso, in quanto parte del mondo, penso di essere così: alla ricerca di equilibrio. Col tratto della penna cucio insieme yin e yang a modo mio. Però in fondo non resisto a mettere nelle mie storie un po’ di speranza o una morale per non rendere vana l’oscurità di cui racconto.

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  2. Mi hai chiamato, ed eccomi qua!!! 😀
    Scherzi a parte, mi è piaciuto moltissimo questo post, è come se la tua spiritualità fosse passata a un livello superiore, rispetto alle conversazioni che facevamo all’inizio.
    Confermi l’idea tale per cui tutto ciò che scriviamo ci appartiene, nasce da noi, è una sublimazione del nostro mondo interiore proprio come lo sono i sogni.
    Tu sai come funziona la mente, quando sogna?
    I nostri “tormentoni” psicologici sono trasformati in simboli. Ho citato nel mio post sul tempo, il sogno ricorrente che faccio sulle stanze proibite dentro casa mia. è un messaggio chiaro di qualcosa che non sono completamente riuscita ad accettare di me e della mia vita, un aspetto su cui lavorare.
    Stessa cosa vale per le ossessioni scrittorie: se ci sono tematiche che ritornano con ricorrenza, è perché vogliono richiamare la nostra attenzione su determinati aspetti. è per questo motivo che molti artisti – dopo aver trascorso anni a disquisire sullo stesso tema – sentono la necessità di evolvere, e di passare ad altro. La Rowling (da Harry Potter a Cormoran Strike) ne è un esempio calzante.
    Gli stessi episodi possono essere sublimati dagli scrittori in modo diverso: una persona che ha represso molta aggressività può scaricarla scrivendo di assassini o stupratori, o trasformarla raccontando storie mielose e sdolcinate… tutto è soggettivo.
    Il nostro immaginario va accettato, sempre. E a tal proposito ti consiglio il libro “Shadow Effect” di Deepack Chopra, davvero illuminante su questo punto.
    Quanto a me… credo di dover lavorare molto sull’accettazione della figura paterna…

    P.S. Parli di “paura dell’anticonformismo”, e su questo non ci somigliamo per niente, visto che io ho paura del conformismo e dell’omologazione, forse perché mio padre ha sempre cercato di rendermi diversa da ciò che sono, più allineata con un sistema nel quale non mi rispecchio per niente. E la mia scrittura riflette perfettamente questa dissociazione. Non temo che la mia dissonanza mi faccia vendere meno copie. Come dici tu, uno scrittore deve essere onesto con se stesso. La critica sociale (seppur sempre velata e funzionale alla trama) è un’altra ossessione della mia scrittura…

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    • Grazie per il libro, gli darò sicuramente uno sguardo. Secondo me, tu hai accettato il tuo lato oscuro – per rimanere in tema – e si vede. Almeno, questa è la mia impressione. Per quanto riguarda il conformismo, per tutta la vita sono stato anticonformista in modo estremo. Se una persona qualsiasi dotata di un minimo di autorità sociale faceva una cosa in un determinato modo, io istintivamente facevo l’esatto contrario, anche arrivando ad autosabotarmi. Alla lunga, però, stanca…

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      • L’anticonformismo non è essere un “bastian contrario” a priori, ma semplicemente essere se stessi.
        è vero che ho accettato il mio lato oscuro, ma non del tutto, e comunque non è stato un lavoro facile. Ho iniziato a lavorare su me stessa sette anni fa, e ancora non mi posso definire risolta al 100%. La meditazione, il reiki e tutte le pratiche a cui mi dedico ti portano a conoscerti molto bene. In tale frangente, è praticamente impossibile non evolvere. 🙂

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  3. Io, in ciò che scrivo, racconto quello che nella vita ho vissuto male o le esperienze altrui che ho fatto mie perché mi sono rimaste dentro; dunque quello che racconto non è strettamente autobiografico, ma nasce dal modo in cui elaboro alcune informazioni dal mondo esterno. Conosco bene le mie ossessioni: la morte, soprattutto di persone giovani (ho vissuto due lutti ai tempi universitari che mi hanno profondamente colpito), il pregiudizio (odio le apparenze e chi si affretta a dare giudizi), l’introspezione (io viaggio molto dentro me stessa: mi interrogo, cerco di capire, mi rimprovero e i miei personaggi sono sempre problematici, complessi), il pessimismo (nelle mie storie c’è sempre qualcosa che va storto o un personaggio negativo: forse innamorarmi di Giacomo Leopardi, a 14 anni, non è stato un bel regalo che la vita mi ha fatto!).

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    • Anch’io a quell’età apprezzavo molto Giacomo Leopardi e riesco a capire benissimo quello che intendi dire. Il pessimismo, però, alla lunga è pesante da reggere. Se c’è una cosa che mi piace del mio carattere – e forse è davvero l’unica – è il fatalismo. Non mi preoccupo del domani, vivo solo il presente. E sono ottimista. Se devo farmi del male, preferisco farmene attribuendo qualità positive (speranze) a persone negative, che il contrario.

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  4. Bel post. Sì, è un aspetto da non sottovalutare questo del mondo immaginario interiore e se un autore non si chiede almeno una volta se lo stia usando nelle proprie opere, evidentemente non spiccherà mai. Si dice che chi scrive metta un pezzo di sé in ogni storia, ma come hai detto giustamente tu, spesso si trovano sempre gli stessi pezzi. Ecco, io penso che ci si imbatta in questo limite proprio a causa della paura di allargare i propri orizzonti accettando tutto quell’immaginario di cui parlavi (la si potrebbe definire la maledizione dell’aspirante scrittore? 😀 ). Il pubblico lo sente, sì, quando una storia non è scritta con passione o profondità e sta proprio lì la bravura se proprio non riesci a lasciarti andare, mascherare i temi ricorrenti. Va be’, mi trovi d’accordo con tutto l’articolo, saluti!

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    • Grazie Stefano e benvenuto nel blog. Credo però che la risposta giusta non sia nel mascherare. Nessuno è mai davvero bravo a farlo, e te lo dice uno che vende di mestiere a più di un decennio. La soluzione sta nel decidere, a un certo punto, che si è quel che si è e va bene così. Insomma, bisogna fare i conti con se stessi e accettarsi. Poi si potrà scrivere davvero quello che preme, quello che ci ossessiona e ci piace, senza alcuna remora o vergogna. 🙂

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      • Sì, infatti mascherare potrebbe andar bene all’inizio, ma alla lunga non ottiene altro che l’effetto di allontanare dalla scrittura. Poi l’esperienza, il tempo, insegnano e prima o poi si fanno i conti coi limiti per migliorare. Grazie per il benvenuto 🙂

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  5. Anche a me è piaciuto molto questo post! Quel guardarsi dentro io lo chiamo “scoperchiare i tombini dell’inconscio” (e sperare di non trovarci le pantegane del rimosso…). De Andrè, che cito spesso in questi casi, parlava di “poche idee e in compenso fisse”. Ognuno ha le proprie e deve venirci a patti.
    Per me c’è sempre l’idea di limite e di diversità. I propri limiti con cui fare i conti, sopratutto quelli dovuti a malattie e/o incidenti e quindi la diversità nelle sue varie accezioni. C’è il nichilismo che incombe. Vari miei personaggi hanno pensato più o meno intensamente al suicidio e si sono sentiti oppressi da un insostenibile senso di inutilità (ci sarà un motivo per cui vado d’accordo con Sherlock Holmes…). E poi c’è l’idea che tra una brava persona e un mostro c’è solo un’area grigia che più o meno tutti potremmo attraversare. Questi sono mostri dell’inconscio che ho più o meno addomesticato, non fanno proprio le fusa, ma ormai sono parte di me. A volte, scrivendo, salta qualche tombino non previsto e lì sì che bisogna venire a patti con un immaginario non previsto e, a volte, spaventoso.

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    • Grazie Tenar. Sherlock pensava al suicidio? Ho capito bene? Sull’area grigia sono d’accordo con te, ma credo che ormai sia una convinzione piuttosto diffusa. Quando scrivevo di serial killer mi sono imbattuto in un saggio che potrei riassumere in questo modo: “Tra loro (i serial killer) e te c’è solo una sottile differenza: tu fantastichi, loro agiscono”. 🙂

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  6. Interessante articolo. Io mi dichiaro abbastanza onesta con me stessa. Questo perché scrivere mi ha aiutato moltissimo a capirmi. Diciamo che un po’ di problemi ce li ho… 😉
    Da un lato il mio immaginario è alla Martin, quindi giochi di potere, morte ecc. Dall’altro sono fantasy puro: draghi, magia, elfi e fate, principesse, cavalieri e battaglie. Quindi tutto un po’ fuso insieme. Ne risulta anche un po’ di violenza, ma niente di esagerato. Però, non ho paura ad ammetterlo, sono alquanto affascinata da quelle che io chiamo “psicologie forti”, personaggi con gravi disturbi mentali. Io li trovo affascinanti e mi piace molto “studiare” la psiche dei personaggi cattivi per cercare di capire motivazioni e quant’altro… Eppure non mi sento una psicopatica, solo un po’ solitaria magari.

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    • Ciao Irene, benvenuta nel mio blog.
      Un carette solitario va a braccetto con il progetto di scrivere un libro, o più di uno. 😉
      Le psicologie forti a me fanno sempre un po’ paura invece, paura che siano banali. Quindi non hai paura di metterti a nudo nei tuoi libri, nelle tue storie? Perché è questo che succede quando scrivi con onestà.

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      • No, non mi fa paura, perché ho già troppe paure… 😉 semmai temo di non riuscire mai a scrivere un libro, ma questa è un’altra cosa. La paura della banalità, quella sì. Ma penso che per rendere un personaggio meno banale basti fargli fare qualcosa di sorprendente.
        Un saluto 🙂 e buon week end.

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  7. Concordo e grazie del link 🙂
    Non avevo mai pensato all’accettazione di se stessi come parte integrante del proprio immaginario. In fondo è proprio così che deve essere. L’immaginario è qualcosa che, appunto, immaginiamo nella nostra mente, che si forma grazie alle nostre passioni, paure, ossessioni. Grazie a chi siamo veramente, quindi.
    Nei primi tempi in cuii scrivevo mi facevo mille domande, mille problemi anzi, proprio sulla questione che hai sollevato: come potrei essere giudicato se scrivo sta roba?
    Poi sono cresciuto, sono diventato più menefreghista e non mi faccio più problemi 🙂

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    • Bisognerebbe proprio essere menefreghisti, hai ragione. Ma non è facile come dirlo. E poi, noi siamo i giudici peggiori di noi stessi… no? 🙂

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  8. Belle riflessioni, bravo 🙂
    Penso che tu abbia ragione in pieno, per scrivere a un livello superiore occorre accettare ciò che vogliamo davvero dire, dimenticandoci di chi leggerà dopo. In qualche modo credo di aver vissuto questo cambiamento nel tempo. All’inizio mi facevo molte paranoie, chiedendomi cosa avrebbero pensato di me le persone se avessi parlato di questa o quell’altra cosa. Ora mi sento molto più libera, sto scrivendo scene a tinte fosche senza preoccuparmi di altro se non immergermi nella situazione. Se poi qualcuno vorrà malignarci su e chiedersi se c’è qualcosa che non va in me o se addirittura ci sia qualcosa di autobiografico nel mio immaginario noir… beh problemi suoi 🙂

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    • Grazie Maria Teresa. Hai perfettamente ragione, bisogna ignorare quello che pensano gli altri. Però aggiungo un carico al ragionamento: bisogna ignorare anche quello che pensiamo noi di noi stessi? Perché la paura del giudizio può essere rivolta all’esterno tanto quanto all’interno…

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      • Io dubito che l’immagine mentale che abbiamo di noi stessi corrisponda alla verità, anzi forse era questo che volevi dire con il tuo post. O sbaglio?
        Quindi, magari sarà una scoperta anche per noi individuare i temi o le situazioni di cui vogliamo scrivere davvero. Più che ignorare ciò che pensiamo di noi stessi, forse dovremo capire se ciò che pensiamo è reale. Chi può dire di conoscersi davvero? Magari la scrittura in qualche modo ci aiuta in questo.

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        • La scoperta di sé e la scoperta della scrittura (intesa come storia da scrivere) vanno a braccetto e non possono essere disgiunte. Certo, poi c’è un mare di narrativa di intrattenimento che questi problemi non se li pone. Non li demonizzo, intendiamoci, sono utili e io stesso ne leggo molti. Però poi c’è la narrativa d’autore. La narrativa d’autore non è una cosa da intellettualoidi, come troppo spesso si pensa, è il frutto di uno scavo interiore.

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  9. Questo articolo offre molti spunti di riflessione, potremmo parlare a lungo di quanto etica e personalità incidano su ciò che esprimiamo, non solo scrivendo.
    Penso che ognuno di noi abbia in sé potenzialità benefiche e potenzialità deleterie, lo scrittore che scrive di omicidi usa il suo lato malvagio per delineare la storia, se poi “sfoga” così anche la sua indole latente, meglio così che non facendo il serial killer.
    Del resto, nella vita ci sono cose che ci fanno bene e cose che ci fanno male, scrivere in maniera onesta significa anche non celare ciò che disprezziamo e anzi può essere un modo per esorcizzare il male. Come te, non ho ancora un’idea precisa, ma ritengo che il mio mondo immaginario ruoti proprio intorno alla ricerca di un equilibrio fra bene e male, se proprio non è possibile la disfatta del secondo, con tutte le attenuanti che ognuno di noi pone con la propria visione soggettiva di bene e male nonché lo zampino di credenze e pregiudizi.

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    • Ciao Renato. Sono d’accordo, non bisogna celare ciò che disprezziamo. E di questo ognuno ha un’idea piuttosto precisa. Anche di ciò che amiamo abbiamo, spesso, un’idea precisa. Eppure il mondo immaginario di cui servirci per scrivere non ce l’abbiamo ben chiaro e l’idea di aprire completamente noi stessi alla scrittura (e quindi alla sua lettura da parte di un pubblico) fa paura a non pochi scrittori. Cos’è che mi sfugge? Cos’è che non si riesce a cogliere e che, a quanto pare, è indispensabile per creare un mondo immaginario ben definito?

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  10. Non ho una risposta (quando mai!), ma se dovessi puntare punterei sullo scrivere tanto. Non intendo con intensità spropositata per un breve periodo, ma con costanza sul lungo periodo. Nel tempo tu cresci come persona e come scrittore, la tua scrittura cresce, e piano piano individui le linee nascoste sotto le storie che scrivi. Non è una cosa che puoi ottenere applicando un vero metodo, secondo me, ma una cosa che devi lasciare accadere tramite il semplice (si fa per dire) lavoro. Come va il corso? 🙂

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    • Sì, sono d’accordo. E poi se uno vuole scrivere, è proprio quello che deve fare. Il corso procede, è ancora presto per esprimere un giudizio. Per il momento posso dire che ci sono cose che mi piacciono, cioè che mi sono utili, e altre no.

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  11. Vorrei tanto galoppare e mettermi in cattedra ma stavolta volo basso perché non sono per niente in contatto col mio immaginario. Non mi attento nemmeno ad esplorarlo di nascosto, nei miei scritti privati. Nel romanzo, poi, temo che a parlare di qualsiasi cosa mi si giudichi per “una che l’ha provato”, per esempio se la protagonista parte per un viaggio e inizia a scopare e sniffare a destra e manca penso che tutti crederanno che sono una zoccola drogata (che era poi quel che speravo di diventare, ma si vede che il tabù cattocomunista della mia infanzia ha messo radici nel mio cervello prima della partenza).
    Sicuramente tu hai un lato oscuro che ti porta a leggere e scrivere di stupratori e assassini, ma stai tranquillo che hai la faccia da buono e nessuno sospetterebbe mai che tu sia davvero uno di questi 😀

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    • Mi fai cadere un mito… non sei una scopatrice seriale drogata? Nooo! Va beh, tornando a noi, quella paura che citi ce l’ho anch’io. Il mio lato oscuro credo sia molto meno oscuro di quanto si pensi, anzi forse ne sono intimidito proprio per la sua banalità. Per questo, in fondo, finisco per parlare di serial-killer, ecc., per darmi un tono. I serial killer però mi annoiano; non ci trovo nulla di interessante in uno stupro, quanto meno nella sua lettura, farlo di persona è tutto un altro discorso… XD
      Scherzi a parte, davvero credi abbia un lato oscuro? O.O

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      • Certo che ce l’hai, ma forse non nel senso che intendi tu. Può darsi che il tuo lato oscuro sia che ti piacciono le margherite e i My Little Pony, chi lo sa, magari scriveresti degli Harmony da dieci e lode, o anche libri per bambini 😀

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  12. Sparisco, ma a volte ricompaio!
    Il mio immaginario… che dire è un mondo vinto, sopraffatto e soggiogato dal cinismo e da un senso di inevitabilità. Non esiste solo un protagonista, anche se io lo vorrei… non sai quanto sarebbe tutto più semplice, esistono diverse persone che portano avanti il carroccio. Queste persone vivono e vivendo crescono e cambiano. La vita li porta o a imporsi nel mondo, nella società, nello stato d’essere e tentano di cambiarlo, ma non sempre ci riescono.
    La vita è crudele e difficile, le persone anche, ma si combatte. Non bisogna fermarsi mai, anche se a volte mi hanno tacciato di essere troppo vittimista… alcuni personaggi, alcuni protagonista, ma quelle parole non volevano essere vittimiste, ma un eco, una preghiera per non arrendersi. Mai. Anche se la vita fa schifo.

    “Sono viva, respiro la tua stessa aria, calpesto la TUA stessa terra.
    Continuerò a lottare, a urlare al mondo e al mio popolo che io ESISTO, sono VIVA!”

    Secondo te, questo è personaggio vinto?

    Scusa per il tono lugubre, ma è un periodo strano, che mi porta a pensare… e il tuo pos, non so perché mi ha fatto riflettere su cosa scrivo. Non importa se scrivo fantasy, western, fantascientifico, stellare, noir o pinco pallo, alla fine il mondo creato, i vari meccanismi utilizzati, alla fin della fiera, nel profondo sono questi…

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      • Grazie, affascinante addirittura.
        Non so se ha e ho tante possibilità di farlo, ma ogni volta scrivo o penso un nuovo tassellino si posiziona. In giornate come questa esistono tante possibilità che il murettino crolli.
        Spero di no

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  13. Pingback: Lo scrittore allo specchio | Salvatore Anfuso – il blog

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