Laurana Editrice

Oltre il cancello…

Oltre il cancello si apre un cortile interno che conduce a un deposito. Io non lo so ancora che è un deposito, da fuori si vede solo una parete a vetri, ma Giulio tira fuori le chiavi e apre la porta. Entriamo.

Dentro scopro un luogo meraviglioso, pulito, pieno di libri. Neanche a dirlo mi precipito a guardarli. Copie di copie degli stessi volumi. Sembra di trovarsi nel magazzino di una libreria. Neanche il tempo di formulare il pensiero, che giunge una ragazza giovane.  Allunga una mano, il volto sorridente, e si presenta: Sara. Sara sta facendo uno stage come editor presso Laurana Editore, dice; è di casa, intuisco, e conferma che ci troviamo nel loro magazzino.

Tra i vari volumi, adocchio quelli scritti da Mozzi; lei adocchia la mia copia di Carver. Penso se sia il caso di mostrare interesse. Penso: se ne compro un paio magari mi sospetterà di ruffianeria. Penso: meglio aspettare, alla fine della lezione me ne intasco qualcuno.

Le mani però prudono; tanti libri e non poterli acquistare… Mi prende sempre una sorta di mania, il bisogno di possedere, quando mi trovo in un luogo del genere, ma ho una regola: mai acquistare più di un libro al giorno. Se non mi limitassi, mi troverei sommerso dai volumi. Compro più libri di quanti ne legga; la mia dannazione: non poterli leggere a colpo d’occhio.

Siedo al centro della stanza. Le sedie, comode, sono disposte in fila come in una sala convegni. Siedo con Carver in braccio e osservo i compagni di viaggio entrare in sordina, uno alla volta. La donna con i sandali (Lucia?) fa cadere l’ombrello. Lo tira su e questo casca di nuovo. A ogni colpo sembra che un tuono spacchi il cielo. La giornata si dispone alla pioggia. Lo riafferra di nuovo, scusandosi, ma con il sorriso, poi lo appoggia contro una colonna. Penso che a Mozzi non piace il verbo: sorrise. Penso: se devo scrive che un personaggio “sorrise” come devo fare? Penso: nessun mio personaggio sorriderà più…

Alla fine siamo in dieci, Giulio escluso. Tre uomini e il resto donne. Le donne leggono di più; le donne scrivono di più: la matematica non è un’opinione. Giulio ci vuole intorno a sé; non ama pontificare da una cattedra.

Davanti alle sedie c’è un grosso tavolo rettangolare. Aiuto Lucia ad affiancarne un altro. Adesso abbiamo spazio a sufficienza per tutti. Giulio siede in centro, come il Cristo, con le spalle rivolte verso la parete di libri, e gli altri si dispongono attorno afferrando e trascinando le sedie. Io sono l’ultimo, mi sono attardato per aiutare con il tavolo e per recuperare la mia roba, e guardo preoccupato la disposizione dei posti. I miei compagni, già seduti, intuiscono la mia esitazione e mi fanno spazio: sorridendo; ma Giulio indica i suoi fianchi, i posti ancora vacanti, e dice:

«Qui i buoni,» indicando la destra, «e qua i cattivi» indicando la sinistra.

Vincenzo, occhi azzurri dietro lenti spesse, è più vicino di me alla destra; la occupa. A me, come sempre, tocca il posto dei cattivi, ma conosco bene il ruolo. Alzo la sedia in alto, mentre passo, e Giulio tira giù la testa… Sono cattivo, in fondo, no?

Dopo aver ispezionato il luogo, ed esserci accertati delle cose importanti: la presenza di tanti libri; la presenza di un bagno funzionante; la presenza di un adeguato numero di sedie; la lezione può cominciare. Avverto un fremito percorrere le spalle dei presenti. La luce sembra attenuarsi. Il cielo, fuori dalle vetrate, è plumbeo. I miei compagni hanno i taccuini pronti e le penne in posizione. Io appoggio Carver sul tavolo, girato in modo che non si legga il titolo, e tiro fuori un quadernaccio. Mi accerto che la penna scriva; scrive. Poi inizia il giro di presentazioni.

«Perché siete qui?» chiede Giulio.

Ognuno ha le proprie buone ragioni. La prima mezz’ora scorre così. Quando tocca a me, e sono l’ultimo, dico che sto scrivendo un romanzo da 27 anni, senza riuscirci, ma che la cosa che mi ha spinto a decidere è la parola “fondamentale” nel titolo del corso: Corso Fondamentale di Narrativa. Lo dico con il sorriso, ma è un sorriso sardonico.

Mozzi sembra piccato, ma non lo so con certezza perché sono al suo fianco e per guardarlo in faccia devo ruotare il collo; forse è solo un mio timore. Lui incrocia le braccia e spiega che “fondamentale” è usato nel senso di “fondamenta”, cioè: un corso sulle fondamenta della narrativa. Gli credo sulla parola e lo scrivo sul quadernaccio.

Poi Mozzi si sfila l’orologio dal polso e lo poggia sul tavolo, davanti a sé, in modo da guardare costantemente il quadrante. Adesso la lezione inizia sul serio e le prime parole sono illuminanti. Ho la sensazione di aver speso bene i miei soldi, per una volta nella vita, un po’ come quando compri un libro: non sai mai se hai fatto bene finché non lo leggi; leggo, per rimanere in tema, e mi pare buono.

A ingaggia B per uccidere C, ma l’assassino si innamora della vittima.

Svelato l’arcano; era una vita che aspettavo che qualcuno me lo dicesse. Quella semplice frase è il punto zero; l’inizio della narrativa moderna; il nucleo di ogni storia narrata. Sento il canto degli angeli; sento le campane toccare a tempo; sento Mozzi parlare e la sua voce mi pare divina.

Mi hanno sempre insegnato che ogni storia inizia da una domanda: Cosa succederebbe se le macchine si rivoltassero contro l’uomo? (Terminator), ma è tutto sbagliato. Il nucleo narrativo si chiama: dispositivo drammatico; la mia fantasia galoppa. Una cosa semplice e geniale, il dispositivo drammatico è ciò che mi mancava per scrivere un romanzo.

Ecco perché mi blocco sempre a pagina 80 – penso.

Come tutte le cose “semplici” e “geniali”, il dispositivo ci apre opportunità immense e noi passiamo il resto della mattina a creare trame partendo da quell’incipit.

A è un gangster. C è la moglie del gangster. C vuole lasciare A perché non ne può più di quella vita. A teme che C, per fuggire, per liberarsi di lui, possa spifferare qualche segreto alla polizia. A ingaggia B per ucciderla. B è un killer professionista. B non fa parte della cerchia di scagnozzi di A, perché A non vuole essere coinvolto nell’omicidio. B però si innamora di C – in effetti è una gran bella donna – e ricambiato fugge con lei, in una nuova città. A però li trova e li uccide entrambi. Poi viene accusato di omicidio plurimo, omicidio passionale.

Ne inventiamo a ripetizione:

A è un padre anziano preoccupato per la vita inesistente e insignificante della figlia C. C è una ragazza molto malata, sofferente, e inguaribile. La sua non è una vita. A chiede a B, un giovane e brillante medico, di porre fine alle sofferenze di C. B crede che l’eutanasia sia un diritto, almeno per alcuni tipi di malati, ed è disposto a farlo. Ma quando conosce C, be’ capisce di non poterlo fare. Non si innamora di C in senso stretto, ma della vita stessa, dell’umanità, della propria coscienza. E si tira indietro. Anni dopo, al funerale di A, morto di vecchiaia, B incontra una C sanissima: è stata trovata una cura.

Dopo la sessantesima trama sento qualche stomaco brontolare. Se fossi cattivo, direi che è proprio quello di Giulio, ma benché sieda alla sua sinistra non sono così cattivo da dirlo… È l’una e mezza del pomeriggio. Le ore sono volate. Le facce sono stanche. Anche lo stomaco di Sara, alla mia sinistra, brontola. Sospendiamo la seduta e chini su noi stessi, in fila indiana, ci incamminiamo per pranzare.

Continua…

32 Comments on “Un magazzino molto speciale

  1. Pingback: L’inizio di un viaggio | Salvatore Anfuso – il blog

  2. Stupendo. Non mi si illuminava così la lampadina da quando al Liceo abbiamo imparato la proprietà transitiva: se A = B e B = C => A = C.
    Nel mio romanzo la tua equazione (o di Mozzi, diamo a Cesare quel che è di Cesare) non c’è. Volendo forzare la mano, posso dire che A ingaggia B per scoprire C, ma C cambia la vita di A e B. Non suona male, dai, vero? Mi promuovi?
    Io sarei rimasta al centro della stanza, incapace di mettere d’accordo la mia parte buona con quella cattiva su chi sia più preponderante delle due… beato te che sei EVIL da capo a piedi 😉
    Grazie di prenderti la briga di condividere con noi quel che impari al corso! Quando passi di qua ti offro un caffè!

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  3. Bravo il posto dei cattivi è il migliore. Ti consente delle libertà che da buono non potresti permetterti.
    In questo racconto il Carver tra le mani o il gesto di poggiarlo sul tavolo, è introspezione psicologica da narrativa pura. Mi domando se lo hai scritto per istinto o sapevi di doverlo inserire con consapevole precisione.

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    • Un po’ e un po’… Per istinto lo avrei scritto comunque, ma con l’età – e l’esercizio – inizia anche un po’ di consapevolezza. 😉
      Noto che hai una nuova foto! Mi sa che sei dimagrito… sbaglio?

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      • Immaginavo, ottimo. Perché scriverlo d’istinto significa cogliere il talento. Poi l’esercizio e l’acquisizione del mestiere amplificano le potenzialità. Tra l’altro in questo caso col libro potresti utilizzare anche la tecnica del “rimando”. Nei manuali di scrittura, effettivamente non l’ho mai vista suggerita. Mentre viene descritta di frequente nei manuali di sceneggiatura.

        Sulla foto. Ogni tanto occorre rinnovarsi, come il cambio di stagione. 😉 Sull’essere dimagrito, purtroppo no. Ho un filo di pancetta che sto provando a eliminare. Ma come le macchie di grasso, non vuol andar via… 😀

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        • Il rimando è quando un oggetto, un’azione o un evento, che appare come un qualcosa di marginale, in realtà assume una valenza di primo piano, di svolta per la trama, o semplicemente per rendere più prezioso l’intreccio, inserire scene divertenti, creare aspettative.

          L’esempio più famoso si ritrova nel film Ritorno al Futuro. Non so le lo hai visto. All’inizio del film il protagonista Martin (Michael J. Fox) e la fidanzata Jennifer si trovano seduti su di una panchina davanti alla torre dell’orologio. Mentre si stanno per baciare (e lo spettatore si aspetta il bacio) arriva una donna che li interrompe sul più bello. Sta raccogliendo fondi per la ricostruzione della torre dell’orologio distrutto da un fulmine 30 anni prima. La donna riceve la monetina e dà loro il volantino con la storia dell’orologio. Jennifer però adesso deve andare, scrive sul volantino il suo numero di telefono e Martin lo conserva in tasca.

          Sembra un episodio casuale, di poco conto. Ma in realtà il volantino è il rimando. La chiave per la svolta futura della storia. Quando Martin torna indietro nel tempo e resta bloccato nel passato perché alla macchina del tempo necessita di 1,21 gigawatt di potenza, un’energia inaudita per i loro tempi.

          Doc dice che solo la potenza di un fulmine possiede una tale energia. Ma nessuno può sapere dove e quando cadrà un fulmine.
          A quel punto Martin riflette e imperioso tira fuori il volantino. Lui lo sa dove e quando cadrà un fulmine. È scritto lì, sul foglio.

          Ma il film è pieno di rimandi in tutte le salse. Un rimando marginale è il cane di Doc. E’ lo stesso nel presente e nel futuro, cambia solo il nome dello scienziato. Un altro rimando essenziale del film è la foto. Una semplice foto di Martin con i suoi fratelli diventa l’elemento di tensione per capire se il tentativo di ripristinare gli eventi sta avendo successo.

          È una tecnica che mi piace, perché crea connessioni, o rimandi per l’appunto. Nel mio romanzo ne ho inseriti tre/quattro. Una come reiterazione di un oggetto. La reiterazione assume una valenza comica. Un’altra come elemento di aspettativa. Un gesto consueto che compie il protagonista maschile, viene riproposto in un altro contesto alla protagonista femminile. Lettore e lei, si aspettano che sia lui, in realtà l’aspettativa viene disattesa, è un altro. In questo modo si crea l’effetto elastico. La mancanza di lui viene tesa come un elastico, così quando riapparirà in maniera inaspettata, il rilascio di tensione emotiva sarà ai massimi livelli.

          Ecco, Carver messo in quel contesto, è già un rimando alla tua puntata precedente, quando lo leggevi sul treno. Ma è anche un elemento psicologico, in cui stringendolo in mano, in quel contesto che un po’ spaurisce, ti dà quel giusto conforto. Sembra una fesseria. In realtà, se tu avessi omesso di inserire il libro, il racconto sarebbe stato meno efficace. Questi sono anche gli elementi che io chiamo armoniche. La giustapposizione di armoniche, la loro qualità, contribuiscono ad arricchire l’intera narrazione con suggestioni ed elementi preziosi. Il lettore normale non coglie le singole armoniche, ma come in una composizione musicale percepisce l’armonia dell’insieme.

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          • Adesso è più chiaro. Non so le altre che hai citato, ma quello del fulmine (il film l’ho visto, ma non lo ricordo così chiaramente) è un esempio perfetto di prolessi. Si annuncia qualcosa che, nella storia così com’è disposta, avverà dopo. In un certo senso, nel mio racconto/cronaca, anche il “sorrise” è un continuo rimando. Tutti sorridono, ma il verbo “sorrise” non piace a Mozzi. Si crea un tensione indiretta, una sorta di conflitto maestro/apprendista. 😛

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    • No, o almeno non credo. Con cuore della storia io intendo (o almeno l’ho sempre inteso così) il senso che si dà a quello che si sta raccontando. Il dispositivo drammatico, invece, ha più a che fare con la struttura, cioè con la forma della storia. Serve a creare un mini intreccio su cui ragionare per dipanare la trama. Il nocciolo (o cuore, come lo chiami tu) e il dispositivo drammatico devono, secondo me, viaggiare di pari passo, ma non sono la stessa cosa. Più che altro si potrebbe dire che il dispositivo drammatico è il “cuore” della struttura. Una storia è fatta di un sacco di componenti (contenuti, dialoghi, significati, ecc.), ma anche di “colonne” su cui si regge. in pratica: se la devi raccontare, deve avere una struttura. Il corso di Mozzi per me è fondamentale proprio perché io sono un disastro nella progettazione di una struttura narrativa.

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      • Io invece mi intendo abbastanza di strutture perché ho studiato il viaggio dell’eroe per dritto e per traverso, il problema è che posso creare una scaletta perfetta, rispettare la suddivisione in tre atti a menadito, ma poi non riesco a rispettarla perché mi vengono sempre nuove idee.
        Ora però forse ho trovato la strada giusta 😉
        Perché non scrivi un post tecnico al riguardo? Sarebbe molto interessante.

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        • Per un po’ voglio evitare post tecnici. Anch’io ho studiato il viaggio di Vogler, ma non basta per progettare una buona struttura; anzi, in narrativa può essere addirittura controproducente. Il dispositivo drammatico è più semplice ed efficace.

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          • Ovvio che non basti, però secondo me è fondamentale, è l’unico manuale che uno scrittore dovrebbe leggere, perché dà proprio l’ABC… 🙂

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  4. È molto bello questo resoconto!
    Un solo dubbio. A me hanno insegnato che una buona storia ha sia l’interrogativo morale (Cosa accadrebbe se le macchine si rivoltassero contro l’uomo?) sia il nucleo narrativo (B è pagato da A per uccidere C, ma si innamora di C). Non so come si chiamino esattamente, ma è buffo che a volte salti fuori solo uno o solo l’altro. Forse ci sono storie più a interrogativo e storie più a intreccio?
    E poi a me il verbo “sorrise” piace un sacco, sopratutto se lo applico ai sorrisi da lupo di Holmes, che nessuno mai sa cosa sottintendano.

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    • Come dicevo a Chiara, sopra, il cuore della storia e il dispositivo drammatico sono due cose diverse. Non posso dirmi un esperto, ma credo che per la narrativa di genere può bastare anche solo un buon dispositivo drammatico – che comunque riempirai di contenuti -, mentre per un mainstream può essere più vero il contrario. Se dovessi esprimere un parere, anche secondo me, come dici tu, servono entrambi. E sono cose diverse, sicuramente. Mozzi, o chiunque altro al posto suo, non ti può insegnare nulla sul contenuto, quello ce lo devi mettere tu; quello che può fare è insegnarti come si racconta una storia, cioè: struttura.

      Perché ho scelto questo corso? Io non ho problemi a scrivere, nel senso di usare bene le parole e la struttura della frase; non ho problemi a inventare contenuti; ho un problema significativo a progettare la struttura narrativa. In questo, Mozzi, secondo me, è imbattibile. Se ti capita di leggere le “Favole del morire”, le prime trenta pagine sono un altro pianeta.

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  5. Mi piace questo dispositivo drammatico. Bisognerebbe trovarlo nelle storie che vi vengono in mente. Ora faccio i compiti per casa e vedo se lo individuo nella mia 🙂

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  6. Non è che poi Mozzi fa pagare il corso anche a noi? Tu porta a casa tutte le cose che impari, poi fai un corso tu e noi veniamo al corso. A sentire questa proposta Salvatore sorrise. 🙂
    Dai, Mozzi, non fare quella faccia: qui sorrise sta bene! L’ho ridetto…

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    • La mia intenzione era proprio quella di dividere la quota d’iscrizione con voi… Gentilmente, caro Hell, mi fornirebbe le sue credenziali bancarie? XD

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  7. E’ bello sentirti così preso. Deve essere un’esperienza molto coinvolgente. Ti confesso che in generale la figura del Maestro, così carismatica, mi inquieta un po’, a meno che non si parli di persone che considero illuminate dal punto di vista umano-spirituale. Forse a te suscitano inquietudine proprio quelle, dico bene? 😉

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    • Per intenderci: Mozzi non è un santone, non è un maestro di vita, non è una figura carismatica; è solo un uomo che conosce bene quello che fa.

      Sì, hai ragione, i santoni mi inquietano. 😉

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      • Quello che sento, allora, è solo il tuo estremo interesse verso la persona che ha molto da trasmetterti. Non c’è manuale che possa sostituire l’insegnamento umano, anche se il manuale sventa il rischio-santone (ce ne sono anche nella scrittura!).

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        • Il bello dell’insegnamento diretto è che si impara di più con l’osservazione e la pratica, che non dalla lettura di un manuale. 🙂

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  8. Mi piace questo gustarmi le lezioni di un maestro della narrativa de relato. Voglio provare anch’io ad applicare la regola del dispositivo al romanzo che ho già scritto: non sono sicura, però, di trovarne uno! Ma, poi, Mozzi, vi lascia dei compiti per casa? Esercitarvi, chessò, nell’immaginare una trama o già questo tuo resoconto narrativo rappresenta un’esercitazione?

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    • Sì, ci ha lasciato parecchi esercizi da fare (due in realtà, ma complessi) e diverse dispense da leggere. Vorrei avere più tempo… 😦

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  9. Pingback: L’ambizione dello scrittore | Salvatore Anfuso – il blog

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