L’inizio di un viaggio


Corso fondamentale di narrativa

Davanti alla stazione

Ore sette e trentaquattro di un sabato mattina. Porta Susa, una delle tre stazioni di Torino, un agglomerato futuristico di acciaio inox e vetro temprato, è prevalentemente deserta, sonnacchiosa. Pochi viaggiatori sostano davanti al cartellone digitale delle partenze. Fra loro: io.

Sto per intraprendere un viaggio. Non mi porterà lontano in termini di distanze chilometriche, ma su un altro pianeta in termini di speranze per il futuro. È la prima volta che un viaggio mi trasmette una sensazione del genere.

Siedo su una panchina ghiacciata in lega leggera, proprio difronte ai binari del treno, e penso. Penso se ne valga la pena; penso se sono abbastanza bravo; penso se lui, il mio interlocutore, lo è. Nel suo caso, ma anche nel mio, abbastanza non è sufficiente.

Una signora si siede a fianco a me. Mi chiede se scendo a Vercelli. Ha un foulard marrone che le copre il capo e una cicatrice ormai livida che le taglia verticalmente le labbra fino al mento. Una linea retta così precisa che sembra segnata con un righello. Le rispondo che scendo a Milano; pare delusa. Si alza a fatica, si avvicina al distributore di vivande alla nostra sinistra e si compra una Coca-Cola.

In quel momento una voce metallica annuncia il treno in entrata. Pochi secondi dopo lo vedo scorrere davanti a me. È il momento, il tempo presente per eccellenza. Se salgo: qualcosa cambierà. Se mi giro e torno indietro: rimarrà tutto uguale. Salgo.

Siedo sull’unica poltrona singola che ho trovato, l’unica sul vagone che mi è capitato in sorte. Tra gli altri compagni di viaggio non c’è la signora; eppure il treno ferma a Vercelli…

Un ragazzo arriva dalla direzione opposta; è magro e nervoso. Getta uno zainetto floscio su una poltrona vuota dall’altra parte del corridoio, proprio nella mia stessa fila, e si siede su quella difronte. Lo zainetto resta lì, ignorato. Lui incrocia le braccia e guarda fuori. Le sopracciglia contratte. L’espressione dura. Poggia i piedi sul sedile davanti, quello su cui si trova lo zainetto, premendoli contro il bordo imbottito della poltrona. Penso che non lo dovrebbe fare. Penso: chissà cos’ha calpestato con quei piedi? Penso: qualcun altro si siederà prima o poi sul quel sedile…

Il treno parte. Ignoro il ragazzo e tiro fuori Carver. Leggo; ogni tanto alzo lo sguardo e osservo il paesaggio. La campagna è una distesa di campi arati, di trattori sfatti sul bordo di strade polverose, e di fienili cadenti… Carver è simpatico però; parla di amore, ma lo fa con tristezza.

Il treno si ferma a Vercelli. Salgono una coppia di anziani e una ragazza bionda. La coppia si piazza di fronte al giovane nervoso, il quale fa lo sforzo di tirare giù i piedi e recuperare lo zaino. La signora si siede proprio difronte a lui, mentre il marito tira su a fatica una sacca che pare floscia. La vuole piazzare sulla pensilina sopra i sedili. Le braccia gli tremano per la fatica. Lui piega le ginocchia e, in uno sforzo ginnico, si stende come una molla rallentata. Penso: la mancherà… Penso: gli scivolerà giù, cadendogli in testa. Penso: però… bel gesto atletico, da giovane sarà stato uno sportivo. La borsa sorprendentemente si infila alla perfezione tra la pensilina e la volta del vagone. Sporge leggermente, ma il successo è garantito.

La bionda trascina un trolley alto quasi quanto lei e un cagnetto dalle dimensioni ridicole. Non ci pensa nemmeno a imitare l’anziano; si tiene il trolley vicino, imbraccia il cagnetto, e si siede difronte a me. Mi immergo in Carver.

Il cagnetto, comodo sulle gambe ossute della ragazza, coperte dai jeans, non abbaia. In effetti non fa nulla che non sia tremare. Il cagnetto indossa una giacchetta di cotone grigio. La sua padrona prende un lembo della giacchetta e glielo tira su, fin sopra la testa, coprendola. Mi accorgo che quel lembo di stoffa è un cappuccio, come la felpa di un rapper. Adesso il cagnetto mi ricorda un’imitazione hip hop di Splinter – il ratto maestro di arti marziali –, quello delle tartarughe ninja. Il cagnetto non trema più; tremo io, per trattenere una risata.

Vercelli dista poco da Milano, in treno almeno. La ragazza ossuta e appariscente passa il tempo truccandosi. Non capisco come ci riesca; viaggiando il treno vibra. Alcuni sobbalzi sono più violenti di altri. Penso: si cecherà un occhio nel tentativo di spalmare il rimmel sulle ciglia… Penso: disegnerà una perfetta curva viola sui denti nel tentativo di lustrarsi le labbra col rossetto… Penso: però… dev’essere una professionista, gli scossoni non gli fanno un baffo.

Stazione centrale: Milano, megalopoli virtuale del vivere moderno; del tutto e del niente. Fuori dal treno, la folla mi investe. Resto stordito dalla presenza di tante persone. Resto stordito dalla presenza di tante razze. Resto stordito dalla presenta di tante giovani chiappe. A Milano le ragazze sono tutte magrissime… i jeans disegnano curve insospettabili. Ne seguo una, sperando mi porti fuori da quel bordello.

Fuori da quel bordello, il cielo non è limpido. Forse sono a Londra; quasi, quasi piove. Le chiappe sono sparite, confuse fra la folla. Davanti alla Stazione Centrale la folla è oceanica. Le persone sembrano ovunque, per una volta più numerose delle automobili. Alcune si muovono in fila verso destinazioni precise, come flussi di corrente sul fondo dell’Atlantico. Mi immergo in uno di quei flussi e imbocco una strada laterale.

Solo, adesso sono solo. Mi trascino a destinazione. Lo stabile è facile da trovare; un cancello carcerario ne blocca l’entrata. Difronte, sull’altro marciapiede, una coppia di soldati mi guardano. Imbracciano il fucile d’ordinanza. Una camionetta militare è parcheggiata lì accanto. Alzo le mani e mostro la copia sgualcita di Carver. I soldati si guardano fra loro, poi mi voltano le spalle.

Sul campanello d’ottone cerco: Laurana Editore. È l’ultima in basso; suono.

«Sì, chi è?».

«Salve. Cerco il corso di narrativa, sono in anticipo?».

«Attenda. Arriva un uomo».

Mi siedo su puffo di cemento, a lato del cancello. E attendo. Per passare il tempo leggo Carver: un uomo beve; una donna tenta il suicidio; lui ha tradito lei; bevono entrambi… una tipica storia americana.

Arriva una donna. No, non nel libro. Arriva sul serio. Indossa sandali senza calze; guardo il cielo e una goccia mi colpisce la fronte. Mi tiro su e mi presento; anche lei viene per il corso. Si trascina un ombrello chiuso quasi più alto di lei, ma indossa i sandali. Mi stringo nella giacca: sento freddo.

Neanche il tempo di presentarsi, che giunge un uomo. Questa volta dal cortile. Ha la barba di tre giorni e capelli scombinati. Non ci prova neanche a coprire la calvizie, tanto non gli riuscirebbe. Sorride e ci apre; mi guarda timidamente mentre allunga una mano. Io dico il mio nome; lui il suo: Giulio.

Strano, – penso – lo facevo più alto.

Continua…

15 Comments on “L’inizio di un viaggio

    • Io la conosco abbastanza poco invece, e ne sono un po’ intimorito… Poi ti racconto meglio, ma sono finito in un albergo grazie al quale ho potuto aggiungere nuove sfumature al capitolo sul carcere del mio libro… 😛

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  1. Visto che l’hai scritto sotto forma di racconto, ti dico quello che per me non va 🙂

    Perché mostra il libro ai soldati? E poi, stando dall’altra parte della strada, non avrebbero nemmeno capito cos’era.
    Dialogo: “Arriva un uomo”? Di solito si dice “arriva una persona” 🙂
    E poi perché chiede se è in anticipo? Dovrebbe sapere a che ora si tiene il corso.

    Buona lezione 🙂

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    • Mostro il libro perché ce l’ho in mano…? E poi a un fucile, uno scrittore, come vuoi che risponda? XD
      Dice: “Arriva un uomo”, perché doveva arrivare un uomo… Mozzi, appunto.
      Si chiede sempre se si è in anticipo, una forma di educazione per non sembrare un “rompi balle”.

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    • Grazie Marco. 🙂
      Per i compiti, devo prima chiedere a Mozzi se ne posso parlare. Non credo ci sia nulla di male, ma non li ho ideati io.

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  2. Bello, avrei preferito che si chiudesse il cerchio, ma se il racconto continua aspetterò fiduciosa…
    mi riferisco in particolare alla tizia con la cicatrice, penso che dovrebbe ricomparire, anche se non accadrà nella realtà.

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  3. Pingback: 5 tecniche infallibili per scrivere un romanzo di successo | Salvatore Anfuso – il blog

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