Il romanzo che scriverei


il mio primo romanzo

… quando deciderlo è meno facile che farlo

Alcuni (degli aspiranti scrittori) sono convintissimi, non hanno alcun dubbio su ciò che vogliono scrivere. Non si abbattono, non cambiano idea, restano fedeli all’intenzione originale fino a quando non giungono a completare il romanzo. La parola fine, al fondo, suggella il patto. Altri, probabilmente il sottoscritto, continuano a promettere a se stessi di scrivere un romanzo, prima o poi… ma per un motivo o per l’altro non lo fanno mai. Oggi vorrei parlare proprio di questo, con un occhio di riguardo alla seconda categoria di “speranzosi” scrittori. La domanda da cui parto per scrivere questo post è semplice e istintiva: com’è il romanzo che scriverei?

Perché iniziamo a scrivere?

Prima di affrontare il vero nocciolo del discorso, cioè la scelta della storia, inizio con il chiedermi se all’interno della vastissima categoria di coloro che aspirano a scrivere un romanzo (e qui sì, che l’aggettivo aspirante è doveroso), si possono distinguere delle sotto classi, dei parziali con differenze anche marcate fra loro. Io ne intravedo almeno tre:

  1. Coloro che aspirano a scrivere un romanzo;
  2. Coloro che aspirerebbero a scrivere un romanzo;
  3. Coloro che devono scrivere un romanzo.

I primi, si presume, hanno qualcosa da dire, una storia da raccontare, e vorrebbero farlo nella forma del romanzo. I secondi sono affascinati dall’idea in sé di scrivere un romanzo. I terzi credono, con torto o ragione, di avere un talento è considererebbero uno spreco non sfruttarlo.

Come spesso accade nella vita, le “categorie” hanno confini sfocati; confini che finiscono per intrecciarsi e confluire fra loro. Probabilmente la verità sta in un’amalgama di tutte e tre le tipologie.

Senza esprimere giudizi di sorta (ognuno faccia i conti con se stesso), scrivere un romanzo per dovere, che si abbia talento o meno, è sempre un pessimo modo per iniziare qualcosa. Proprio Chiara, in una mail, mi faceva notare che uso spesso la parola: dovere. Io racconto a me stesso che al dovere non ci si può sottrarre, mentre il volere (leggi: forza di volontà) è sempre un po’ cagionevole.

È vero che ritengo di avere talento, tralasciando in quale forma o quantità, e probabilmente in un qualche momento della mia vita scrivere un romanzo l’ho anche visto come un dovere. Un dovere verso me stesso. Non lo ritengo un male in assoluto, la spinta inerziale di una convinzione del genere è molto forte e sono sicuro che molti scrittori di successo sono passati per questa stessa strada, ma alla fine non credo sia la verità. O quanto meno, non credo sia tutta la verità. Scrivere, che lo si voglia ammettere o meno, è faticoso. Non basta pensare di avere un talento e ritenere di sprecarlo se non si scrive un romanzo. Questa se mai può essere una motivazione a posteriori, quella cioè che ti fa continuare a scrivere; non quella che ti fa iniziare però.

Il fascino di vedere il proprio romanzo, addobbato di una bella copertina, dietro la vetrina di una libreria irretisce e istiga molti di noi. C’è nella realizzazione di un romanzo un insieme di più sentimenti: vanagloria, realizzazione, soddisfazione, eccetera. Tralasciando l’ego, alla fine però cosa resta? Se escludiamo tutto ciò che riguarda la realizzazione di sé, quel che resta è una grande fatica. La fatica deve avere motivazioni forti. Uno sportivo che si allena per le Olimpiadi, lo fa per ego (realizzazione, vanagloria, ecc.), per la convinzione di avere un talento (che sarebbe un peccato sprecare), ma forse anche per il piacere che l’allenamento e la competizione in sé gli danno.

Il piacere, procedendo a ritroso, è la spinta della prima categoria, ma come abbiamo visto, spesso uno scrittore, come un atleta, custodisce in sé tutte e tre queste motivazioni. Tutti noi pensiamo di possedere un talento, altrimenti non inizieremmo neanche, e tutti noi siamo irretiti dal fascino che un nostro manoscritto finisca dietro una vetrina (piuttosto che in un cassetto). Probabilmente tutti noi proviamo anche piacere per la scrittura in sé, per il raccontare storie in formato tascabile. Quindi non esistono categorie di persone, solo livelli diversi di convinzione.

Gli scrittori scrivono. Questa è la verità e alla fine la motivazione per cui lo si fa non distingue gli individui, ma le storie. La predominanza del piacere (sul dovere e sull’ego) ci farà scrivere una storia che appassiona molto noi, ma appassionerà anche i lettori? La predominanza del dovere, ci spingerà a scrivere storie che abbiano un occhio di riguardo verso la soddisfazione del lettore, ma saremo in grado di fargliele piacere davvero, di coinvolgerlo se non ne siamo coinvolti noi? La predominanza dell’ego, ci farà scrivere storie che parlano molto di noi, ma interesseranno a qualcuno? La sottile differenza fra un romanzo di successo e uno che si poteva pure evitare di scrivere passa tra un generale equilibrio di queste tre spinte.

La storia si sceglie

La maggior parte delle persone è convinta di scegliere ciò che scriverà. In effetti, quando si scrive un romanzo, c’è tutta una fase dedicata alle scelte. Bivi davanti ai quali imbocchiamo una strada piuttosto che un’altra. Personaggi che hanno caratteristiche e un background che ben si adeguano alla trama. Ambientazioni con alcune peculiarità essenziali per la storia che stiamo scrivendo. Ma tutte queste scelte sono posteriori alla decisione di scrivere una storia. Ho usato il termine decisione. Scegliere di scrivere un romanzo, al posto di un altro, è una decisione?

Scegliere di scrivere è sicuramente una decisione: o lo si fa, o non lo si fa. La storia che scriveremo, invece, è un’atto di fede. Come puntare una fish alla roulette: si spera di azzeccare il numero giusto. Lo si può fare chiudendo gli occhi e puntando; lo si può fare a seguito di complicati e bizzarri calcoli matematici; lo si può fare spinti da una forte convinzione, quasi una premonizione, che nasce da dentro. Oppure si può puntare sul numero che ci piace da sempre, semplicemente.

Come noterete, tutti questi esempi hanno un loro riflesso ben distinguibile anche nella scrittura. Ci sono scrittori che scelgono la storia da scrivere a casaccio; altri che ragionano sulle preferenze di mercato; altri ancora sentono la storia spingere da dentro. Hell l’ha chiamata urgenza. L’urgenza di scrivere porta con sé un’immagine forte, anche romantica, struggente, ma non significa un cazzo. Io, al mattino, dopo aver finito di scrivere le mie 500 parole, ho urgenza di lavarmi e vestirmi per correre in ufficio, ma questa urgenza non mi dà alcuna spinta a scrivere un romanzo. Probabilmente farò pure tardi a lavoro…

Allora? Come si sceglie una storia? Alla fine di questo post, credo che la domanda giusta da porsi sia: che romanzo scriverei io? Be’, non so voi, ma io scriverei un romanzo bello da leggere.

Alla fine, chi decide?

Se pensate che questo post sia una truffa: è così. Se pensate che io sia un maledetto bastardo: anche questo è così. Intanto vi ho fatto arrivare fin qua. Da qui in avanti, però, alla domanda dovete rispondere voi, cari followers: che romanzo scrivereste?

38 Comments on “Il romanzo che scriverei

  1. Ciao Salvo, grazie per la citazione. Io credo che la differenza fra “dovere” e “volere” sia soprattutto a livello psicologico. Le parole (e noi che siamo scrittori lo sappiamo molto bene) hanno un potere, che lo vogliamo o no. Il corpo, a livello inconscio, reagisce di conseguenza.
    Un esempio calzante, tratto dalla mia vita quotidiana, è questo: io fumo un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno da circa quindici anni, e non sai quante volte mi sono ripetuta che DEVO smettere. Cinque anni fa, io e Beppe avevamo deciso di darci un taglio insieme: lui ce l’ha fatta, io no. E il risultato è che ora gli dà fastidio l’odore e devo andare sul balcone.
    Da qualche mese, ho iniziato a dire che VOGLIO smettere: per la salute, per l’estetica, perché con i soldi che risparmierei potrei comprarmi un paio di scarpe al mese. Anche se non sono ancora arrivata al taglio netto, mi accorgo che mi piace molto meno, ho ridotto notevolmente il numero di sigarette, sono quasi certa che mi sveglierò una mattina e mi accorgerò che fumare fa schifo.
    Tutto avverrà spontaneamente, si tratta di una mia scelta. Il termine dovere invece mi fa pensare a un obbligo imposto dall’esterno o dal censore interno, qualcosa di non sentito in maniera autentica.
    Per la scrittura vale lo stesso principio tuo, ma con una differenza: io VOGLIO scrivere perché ho una propensione naturale (chiamalo talento, se vuoi) per la scrittura fin da quando ero bambina, e credo che sia un diritto delle persone esprimere al 100% la propria personalità, senza essere invischiati in attività e routine che costringono a un’esistenza mutilata. Persino il mio capo si è accorto di come certe mansioni meccaniche e ripetute mi stressino, e mi facciano sentire inadeguata, infatti nell’ultimo periodo mi ha assegnato compiti più creativi…e sono felice come una pasqua!
    Ecco: io scrivo per questo motivo. La motivazione forse è simile alla tua, ma cambia il concetto con cui abbiamo deciso di esprimerla.
    Per quel che riguarda la storia da scrivere, io scriverei quella che sto scrivendo, e basta. Sono nata con un’idea, ora ho per le mani un’opera completamente diversa, ci sono tante cose ancora da definire ma non mi dispero, sono felice, ho voglia di andare avanti a prescindere. a volte penso a come potrebbe reagire il lettore davanti a questa o a quella scena, ma adeguare il tiro non è una forzatura, al contrario è un gioco divertente, nonché un esercizio tecnico.
    Non ho scelto questa storia per ego: non parla di me, non ci sono personaggi che mi somigliano, forse rappresento un mondo che in parte conosco, ma non credo che il punto sia questo. C’è qualcosa che voglio comunicare, con questa storia. Cosa sia, lo scoprirò strada facendo. 🙂

    P.S. Visto che mi stai facendo stalking per leggere qualcosa di mio ho avuto un’idea. La focalizzo, e poi ti scrivo. 🙂

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    • Tu hai per le mani ancora qualcosa di mio, invece, se non ricordo male… 😀

      Scherzi a parte, hai espresso esattamente quello che intendevo, solo che nel mio caso trovo una spinta maggiore nel “dovere” che nel “volere”. Anche perché, alla fin fine, il “volere” si accoppia molto spesso con il “piacere”, e per quanto scrivere “deve” essere un’attività piacevole e non forzata, io ho un’indole pigra e se lascio fare alla “voglia” finisce che non scrivo proprio per nulla. Nulla di costruttivo almeno.
      Ci sono scrittori che scrivono per sé e poi, a un certo punto, per puro caso, vengono scoperti. Irvine Welsh è uno di questi. Ma sono casi rari.

      Dici: “C’è qualcosa che voglio comunicare, con questa storia. Cosa sia, lo scoprirò strada facendo.” Il concetto è proprio questo: scoprirai che romanzo vuoi scrivere solo quando sarai giunta a capire cosa vuoi comunicare con la storia che stai già scrivendo. Avevo già in mente di scrivere un posto proprio su questo argomento, ci tornerò nei prossimi giorni. 🙂

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      • Aspetta, non voglio essere fraintesa: la premessa c’è. Ho una domanda di fondo (“cosa rende una persona veramente libera?”) e ho anche una risposta, che si svelerà solo alla fine. Però mi rendo conto, strada facendo, che ogni singolo paragrafo offre spunti sempre nuovi. Quindi il significato globale, secondo me, non è ancora esplicito, e forse lo sarà solo dopo l’ultima revisione.
        Ho una scaletta, sto aggiornando quotidianamente un file Excel con i dettagli della progettazione, ma tutto questo non è un vincolo, ma una guida.

        Per quel che riguarda il rapporto dovere/volere/piacere c’è un detto che dice “chi ama il proprio lavoro, non lavora nemmeno un giorno nella vita”. è per questo che, nella scrittura, il dovere non mi serve. Certo, a volte ho la necessità di mettermi sui giusti binari quando tiro troppo la corda, però in linea di massima è una cosa che faccio spontaneamente, senza nessuna imposizione o costrizione interna. è la mia libera scelta, che si oppone alla timbratura del cartellino … Se riuscissi a vivere così anche il mio “lavoro vero” diventerei direttore generale! 😀

        P.S. Lo so che ho il tuo racconto, però voglio far le cose per benino, senza fretta. è un momento quasi drammatico, fra il libro, il blog e il racconto da revisionare, anche perché ci sono stati quei cambiamenti sul lavoro di cui ti ho accennato in mail… però abbi fede! 🙂

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        • Voglio inoltre aggiungere che io NON scrivo per me stessa nell’attesa di essere scoperta, anzi: ho dei progetti per il mio romanzo, e per il mio futuro letterario, ma vivo tutto con una grande serenità. Ho fiducia nella storia che sto scrivendo e so che può funzionare. Questo mi basta come spinta per andare avanti. 🙂

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  2. Ho abbanonato il mio 3 volte e altrettante l’ho ripreso. Lo scrittore sceglie la storia da scrivere, è vero, ma è anche la storia a scegliere lo scrittore, perché lo attrae. Ecco, io posso dire che la mia storia mi attira a sé, mi piace come idea e continuo a essere affezionato a quell’idea e a quei personaggi.

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      • È una storia nuova, prima di tutto, e non è facile scriverla, perché è piena di collegamenti. I personaggi spaziano fra tante epoche, immaginarie e non. Ecco perché non voglio abbandonarlo.

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        • Sul computer ho un postit da tempo immemorabile, dice: “Nessuno la scriverà al posto tuo!”.
          A te la storia che stai scrivendo ti piacerebbe leggerla, giusto? Magari se qualcuno l’avesse già scritta, ti avrebbe fatto un favore perché potresti stare seduto in poltrona a leggere felicemente, invece che sbatterti a scriverla… Forse stai aspettando che qualcun’altro la scriva al posto tuo. Ma sai una cosa? Nessuno lo farà. Tocca a te, bello.

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  3. Capisco molto bene quel che dici.
    Ma tra le due paroline magiche: dovere e volere, aggiungerei “necessità”.
    Io a 20 anni pensavo che avrei fatto lo scrittore. Non è passato giorno che non avessi questa consapevolezza, ma nei 20 successivi ho fatto altro.
    Fino a quando ho compreso che scrivere era diventata una necessità.
    Nell’ultimo anno ho scritto e revisionato febbrilmente il mio romanzo. E adesso che l’ho affidato all’editor e mi ha detto che per valutarlo passerà un mese, mi son sentito di colpo svuotato.
    Un mese non è poi tanto, ma mi son detto adesso cosa ca…volo faccio per un mese?
    Dopo due giorni di smarrimento ho capito. Scrivo.
    Ho tirato fuori le storie accumulate e ne ho scelte tre. Delle tre, una e la scrivo.
    Mi viene in mente una scena de: il buono il brutto e il cattivo del mitico Sergio Leone.
    Il brutto sta facendo il bagno in una tinozza. Un rivale lo sorprende con pistola in pugno e inizia a sviscerare tutte le ragioni per le quali lo vuole ammazzare. Il brutto tira fuori la pistola dalla tinozza, lo uccide, e dice al cadavere: Quando c’è da sparare si spara, non si chiacchera.
    Ecco, io sono arrivato a quel punto, quando c’è da scrivere si scrive.

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    • Io ho iniziato a scrivere a 10 anni. L’ho fatto senza la consapevolezza di voler fare lo scrittore, semplicemente mi piaceva, ne ero attratto. Da allora sono passati 27 anni… La gavetta è certamente lunga. 😉

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  4. Io ho l’impressione di inciampare nelle storie. Faccio un passo e ops… Ecco lì una storia per terra da raccogliere. A quel punto, però, è come portarsi a casa un cucciolo. È un’adozione, va nutrita, cresciuta, portata a spasso… Ecco, mi sento una “grattara di storie” le trovo, le porto a casa e me ne devo fare carico, fino a dar loro una forma concreta. C’è una gran parte di dovere in questo e poca scelta. Io non sono mai riuscita a dir di no a un gattino abbandonato (infatti tra me e mia suocera al momento diamo asilo a 4 gatti…), figuriamoci se riesco a dire di no a una storia!

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  5. Ho l’urgenza di scrivere un romanzo che parla di un aspirante scrittore che vorrebbe scrivere un romanzo ma dopo aver scritto di notte 500 parole ha l’urgenza di andare al lavoro alle 8 di mattina, così tutte le notti inizia un nuovo romanzo che è costretto a interrompere dopo 500 parole. Per tre anni scriverà incipit di 500 parole e diventerà famoso per questo andando a fare conferenze in tutto il mondo per spiegare agli aspiranti scrittori che si può diventare famosi anche se non si ha l’urgenza di scrivere un romanzo tutto intero, bastano 500 parole di incipit e poi è il lettore che deve immaginarsi tutto il resto del libro.

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  6. Il problema di quale romanzo scrivere di solito non mi si pone. Non ho una mente pullullante di idee, e le poche che mi vengono le passo subito al setaccio. Se non mi convincono le mollo, fiino a quando ne trovo una che sopravvive alla sfida, e allora mi ci butto a pesce. Non mi è mai capitato di avere due o più storie in simultanea che scalpitassero per essere raccontate. 🙂

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  7. Io mi metterei nella prima categoria di aspiranti scrittori, che hanno UNA storia da raccontare ed è quella. Il romanzo che scriverei se non fosse stato già scritto è “The Beach” di Alex Garland (il libro è anche più bello del film). Diciamo che se sapessi scrivere un romanzo così mi potrei definire soddisfatta 🙂
    Per quanto riguarda la tua situazione, forse non è colpa della storia se non hai ancora finito un romanzo. Dai la colpa alla storia, dici che non è quella giusta, ma hai provato a pensare se questa sia solo una scusa per non affrontare la montagna di difficoltà insite nel tentativo di raccontare qualsiasi storia?

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    • Non ho mai dato colpe alle storie, in fondo di racconti ne scrivo. Il motivo per cui non scrivo un romanzo (completo), invece, è chiarissimo: non mi sento ancora all’altezza di scrivere un romanzo. Non come vorrei almeno. Tutte le storie sono buone e meritano di essere sviluppate e scritte; tutte le persona (scrittori e non) possono mettere insieme trecento pagine. A me questo non interessa. Non è questo che voglio. Quello che voglio sto iniziando a capirlo…

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  8. Prima avevo idee diverse, scrivevo per esprimere una me stessa ancora in divenire, il mio primo libro è stato concepito a 26 anni circa, ero molto più giovane e vivevo una realtà che ormai non mi appartiene più. Adesso voglio scrivere una storia che mi sta a cuore, per potere ancora una volta esprimere la me stessa che sono diventata, ma, paradossalmente, la maturità mi sta facendo incontrare difficoltà maggiori nella organizzazione delle idee, come nell’importanza da dare ad alcune idee rispetto ad altre meno efficaci.
    Scrivere resta un’attività faticosissima, perché la forza di volontà non è mai sufficiente e tutti i vari fattori entrano in gioco condizionati da altri (piacerà? venderà?). Alla fine,vorrei dire che mi piacerebbe scrivere una storia che possa incontrare il favore del pubblico, ma mi ritrovo a scrivere una storia che regala soddisfazione prevalentemente a me stessa.

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    • Non credo esista qualcuno che possa dire, in senso assoluto, come si scrive un romanzo, cioè che caratteristiche debba avere, se deve soddisfare solo lo scrittore, oppure il plausibile pubblico. Questo significa che non esistono regole in assoluto. Come si fa? Semplice: quello che si sente come giusto per sé. Se son rose, fioriranno.

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  9. Siamo nati per rincorrere la perfezione,non per perseverare nell’errore (anche se facciamo meglio la seconda cosa).. Non possiamo sottrarci ai nostri limiti, ma possiamo limitarne i danni (scusate il bisticcio di parole).

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    • Ma la perfezione non esiste (neanche in campo divino) e spesso l’errore è ciò che rende peculiare qualcosa. E “peculiare”, in alcuni casi almeno, va a braccetto con “gradevole”. Per intenderci: se un mondo perfetto sarebbe un luogo probabilmente noioso in cui vivere; allora un libro perfetto potrebbe esserlo altrettanto: noioso da leggere.

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  10. Per fortuna, nell’arte il criterio di perfezione sfugge a qualunque definizione, perciò quello che può essere noioso per una persona, può essere eccezionale per un’altra. Come dico spesso, l’arte è la massima espressione della libertà.

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    • Ciao Maria, benvenuta nel mio sito. L’arte è la massima espressione di libertà, è vero; però è altrettanto vero che esiste un bello e un brutto universali. 🙂

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  11. Mi dispiace di dover dissentire: non esiste mai niente di logico e matematico nella valutazione di ciò che è bello e ciò che è brutto. Esiste ciò che piace ( e mai a tutti) e ciò che NON piace (e mai a tutti).

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    • Una bella cascata piace più o meno a tutti, anche se di sesso, nazionalità, religioni, usi e costumi diversi. Quindi c’è!, un bello universale. Come c’è un bello universale, esiste anche un brutto universale: restando nell’editoria, un libro completamente sgrammaticato, scritto con uno stile incerto e una trama indefinita, piatta, è un brutto universale, no? Quindi esistono, è un dato di fatto. E in questo la matematica, o la logica, da te citate, non hanno niente a che fare. Si tratta sempre di questione di gusto, ma ci sono cose che piacciono a tutti, cose che non piacciono a nessuno (mangeresti letame?) e cose che possono piacere o non piacere ad alcuni.

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      • Non è per polemizzare ma mi sembra che non ci siamo spiegati. Qui si parla di arte (credo) e in questo specifico ambito è il gusto che comanda. A me, per esempio, non piace assolutamente Stefen King, eppure sembra che possa contare su un plebiscito di fans. Un testo sgrammaticato ma comunque profondo lo preferisco ad una serie infinita di colte parole che mi conciliano il sonno.E poi chi decide ciò che è piatto e ciò che è interessante? E’ comunque una questione di punti di vista.

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        • Nessuna polemica, Maria, sto solo cercando di spiegare un punto di vista che evidentemente ti risulta nuovo. Vedi, è proprio perché parliamo di arte, o, se preferisci, a maggior ragione, che il gusto non centra nulla mentre centra tutto la bellezza o la sua mancanza. Un dipinto può non piacerti, perché non è di tuo gusto, ma se è un bel dipinto, al di là del gusto individuale, è comunque un’opera bella. Mi spiego? Per i libri vale lo stesso. Io, ad esempio, non ho mai superato pagina 60 di Cent’anni di solitudine. Non riesco a leggerlo. Lo trovo noioso e prolisso. Non rientra in alcun modo nei miei gusti. Tuttavia è un’opera bella. Un libro sgrammaticato e mal scritto, anche se dice cose che possono piacerti, rimane comunque un brutto libro. Nell’arte, il bello, è tutto. Il gusto personale, invece, non è niente.

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        • Maria, un testo sgrammaticato non è arte. Non ha nulla di profondo. Se inizio a leggere un libro e trovo errori grammaticali uno dietro l’altro, lascio perdere: quello che scrive non è uno scrittore, ma un ignorante.
          Stephen King può anche non piacere, e infatti non piace a tutti, ma non scrive in modo sgrammaticato. Inoltre è letteratura di consumo in gran parte, che se da un lato potrebbe non avere nulla di profondo, dall’altra lascia comunque qualcosa ai lettori.
          La conoscenza della lingua e della grammatica sono le basi per la scrittura. Se diciamo che un testo sgrammaticato può andar bene come romanzo, allora dobbiamo dire che chi non sa disegnare può dipingere quadri.
          L’arte, per essere definita tale, è una qualità che non tutti possono avere, altrimenti non sarebbe più arte,

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  12. Il romanzo bello da leggere l’hai già cominciato. C’è una trama che hai suggerito (ma non ricordo in quale blog) che comincia con un incubo. Se accetti un consiglio, falla proseguire con una serie di incubi uno diverso dall’altro dove il protagonista smarrisce il senso della realtà ed ogni volta è convinto di essere tornato alla normalità, ma l’unico filo conduttore è il dolore fisico del quale non riesce a cogliere l’origine. Un processo dove le allucinazioni si susseguono fuori dal controllo della ragione, come incastrate in un gioco di “matrioske” . Solo alla fine un braccio inerte e bianco con una siringa ancora infilata nella vena gli fa comprendere di cosa è schiavo, cosa tiene in ostaggio la ragione: un’overdose. Il resto della storia, se ti piace, puoi tranquillamente immaginarlo tu. ne hai le capcità. Il mio è solo un timido consiglio.

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  13. A DANIELE: ho usato un paradosso per far capire che probabilmente se la forma non è impeccabile, può darsi che uno scrittore abbia comunque dei contenuti che non trovo scialbi. Per carattere, guardo alla sostanza: è ovvio che la forma si può perfezionare, ma se non c’è solidità, un romanzo non ha senso di esistere.

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