Scrittore

…quando pubblicare è alla portata di tutti

Si scrive per il piacere di farlo, o almeno ce lo raccontiamo spesso, e in alcuni casi è anche così, ma si scrive anche per il piacere d’essere letti e l’orgoglio di sentirsi dire: bravo. Soprattutto, si scrive con l’idea di pubblicare. E diventare famosi. No, non è il termine giusto… famigerati, forse? Ad ogni mondo, in un angolino remoto del cervello, questa idea balzana pulsa di vita propria. Si formano così fantasie di vanagloria, che cambiano da individuo a individuo, ma nella sostanza sono sempre le stesse: tu, scrittore, che primeggi glorificato sul mondo.

A questo punto vale la pena tirare delle stime e chiedersi se questi sogni siano davvero realizzabili. Perché se non lo fossero, se scrivere per passione ed essere letti da amici e parenti annoiati fosse l’unica vera scelta, lo fareste ancora?

Dati poco ufficiali

Ne parlavo in un commento all’articolo di Imperi sulle case editrici, lui ogni tanto si diverte a spolverare il tema. I dati che seguono non sono ufficiali e vengono solamente mormorati, però vengono mormorati negli ambienti giusti. Ogni anno, i portalettere, recapitano alle caselle postali delle numerosissime case editrici sparse per la penisola, ben 700 mila manoscritti freschi di stesura. Avete letto bene, una cifra enorme. Lo Stato ci guadagnerà con i francobolli… speriamo almeno che serva ad arginare la crisi. Di questo corposo muro di parole stampate, ne vengono pubblicati circa 70 mila, vale a dire il dieci per cento.

La prima cosa che salta agli occhi da queste cifre è la quantità elevata di manoscritti pubblicati. Secondo me, 70 mila pubblicazioni l’anno, con un aumento quest’anno del 6%, sono un valore altissimo. Gli italiani non leggono e noi pubblichiamo tutti questi testi? Un po’ strano, non vi pare? Ora, di questi 70 mila manoscritti, che diventano a tutti gli effetti pubblicazioni cartacee, quanti ne potremmo davvero salvare? Difficile da dire, bisognerebbe leggerli tutti prima, con buona pace di chi si vanta di riuscire a leggere 60 libri l’anno… pivelli!

Per amore di discussione, manteniamo la stessa percentuale riscontrata finora: il 10%. Significherebbe che su 70 mila pubblicazioni, solo 7 mila meriterebbero davvero una stampa. Una cifra ancora molto elevata, neanche il lettore più incallito riuscirebbe a leggere in un anno tutti questi libri, ma diciamo che la variabilità tematica riuscirebbe a soddisfare le esigenze di tutti i lettori. Quindi la cifra potrebbe starci.

Di queste 7 mila pubblicazioni, quante vendono al punto da rappresentare per l’autore che scrive e la casa editrice che pubblica una vera fonte di guadagno? Sempre il 10%? Facciamo finta di sì e diciamo che 700 libri l’anno (ricordate che sono cifre che si riferiscono a un solo anno) sono i fortunati che primeggiano sul mercato con un motivo valido di esistere: guadagnare dalle vendite. Se il vostro libro rientrasse in queste 700 pubblicazioni, potreste a ragione esserne orgogliosi. 700 su 700 mila… circa lo 0,1% dei manoscritti recapitati.

Ve lo voglio ripetere, affinché possiate digerire bene la cifra: lo 0,1% dei manoscritti recapitati ogni anno alla casella postale delle case editrici, solo lo 0,1%, sono le pubblicazioni che hanno una ragione valida di esistere, cioè vendere. Tutti gli altri testi? La maggior parte finisce al macero e quelli che riescono a farsi pubblicare, vendono comunque così poco che se i loro autori avessero risparmiato i soldi dei francobolli avrebbero, da questo risparmio, tratto un guadagno. Sono apocalittico o realistico?

Naturalmente da questa cifra dovreste ancora sottrarre la ristampa dei classici e le pubblicazioni straniere tradotte in italiano…

Farsi pubblicare oggi

Chi è a caccia della pubblicazione, come fiocco da portare come orpello, può stare tranquillo: oggi è facilissimo. Su dieci manoscritti, uno viene pubblicato. Il vostro decimo manoscritto finirà sicuramente dietro una vetrina, forse… Se poi inseriamo nell’equazione il self-publishing, allora pubblicare il proprio romanzo è davvero alla portata di chiunque. Ma è questo che volete? È questo il vostro vero fine? Se sì, potete smettere di leggere e mettervi il cuore in pace: siete in grado di realizzarlo, complimenti!

Per tutti gli altri, il discorso si complica. Giungere in pubblicazione oggi è più facile di un tempo. Le nuove tecnologie, certo, ma non solo. L’impressione generale è che in passato le case editrici filtrassero più di quanto non facciano oggi… Infatti, dovremmo domandarci perché si pubblica così tanto. Nelle statistiche dell’ISTAT, sulla produzione e lettura dei libri del 2014, risalta con evidenza un dato: gli italiani leggono sempre meno, ma le case editrici pubblicano sempre di più. Vi siete chiesti il perché?

Eppure è un calcolo facile da fare. Se tu, imprenditore, vendi poco un singolo prodotto, così poco da non giustificare affatto la tua attività imprenditoriale, hai davanti a te due scelte: cambiare prodotto (anziché enciclopedie, porta a porta, potresti ad esempio vendere pentolame); oppure vendere tante varianti dello stesso prodotto. Se la vendita del singolo romanzo non ti fa guadagnare abbastanza, allora pubblica più romanzi! Guadagnerai sul numero dell’intera tiratura annuale. Sai, cento di questo, centocinquanta di quell’altro… alla fine fanno cifra. In questo binomio, però, l’autore, al di fuori della rosa dei pochi fortunati, non guadagna affatto.

Solo questione di talento?

Se ne parla tanto, tantissimo: le strategie per farsi conoscere e leggere. Di questo si tratta in effetti, quando si parla di marketing. Come fanno a sapere che vale la pena leggerti se non ti conoscono? L’argomento merita un discorso a parte, ma alla fine credo che per quanto si possa essere esperti di marketing, il vero segreto risieda nella più semplice fortuna. Fatalismo, con buona pace dei buddisti. Sei predestinato? Che il tuo chakra sia d’accordo o meno, se lo sei allora finirai per essere uno di quei fortunati esordienti che fanno il botto. Ce n’è… non dubitate.

Quella stessa fortuna, spinge il vostro manoscritto nelle mani delle persone giuste. Provate a immaginare la scena. Mondadori riceve una quantità di manoscritti che, diciamocelo, non è assolutamente in grado di assorbire. Ci vorrebbero troppe risorse per farlo. Questi manoscritti finiscono in uno scantinato, ammucchiati a casaccio, in attesa che un paio di stagisti sottopagati, li recuperino leggendoli, svogliatamente e alla veloce, uno alla volta. Scordatevi che qualcuno legga davvero il vostro manoscritto dall’inizio alla fine, leggeranno la prima pagina e poi daranno una sfogliata generale… prima di gettarlo via. Eppure, da questo mucchio, qualcuno si salva e finisce su una scrivania. Verrà scartato in seguito, ma anche in questo caso, qualcuno supera il secondo turno e finisce nelle mani dell’editor.

L’editor non è colui che “sistema” il vostro testo. L’editor è quella figura, all’interno di una casa editrice, che crede così tanto nel vostro manoscritto da seguirne lo sviluppo fino alla pubblicazione. È il vostro promotore all’interno della casa editrice stessa. Un giorno il vostro cellulare squillerà e il numero all’altro capo sarà anonimo. Risponderete e una voce a metà tra l’entusiastico e il rassegnato vi comunicherà che siete i fortunati vincitori di una Smart… Ops, scusate, di una pubblicazione. È il vostro giorno fortunato. L’avete sognato a lungo, agognato addirittura. Prima di saltare sul letto con il telefono ancora in mano e la voce, all’altro capo, ancora più rassegnata, ricordatevi che non basta essere pubblicati. Bisogna anche vendere…!

Caro follower, ti senti fortunato oggi?

45 Comments on “Vita da scrittori

  1. Una volta, ma ero più giovane, ho seguito il consiglio di una mia compagna di classe che mi suggeriva di spedire il mio racconto dentro una busta realizzata artigianalmente con le pagine di un fumetto di Topolino. Il motivo? Così spiccherà fra le altre, mi diceva, non potrà passare inosservata e verrà scelta per la lettura. A dirla tutta non so nemmeno se sia stata mai recapitata dalle Poste una roba del genere!
    Adesso sorrido, ma è davvero il dramma di chi spera di arrivare sulla scrivania di qualche editore: sperare di “essere visto” …perlomeno prima di essere cestinato!
    Sì, vada per la dea bendata, la botta di fortuna che capita ogni tanto!
    Un altro ricordo e poi chiudo: una conoscente ha pubblicato con una nota CE il suo romanzo. Brava, complimenti! E come ci sei riuscita? Boh, non so, ho conosciuto una sera una persona che lavorava per quella Casa Editrice e siamo entrati subito in sintonia. Che culo! penso. Peccato che la fortuna sia andata a pescare nella casa di uno che lavora alla SIAE, il marito dell’autrice in questione, che, toh, cura i diritti d’autore degli scrittori. Magari sta dea della fortuna era bendata male! Che venga aiutata da qualcos’altro?

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    • Bellissimi episodi, Marina, davvero caratteristici. Anche secondo me farsi notare è un buon modo per aiutare la fortuna. Non è che non vada aiutata, e se un aperitivo con la persona giusta (e mi limito) è un buon espediente, a rischio di sembrare veniale o peggio, dico che non c’è nulla di male. È pur sempre fortuna, mi spiego? Così come fortuna è l’essere letto dalle persone giuste, le quali a loro volta possono parlarne bene con altre e così via… Poi, da che mondo è mondo, la fortuna va aiutata, non lo nego! 😛

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  2. “Che il tuo chakra sia d’accordo o meno, se lo sei allora finirai per essere uno di quei fortunati esordienti che fanno il botto.” Ehm… volevi dire karma, forse? 😉

    Io sono buddhista. E nei buddhisti il karma è il risultato delle proprie azioni e dei propri pensieri in questa e altre vite. Se devo essere sincera, sono assolutamente serena in questa fase della mia scrittura. Vado avanti senza preoccuparmi assolutamente né di un’eventuale pubblicazione né di una vendita perché so che sto “seminando” bene, e prima o poi qualcosa succederà. Non ho mai escluso completamente il self-publishing, e so che questa non sarà l’unica opera che scriverò in vita mia. So che questa è la mia missione, e ho avuto più volte conferma di ciò. Pertanto semplicemente scrivo, con il sorriso.

    Che lo si chiami karma o destino (in fondo si tratta della stessa cosa, anche se nel primo caso sei attivo e nel secondo passivo) alla fine è la stessa cosa: il suo scopo è portarci a realizzare completamente noi stessi, in ciò che è il nostro talento e la nostra passione. Se è sufficiente l’assenza di un adeguato riscontro economico nell’immediato per far smettere qualcuno, forse non è questa la sua strada.

    Magari avrò successo fra 20 anni? E chissene. Io ho un lavoro in cui guadagno bene. Amo scrivere e ho le carte in regola per diventare una professionista. Dunque mi rimbocco le maniche, senza angustiarmi con la gavetta.

    P.S. appena posso rispondo alla tua email.

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    • Ma chakra suonava più esoterico… 😛

      Sì, sono due facce della stessa medaglia. Anch’io sto seminando bene, anch’io non ho paure verso la pubblicazione o le vendite, e anch’io ho un lavoro, guadagno bene e, in definitiva, me ne fotto. Alla fine, come sempre, pur partendo da punti di vista differenti, io e te siamo molto allineati. 😉

      Sulla passività o meno nei confronti del destino (fato, ecc.) vorrei, però, spendere ancora due parole. Anche pensare di agire, con pensieri e azioni, per agevolare il destino è una forma di suggestione. Noi pensiamo di avere il controllo su noi stessi e sul nostro futuro, ma non è così. Le cose accadono, al di là della volontà o del karma. Certo, meglio sorridere alla vita e non aspettarsi nulla in cambio che angustiarsi… Ma alla fine, anche se vivi serenamente, coccoli il tuo karma ogni sera, e sei te stessa così come trovi giusto essere, il futuro (fato, ecc.) può ignorarti comunque. 😛

      Sono tutte illusioni quelle che ci facciamo. Poi, ognuno viva come gli pare, per carità. Io preferisco pensare di essere predestinato (o sperarlo). Non per questo, però, me ne sto seduto a guardare il fiume scorrere… 🙂

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      • Anche sul fatto karma/destino siamo molto più allineati di quanto sembri.
        Il punto è questo: ogni cosa che dici, fai e pensi, anche a livello inconscio, ha un impatto sulla tua realtà e contribuisce a creare ciò che ti capita. Pertanto, nostro compito, è far sì che pensieri parole e azioni positive generino situazioni positive.
        Anche le esperienze “destiniche” (ci piace tanto chiamarle così) sono state inconsciamente chiamate, perché le riconoscevamo come facenti parte delle nostre evoluzioni.
        Ti faccio un esempio: sai come ho conosciuto il mio compagno?
        Un volantino mi è finito in faccia a causa di un colpo di vento. Era di un’associazione di volontariato che organizzava attività di assistenza in un quartiere malfamato. Siccome stavo vivendo un momento di stasi paralizzante (ero bloccata su un esame che non riuscivo a passare, l’unico che mi mancava per la prima laurea) ho deciso di andare a vedere. Lì ho trovato due dei miei più cari amici, e anche Beppe.
        Potrebbe sembrare destino, forse. In realtà la mia energia ha chiamato quell’esperienza, perché era proprio ciò che mi serviva per crescere e per evolvere dopo un momento di grande dolore e sofferenza. Io desideravo quel cambiamento, ed esso è arrivato. Inconsciamente, l’ho creato.
        Karma o destino?
        Chi lo sa. Forse è la stessa cosa.

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        • Che bello questo episodio, giunge a proposito. Stando al tuo racconto, si potrebbe affermare che il “destino” sia la mano che ti ha sbattuto in faccia il volantino, il karma, invece, sia la predisposizione del tuo stato d’animo che, in quel momento, era favorevole ad agire, anziché accantonare il volantino con fastidio… Perché potevi anche fare quello, accantonarlo di malumore. Come vedi, c’è spazio per entrambe le visioni. 😉

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        • Ho fatto dire alla la protagonista del mio romanzo le stesse cose: “L’idea del destino nasce da un’illusione, che esista qualcosa o qualcuno in grado di scegliere per noi. Invero il “destino” è soltanto una scusa che ci inventiamo per scrollarci di dosso il peso di pensieri sovversivi, perché nel preciso momento in cui crediamo che qualcosa stia cambiando a causa di una ineluttabile sorte, abbiamo già contribuito a creare la novità nella nostra vita…”.
          Calza a fagiuolo, no?

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  3. Stavo per bacchettarti sull’uso improprio di chakra, ma vedo che lo ha già fatto Chiara! 🙂
    Io mi sento tutt’altro che fortunata, anche perché di natura sono parecchio pessimista. Ma sono convinta anche io che in questo campo il successo arrivi solo se è destino che succeda. O se vuoi chiamala fortuna. Credo che il merito in moltissimi casi non c’entri nulla. Poi c’è anche un fattore difficile da inquadrare e che è legato a ciò che apprezza la gente. Per me è un mistero come certi romanzi siano sulla cresta dell’onda, pur non valendo oggettivamente molto.
    D’altra parte, ciò che vale realmente sopravvive alle prove del tempo, il resto viene inghiottito nell’oblio.

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    • Tutte esperte, caspita… Avrei dovuto controllare le mie fonti. Rimane il fatto che, chakra, suona più poetico…! 😛
      Per fare solo un esempio: dieci anni fa, qualcuno avrebbe mai potuto ipotizzare che un romanzo come 50 sfumature di nero potesse avere un mercato differente dalla ridottissima nicchia che il genere aveva fino al momento della sua pubblicazione?
      Un altro esempio: vent’anni fa si poteva dire la stessa identica cosa della sagha di Harry Potter!
      Alla fine è destino (karma, fato, chakra o viagra che sia…!).

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      • Sai che non ti facevo così fatalista?!
        Comunque, arrivare davvero a pensare che il successo non dipenda da noi, se ci pensi bene, è rasserenante. In definitiva, facciamo del nostro meglio, poi ci penserà il destino 🙂
        P.S. Questa è l’ultima concessione poetica, poi scattano le sanzioni!

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        • Sono molto fatalista, basta che il destino mi dia sempre ragione e andremo d’accordo! 😉

          Sì, lo credo anch’io che sia molto rasserenante. E non mi piacerebbe vivere in modo diverso. In fondo, se così non dovesse essere, cioè se non siamo destinati a nulla di importante nella vita, angustiarsi serve a qualcosa? Pensare di avere il controllo è solo un illusione che spinge ad agire, e non è sbagliato, per carità, solo un modo diverso di vivere. Io faccio, non sto fermo, ma la vivo serenamente.

          Psssh… un topolino, nella forma di un agente letterario, mi ha sussurrato all’orecchio che le CE ci leggono! Occhio a quello che dici, mi raccomando. 😛

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  4. Mi rifiuto di accettare l’idea che “è tutta fortuna”. In Italia con questa formula si giustificano un sacco di schifezze e un sacco di gente non ci prova neanche perché “tanto è tutta questione di fortuna”.
    Lo è, sicuramente, almeno all’80%. Rimane un 20% di serietà, impegno, olio di gomito e talento. Sull’80% non possiamo farci niente e lo accetto, ma il mio 20% di possibilità voglio che sia ottimizzato.
    Poi, certo, dobbiamo fare anche chiarezza sugli obiettivi. Ricchi e famosi? Lasciamo stare.
    Io mi accontento di non far andare in perdita i miei editori, di rientrare nelle spese e di costruirmi la mia piccola nicchia di lettori. Chiedo troppo?

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    • Forse chiedi troppo poco… 🙂
      Si dà per scontato che, ben prima della fortuna, il talento e l’impegno ci siano al 100%… Poi, visto che la fortuna incide più del talento e sicuramente più dell’impegno, si può anche essere Totti e vendere con le barzellette molto di più di uno scrittore che con le parole (e non con i palloni) ci vive…

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  5. 70.000 libri l’anno sono tantissimi sì.
    Proprio stamattina ho iniziato a scrivere un post che uscirà la prossima settimana su una questione che sollevi, ossia sulla facilità di pubblicazione (ma il tema del post è un altro).
    La fortuna non esiste, quindi non va considerata nelle vendite. Il marketing, se fatto bene, dà risultati.

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    • Dici che la fortuna non esiste? Mmh… non mi hai convinto. Ti racconto una storia.

      Io e te abbiamo più o meno la stessa età, o forse tu qualche anno più di me, quindi ricorderai che quando eravamo piccoli esistevano delle patatine impacchettate – la marca non la ricordo – con le sorprese dentro. Solo che, proprio per una strategia di marketing, l’azienda produttrice aveva deciso di non mettere la sorpresa dentro ogni sacchetto, ma di affidare la cosa al caso e alla fortuna. In questo modo, quando acquistavi il tuo pacchetto di patatine, potevi trovare o non trovare la sorpresa. Va da sé che ne acquistavi molti di più per riuscire a collezionare i vari ammennicoli… Ora, non ricordo la casistica, ma diciamo che ogni due pacchetti ti capitava quello con la sorpresa. C’era, però, un mio coetaneo, compagno delle elementari, che non solo trovava sempre la sorpresa, ma, come ebbi modo di constatare personalmente, qualche volta gli capitava di trovarne due nello stesso pacchetto… Un errore di fabbrica, certo, però capitava a lui e non ad altri. Oggi l’automazione ha fatto passi da gigante e probabilmente capiterebbe meno, all’epoca succedeva forse più spesso.

      Ecco, lui era esattamente quello che si definisce: un individuo fortunato. Non solo per questo motivo… Immagina il Gastone nipote di zio Paperone, per intenderci. La fortuna esiste, amico mio, e conta molto di più di qualsiasi altra caratteristica. Ho sempre pensato che è molto meglio essere fortunati che intelligenti, perché se sei intelligente devi dimostrarlo sempre, se sei fortunato… be’, ti andrà comunque sempre bene.

      Sottolineo che questo non deve essere una giustificazione per non agire, ci mancherebbe.

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      • Sì, le patatine me le ricordo, avevo dimenticato però che la sorpresa non c’era in tutti i pacchi. Si chiama caso, allora 😀
        Erano le San Carlo, credo.
        Se credi alla fortuna, allora sei superstizioso. Io non lo sono, quindi non credo alla fortuna.
        Però sono parecchio sfigato, in tutto 😛

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        • Fortuna e superstizione credo siano due cose diverse… Io credo che una fabbrica possa commettere degli errori, come un meccanismo che non funziona bene, e per questo motivo a qualcuno capiterà più spesso un pacchetto senza sorpresa e a qualcun’altro un pacchetto con due sorprese. Il primo è sfigato, il secondo fortunato. Quello che, all’età di 37 anni, ho verificato con l’esperienza è che l’individuo “fortunato” tende a esserlo sempre e in più aspetti della vita…
          A proposito, il bambino in questione ero io. 😛

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  6. Ciao Salvo, insomma la fortuna non esiste. Bisogna aiutarla, con marketing, conoscenze giuste, internet, insomma scrivere non basta. Non più.
    70000 libri all’anno sono tanti, ma chi li legge tutti?
    Rimango basita su questi numeri!

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    • La fortuna esiste, eccome. Fa la differenza averla o meno. Puoi chiamarla come ti pare: destino, fato, predisposizione, eccetera… però esiste! Poi va anche aiutata. Stare seduti a far nulla, per quanto fortunati, non porta da nessuna parte. 🙂

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  7. Io sono abituato a un pensiero logico, razionale, scientifico. Ma in tutto ciò so farmi cullare dalle emozioni e dal bello che tutto attorno a noi si irradia in ogni istante.
    Evito di parlare di pseudo Chakra per non offendere la sensibilità di chi si auto convince di criteri il cui unico fondamento è la convinzione senza alcuna base.
    Riguardo alla fortuna e all’essere fortunati, il tuo esporre è troppo ottimistico.
    Cesare si sentiva fortunato. Una volta per passare con un imbarcadero nel mare in tempesta, il marinaio voleva tornare in porto e lui imperioso gli disse: tu porti Cesare e la sua fortuna. Ma nonostante tutto, la convinzione della sua fortuna non gli ha impedito di ricevere 23 pugnalate.
    Anche Napoleone si credeva molto fortunato, peccato che sia finito a scontare gli ultimi anni in un isola smarrita anche da Dio.

    Io credo che la fortuna, ovvero quelle casualità che possono essere favorevoli o sfavorevoli esistono. Ci mancherebbe. È ovvio. Ma sostanzialmente credo che la vera fortuna la si costruisce imparando e diventando bravi. Ha molta più probabilità di riuscire con la fortuna uno bravo che uno scarso.

    Se proprio dobbiamo trovare una base alla fortuna, direi che è nel principio. Tu e io vogliamo fare gli scrittori. La fortuna sta nel talento che abbiamo avuto in sorte. Se siamo stati fortunati avremo le capacità per scrivere storie grandiose e che appassionino lettori di mezzo mondo. Se siamo stati sfigati come Salieri, per quanto ci possiamo impegnare e ambire non combineremo che mediocrità.

    Nel mezzo, io direi che non so se ho avuto la fortuna di saper scrivere grandi storie. Lo vedremo cammin facendo. Di certo, il mio impegno per imparare, capire, riuscire a scagliare il mio dardo, lo sto mettendo tutto.

    Shakespeare dice: Io oso fare tutto ciò che può essere degno di un uomo, chi osa di più non lo è.

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    • Ma anche di vincere migliaia di battaglie e di tramandare il suo nome a duemila anni di distanza come il più grande conquistatore di tutti i tempi. Anch’io preferisco il lato razionale, ma mi considero anche fortunato e, credimi, crederci aiuta la fortuna… 😉

      Naturalmente non basta credere nella fortuna (caso, fato, ecc.), prima bisogna avere talento, cercare di dare sempre il meglio di sé e non arrendersi davanti alle difficoltà. Il “fortunato” che sta seduto in riva al fiume, non combina comunque nulla di buono, al di là della fortuna.

      Ma la fortuna non sta solo nel principio, cioè nel talento ricevuto in dono, si rigenera ogni giorno, nelle scelte, nelle persone che incontri… ad esempio io mi ritengo fortunato nell’averti incontrato, perché leggendo i miei racconti mi hai dato un paio di consigli che ritengo importanti. Certo, se non avessi mai aperto un blog, o se non avessi avuto il coraggio di pubblicare su di esso i miei racconti, questo probabilmente non sarebbe mai successo.

      Ecco, quindi, cos’è la commistione tra fortuna e azione. 😉

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  8. Sì, la penso sostanzialmente allo stesso modo della tua risposta.
    Essere fortunato ad aver ricevuto i miei commenti… non so… Ti reputo molto intelligente, per questo mi piace intervenire nel tuo blog. Io al contrario di molti aspiranti scrittori o scrittori veri e propri sono molto sincero. A me fanno tenerezza coloro che entrano in libreria e si guastano il sangue perché vedono in classifica Volo, 50 sfumature e altre storie.
    Comunque parlare di fortuna è anche molto interessante. Alcuni anni fa ero a casa di una amica. M’ero affacciato in balcone e lei spuntando mi disse che era davvero strano. Tutte le volte che si affacciava vedeva passare un’auto come la sua. Non sapeva capacitarsi di quella coincidenza pseudo-spirituale. Allora io le dissi la verità più semplice.
    In balcone si affacciava tante volte in maniera distratta. Senza pensarci. Ma le volte in cui lei si affacciava e vedeva un’auto come la sua, andava in tilt e associava la reiterazione. In qualche modo tutte le volte che si accorgeva dell’auto erano quelle che ricordava. Quindi la fortuna che lei vedeva era solo la sua percezione cognitiva.

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    • Be’ ma questa non è fortuna. La tua è una spiegazione psicologica perfettamente pertinente di quel fenomeno. La fortuna è più qualcosa di simile alla storiella che ho raccontato a Daniele, poco sopra.

      Una fabbrica ha un meccanismo difettoso. Questo difetto si riversa positivamente su qualcuno (il fortunato) e negativamente su qualcun’altro (lo sfortunato). La maggior parte dei clienti di quell’azienda, invece, non ravviseranno alcun cambiamento rispetto al solito.

      Ecco che allora abbiamo: una grande massa dalla fortuna “normale” o neutra; un piccolo nucleo di sfortunati; un piccolo nucleo di fortunati. Il punto, la cosa interessante, è che queste tre categorie tendono a non variare. Mi spiego meglio: chi è fortunato tende a esserlo sempre; chi è sfortunato tende a esserlo sempre; tutti gli altri possono avere nell’arco della vita episodi sporadici di sfortuna e fortuna alterne, ma quasi sempre avranno una fortuna neutra, appunto. 🙂

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      • Le patatine fortunate!
        Beh io però a questo punto ti direi: le tre categorie, del sempre fortunato con le patitine, del sempre sfortunato e del mezzo mezzo sono tratte da dati empirici, o da semplice congetture cognitive?
        Siamo così sicuri che tutte le volte che ricevevi la doppia sorpresa erano di più delle volte in cui non ricevevi nulla? Per valutare un simile fenomeno e dargli valore di verità occorrerebbe analizzare i dati statisticamente.
        Per questo parlavo di percezione di fortuna. Io ad esempio ho un semaforo sfortunato.
        Possibile mai che quando arrivo a quell’incrocio il semaforo è sistematicamente rosso? E ci ho riflettuto e ho visto che in quell’incrocio si alternano tre semafori. Quindi la mia probabilità di trovarlo rosso è del 66%. In più conteggiando le durate dei tre ho notato che il lato che prendo sempre io ha una durata di verde minore. La probabilità di trovarlo rosso sale all’80%.
        In pratica su 5 volte in giorni diversi che ci passavo, 4 volte era rosso e una verde. E quella rara volta che lo trovavo verde magari sbottavo: te pareva una volta sono stato fortunato.
        In realtà la mia percezione di sfortuna rientrava pienamente nella statistica.
        A chi si ritiene fortunato io consiglio di cimentarsi col gioco del lotto. E posso garantire che se gioca sistematicamente non potrà far altro che perdere. Non perché è sfortunato, ma perché il gioco è congeniato per far perdere.
        Parlare di fortuna o sfortuna su eventi ripetuti, solo con la percezione, a me sembra alla stessa stregua della targhetta del “mago super indovino”. Bussi alla porta e risponde: Chi è?

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        • Empirica come lo è l’esperienza umana di tutti i giorni, cioè una percezione. Ma anche dandoti ragione, e ce l’hai – il tuo ragionamento non fa una piega -, c’è sempre una sfumatura legata alla fortuna, perché che il tuo manoscritto finisca nelle mani giuste, o in quelle sbagliate, una certa differenza lo farà, o no? E se proprio vogliamo osare, potremmo quasi scommettere (per rimanere in tema di gioco d’azzardo) che ci sarà qualcuno che più spesso degli altri su quella tua stessa stradina trova il semaforo rosso e qualcuno che più spesso degli altri lo trova verde, pur prendendo per buona la statistica. Ad esempio, se tu fossi un uomo particolarmente sfortunato ma anche attento, avresti potuto notare che le volte in cui trovi il verde sono minori di quel 1/5 che hai giustamente analizzato. Ipotizzo, ci mancherebbe. Così ci sarà qualcuno, al di fuori della statistica, che quel 1/5 lo fa diventare 2/5… In pratica il campo da gioco, dato dalla statistica che hai analizzato bene, non cambia, ma ci sarà sempre qualcuno più fortunato e qualcuno meno… Inoltre, tornando alle patatine, due sorprese dentro un pacchetto non dovevano esserci affatto, mi spiego? Quello che la becca è fortunato. Secondo me, per quanto poco empirico è scientifico, è altrettanto un dato di fatto. Poi, vuoi mettere che crederci ti rende automaticamente più predisposto verso eventi positivi, piuttosto che negativi? Anche solo per il semplice fatto che vedi il lato buono della medaglia… In questo senso, suggerirei di credere sfacciatamente alla buona sorte. A quella buona, non a quella nefanda… 😉

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  9. Prima di tutto, io di chakra non ne so nulla ma voglio approfittare dell’occasione per cazziare Salvatore che ha sbagliato 😀
    Adoro la storia del volantino in faccia di Chiara e Beppe, e anche le San Carlo con la sorpresa.
    Secondo me la fortuna esiste, ma non è generica. Una persona può essere fortunata in un campo specifico, un’altra può essere fortunata in generale. Per esempio c’è chi prende l’aereo cinquanta volte al mese e non trova mai un ritardo né gli perdono la valigia, c’è chi vince sempre almeno due euro al gratta e vinci, c’è chi bigia a scuola e non lo beccano mai. Poi c’è lo sfondato che è fortunato in tutti i campi, il Gastone della situazione, ma raramente la sua fortuna durerà tutta la vita, sarà più semplicemente una fase, una congiunzione astrale favorevole, per chi ci crede.
    Di sicuro, ho imparato a non invidiare nessuno, e ho imparato anche a star attenti a ciò che si desidera, perché si potrebbe avverare…

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    • L’ultima frase nasconde una verità assoluta. Il mio desiderio, come sai, si è avverato proprio in questi giorni… e benché ne sia stato distrutto per un po’, alla fine si è rivelata la cosa migliore. Di gran lunga la cosa migliore.

      P.S. credere nella propria fortuna non fa mai male. Solo alla fortuna però, la negatività non esiste.

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  10. Alla domanda se continuerei a scrivere anche sapendo di non poter raggiungere nessun obiettivo, non so proprio rispondere. Sento il bisogno di una proporzione, anche imperfetta, tra le energie, il tempo, l’impegno spesi nello scrivere e i risultati. Mi accontenterei di una soddisfacente via di mezzo, se non avessi capito per la via che il mezzo successo non è contemplato. E allora sognamo in grande, che diamine! 🙂 Sono convinta che per avere una possibilità reale di farsi conoscere e apprezzare – perché solo di possibilità si tratta, anche se pubblichi con Mondandori – sia necessario anche l’incontro fortunato: il tuo testo (di qualità, si spera) che finisce in mano alla persona che lo apprezza davvero, seduta sulla sedia giusta. Puoi non chiamarla fortuna, ma resta il fatto che non puoi essere sicuro di farcela a raggiungere il grande pubblico, nemmeno in vent’anni (scusa Chiara!), nemmeno se sei bravo. Puoi accontentarti di meno, ma il “meno” è meno di quanto credi. Sono criptica? Credo che la possibilità del fallimento vada messa in conto, anche se non aiuta certo il morale. Io cerco di conviverci, ma non è facile.

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    • No, non sei affatto criptica. E sì, bisogna mettere in conto anche la possibilità del fallimento. In fondo, di geni incompresi, la storia è piena… Quindi, anche a esserlo un genio, non è affatto detto che il successo sia automatico. Nonostante questo, la storia è anche piena – e sono molti di più – di persone prettamente mediocri che il successo lo raggiungono. La domanda che ne consegue è: meglio essere geni e non venire compresi, o mediocri e avere successo? Io non so rispondere… nonostante tutto la prima, forse.

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      • Io sceglierei la seconda. Chi entra in contatto con tante persone secondo me non è mai veramente mediocre, oppure può esserlo, ma dà comunque ai lettori qualcosa che cercano leggendo. Per me è un valore anche questo.

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  11. Pingback: Come migliorare la qualità dei libri da pubblicare

  12. Ciao Salvatore, arrivo qui dal link che ha messo Daniele al suo post di oggi. Post interessantissimo e stimolanti anche gli interventi in risposta, una bellissima discussione. Credo piacerebbero a te e a chi ha partecipato alla discussione questi tre libri: “Inchiostro antipatico” di Paolo Bianchi, “Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura)” di Erri De Luca e il più noto “E così vorresti fare lo scrittore” di Culicchia. Soprattutto, vista l’impostazione che hai dato al tuo articolo, credo ti piacerebbe quello di Bianchi, ricchissimo di numeri interessanti, superdocumentato e anche molto divertente.
    Io li ho letti tutti e tre. Che cosa dicono, credo tu lo possa immaginare. Risultato? Continuo a scrivere.
    Almeno per il momento. Perché poi mi ritrovo anche molto in quello che dice Grazia, e cioè che serva un equilibrio tra investimento e ritorno, e nel mio caso la fatica è tanta, ed è aumentata col tempo perché è diventato più duro e impegnativo il lavoro che mi dà il pane quotidiano. Scrivo nei ritagli di tempo, edito in venti minuti alla volta, leggo di notte o audioleggo in macchina. Spero di resistere.
    Comunque il successo si misura sempre in base agli obiettivi che uno si pone. Io ho fatto l’esperienza di interagire profondamente con dei lettori, e vorrei ripeterla. Perché è una delle cose più belle che mi siano mai capitate.
    Poi certo, pubblicare oggi non è come vendere ghiaccio agli esquimesi: è più come andare ad un mercato di ghiaccio al Polo Nord, con un sacco di banchetti che vendono ghiaccio come il tuo, a destra e a sinistra, disposti su più file. Con gli esquimesi che sghignazzano e vendono recensioni del tuo ghiaccio in cambio di una bistecca di balena.
    Due amorevoli bacchettate: il KARMA, perdinci, il KARMA! Da buona aspirante buddhista, o meglio da buddhista scarsamente praticante, mi si è arricciata la produzione pilifera al completo!
    E non si divide il soggetto dal predicato con la virgola. “Quella stessa fortuna, spinge il vostro manoscritto ecc. ” non va bene. Come non va bene “La bambina, mangia la mela”. 😛
    E adesso che sono riuscita a farmi odiare al primo intervento a casa tua, ti lascio e vado a lavorare. Ho letto a casa di Daniele che sei un talentuoso venditore… Io vendo per vivere. Siamo colleghi XD
    Ciao e grazie per questo post

    Serena

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    • (Incipit orribile e confuso. Con “post interessantissimo” e “interventi stimolanti” mi riferisco a questo post qui, il tuo. Scusami.)

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    • Ma la bambina, davvero, mangia la mela? Sarà che dividere il soggetto dal verbo sia un obbrobrio, ma esiste anche una pausa del parlato che bisogna in qualche modo tentare di riprodurre. Meno rigidità, sulle virgole… 😉
      Non ti sei fatta odiare affatto, Serena; amare, semmai. Io adoro essere bacchettato, a patto che non mi scambi per una delle tante sfumature di grigio… (Un po’ troppo sottile?).
      Alla fine credo sia giusto crederci. Non importa se le possibilità di approdare nella professione di scrittore (e quindi non parlo di pubblicare un romanzetto mal scritto su Amazon) siano ridotte, conta ciò che ti rende felice. Scrivere mi rende felice, quindi lo faccio.
      Io mi sveglio alle 4 del mattino per scrivere. Alle sette e mezza mi vesto e corro in ufficio. Leggo in pausa pranzo, poi torno a casa alle sette di sera, mangio un boccone e svengo sulla poltrona fino alle nove e mezza. Orario, questo, in cui mi infilo a letto… per svegliarmi alle quattro del mattino successivo. Una vita movimentata, come vedi. 😛
      Torna a commentarmi, perché le tue parole (di incoraggiamento?) mi sono piaciute un sacco e ti odierei se tu non lo facessi! 🙂

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