12 ore prima


Autogrill di notte

1

Ore 00:00 di un giorno importante. È mezzanotte. Giangiacomo Barbieri questo non lo sa di preciso, l’ultima volta che ha ruotato il polso per guardare l’ora erano le 23:52. Era avvenuto poco prima che entrasse nella toilette, proprio mentre stava bevendo un caffè dozzinale, di là, nell’Autogrill. Non si sforza nemmeno di supporlo, a dir la verità. Al momento ha altro a cui pensare e l’ora esatta della sua morte è un dettaglio in fondo trascurabile. Per lui almeno. Gli agenti che lo troveranno steso su quel pavimento lurido, che sa di piscio e candeggina, ci ricameranno invece un intero rapporto. Chissà cosa penserà sua moglie? L’ultimo pensiero è rivolto a lei.

E dire che solo mezz’ora prima stava guidando sull’A1 in direzione Roma…

2

Guidava da quasi 12 ore, Giangiacomo Barberi. Immerso nei pensieri, solo, distante. L’autostrada scorreva veloce, immersa in un’oscurità felpata. I fasci luminosi dei fari, risucchiati dalle tenebre assieme alle strisce bianche e alle file degli alberi, illuminavano solo pochi metri d’asfalto davanti a lui.

Tre camionette dei carabinieri lo superarono nella corsia di sorpasso. Passarono rapide, accodate l’una all’altra, e sparirono nella notte. I lampeggianti azzurri, riflessi sullo specchietto retrovisore, lo riportarono al presente in uno schiocco di dita. Tutta la stanchezza del viaggio la sentiva lì, premere sulle palpebre. Abbassò gli occhi per scrutare l’ora dal cruscotto: 23:37 h. Viaggiava da troppo tempo… sarebbe dovuto partire prima.

Era partito da Aosta alle ore 12. Il sole del primo pomeriggio, all’altezza di Torino, aveva illuminato di arancio il suo frizzante entusiasmo. Poi era progressivamente calato. A Barberino di Muggello aveva iniziato a nevischiare, allora aveva diminuito la velocità accodandosi a un camion. Superato quel tratto però, l’ultimo bagliore di un sole morente aveva spazzato via il nevischio e rischiarato la visuale. La temperatura era gradatamente salita. Aveva quindi superato Firenze e proseguito su l’A1, ma a quel punto del viaggio, la stanchezza si era fatta sentire. La sua meta, Roma, era ancora distante.

L’Associazione Librai Indipendenti d’Italia (ALII) gli aveva conferito un premio come miglior narratore Alpino dell’ultimo secolo. I suoi libri vendevano bene. La premiazione si sarebbe svolta l’indomani, nella sala congressi di un hotel di lusso.

Si era segnato il nome su un foglietto… Lo estrasse dal taschino e lo lesse per l’ennesima volta. Gli occhiali premuti sul naso, a quel punto del viaggio, erano leggermente appannati.

Avrebbe potuto prendere un aereo. Sua moglie, Betta, gliel’aveva consigliato. Sarebbe più giusto dire che aveva borbottato preoccupata per tutta la mattina, accusandolo di stoltezza, senilità e un sacco di altri epiteti per nulla incoraggianti. Lui però odiava volare.

Il treno per Roma, soprattutto il rapido in prima classe, rappresentava un’alternativa comoda. Solo che l’ultima volta era stato importunato per tutto il viaggio da un anziano ammiratore che lo aveva riconosciuto. Era un aspirante scrittore… Aveva dovuto sorbirsi per quasi sei ore la sua incessante tiritera su quanto erano belli i suoi libri – e voleva ben vedere! – e su quanto anche lui, il fan, come narratore fosse niente male… Un altro viaggio così e avrebbe potuto suicidarsi.

Una vibrazione acuta lo distolse dai pensieri. Voltò gli occhi verso lo smartphone poggiato davanti al cambio e si chiese chi potesse essere. Ripose il foglietto con l’indirizzo e prese il telefono. Il numero non era salvato in agenda, quindi appariva anonimo, ma aveva imparato a riconoscerlo bene. Quella era solo l’ultima delle centinaia di chiamate che aveva ricevuto da quello stesso numero negli ultimi dieci giorni. Non ne poteva davvero più. Era stato inutile avvertire le autorità. Naturalmente non rispose.

L’insegna dell’Autogrill spuntò all’improvviso, proprio in quel momento. Prese una decisione d’istinto e inchiodò la macchina. I pneumatici stridettero, slittando sull’asfalto. Poi sterzò bruscamente a destra, imboccando il raccordo di allacciamento. Sfiorò per un pelo il bidoncino a protezione del guardrail, ma riuscì lo stesso a infilarsi indenne nel parcheggio. Fermò quindi la vettura piazzandola sulla prima area di sosta che gli capitò a tiro. Una scarica di adrenalina gli scosse le spalle. Alzò gli occhi e guardò la sua immagine riflessa nello specchietto retrovisore.

“Quanto sei stupido, Gian!”, disse a se stesso. “Un caffè. Ecco cosa mi serve…”.

Scese dalla macchina e allungò i muscoli. La schiena gli doleva e le giunture, soprattutto le ginocchia, gli urlavano contro epiteti ben peggiori di quelli di sua moglie. Recuperò il cellulare e chiuse la portiera. Il bip, con le quattro frecce lampeggianti, accompagnarono i suoi passi lungo il piazzale. Mentre camminava, ruotò il polso e scrutò l’ora: 23:49 h. Avrebbe dovuto chiamare la portineria dell’albergo per avvertirli che avrebbe tardato.

Il parcheggio era semi deserto. Poche macchine posteggiate qui e là, a una certa distanza le une dalle altre. La sua l’aveva parcheggiata nella piazzola più distante, quasi a ridosso dell’autostrada. In lontananza, nello spiazzo dedicato ai mezzi ingombranti, i camion si contavano sulle punte delle dita. Lo stabile, invece, era ben illuminato. Spinse la porta e si infilò all’interno.

Non si guardò nemmeno attorno, filò dritto verso il bancone e si appoggiò su di esso. Dall’altra parte, una donna sfatta dalla noia, lo guardò con espressione contrita. Si fissarono per un lungo istante. La donna masticava una gomma.

«Alla cassa…» disse la donna con una voce nasale, cedendo per prima.

A quel punto, Gian, si guardò attorno. L’autogrill era praticamente deserto. Non solo di clienti, ma anche di inservienti. Un televisore, fissato in alto al soffitto, mostrava immagini silenziose. Un ritornello musicale, studiato per distendere i nervi e spingere i clienti ad acquistare di più, strideva dagli altoparlanti nel silenzio circostante.

«Ma non c’è nessuno…» tentò di ribattere Gian, alzando una mano in direzione della cassa.

«Le regole…» replicò la donna, con la stessa voce nasale.

Gian tirò un lungo sospiro, poi sconsolato si diresse alla cassa. La donna, ferma nella stessa posizione, lo osservò per un altro lungo istante. Quindi sbuffò e si avviò nella sua direzione.

Il caffè gli piaceva amaro, ma quello che stava sorseggiando dal bancone dell’Autogrill sapeva di bruciato. Gian posò la tazzina davanti a sé e tornò a guardare il televisore. Un giornalista trafelato, guardando dritto verso lo schermo, diceva qualcosa a un microfono. Sullo sfondo: un tratto di autostrada, alcuni veicoli fermi e dei lampeggianti gialli.

Lasciò perdere le immagini silenziose e ruotò nuovamente il polso: 23:52 h. Era tardi, molto tardi. Doveva contattare l’hotel. Si diresse quindi alla toilette. Aprì la porta e sfilò il cellulare dalla tasca. Guardò lo schermo dello smartphone e ci fece scorrere sopra un pollice. Con l’altra mano tirò giù la lampo dei pantaloni. Due squilli dopo rispose una voce affabile.

«Hotel Ritz, sono Matteo, come posso servirla?».

«Buonasera Matteo, sono Giangiacomo Barberi, c’è una stanza prenotata a mio nome nel vostro albergo». Lo scorrere dell’urina contro la ceramica dell’orinatoio sottolineò quell’affermazione.

«Buonasera signor Barberi. Sì, in effetti c’è una stanza prenotata a suo nome. Si ferma una notte, giusto?».

«Sì, esatto. Ma il punto è che sono ancora piuttosto distante. Mi sono fermato in questo momento in un autogrill. Non dovrei metterci ancora molto… diciamo un’oretta. Spero che per voi non sia un problema».

«Nessun problema signore. Il ricevimento è aperto tutta la notte, faccia pure con comodo».

«La ringrazio, volevo solo avvertirvi…».

«Siamo a sua disposizione, signore. Se ha bisogno d’altro, telefoni pure».

La telefonata si interruppe con una vigorosa scrollata. Il rumore del cane di una pistola tirato indietro e armato seguì un attimo dopo. Qualcosa premette contro la sua nuca… qualcosa di duro. E freddo.

3

«Così sarebbe questo il tuo ultimo romanzo…?».

Il ragazzo osserva il libro dubbioso, ruotandolo in mano come fosse un oggetto alieno, sconosciuto. La pistola, invece, la tiene premuta contro la sua fronte e la sensazione dell’acciaio sulla pelle non è come la descrivono.

«Senti, potremmo trovare un’accordo… sono un uomo ricco».

«Naaa, non mi interessano i tuoi soldi. Mi staranno già dando la caccia, non avrò mai l’opportunità di spenderli».

«Cos’è che vuoi allora?».

«Mi stavo chiedendo come fosse uccidere uno scrittore famoso, in effetti. Che ne pensi, te lo sei mai chiesto?».

«In effetti… questo è proprio l’argomento del mio libro».

«Davvero? Allora forse mi sbagliavo, forse vale davvero la pena leggerlo… Fosse anche solo per sapere se alla fine, lo scrittore, muore. Tu che dici, Barberi, muore lo scrittore?». Un sorriso sarcastico e malvagio storpia i lineamenti del ragazzo.

«Non svelo mai i miei finali».

Inginocchiato sul pavimento della toilette, con le mani incrociate dietro la nuca e lo sguardo fisso sulla porzione di pistola che riesce a vedere incrociando gli occhi, Barberi mostra al lato scettico di se stesso più coraggio di quanto ha mai pensato di possederne.

«“Non svelo mai i miei finali”» ripete il ragazzo, parafrasandolo, «ma quanto sai essere coraggioso in punto di morte, scrittore. Mi complimento…».

«Ascolta, ho una moglie, si starà preoccupando. Io…».

«Ssh, buono, buono… Stai buono, non mi va di sentire i tuoi piagnistei. Raccontami del libro invece, di che parla?».

«Parla di un aspirante scrittore frustrato che per una sorta di ammirazione ossessiva arriva a perseguitare il suo idolo, fino a tentare di ucciderlo…».

«Già… non è per questo in fondo che siamo qui?».

Il ragazzo sorride. Ha gli occhi rivolti verso la copertina del libro adesso. Poi stacca la pistola dalla fronte di Gian e con la canna si gratta la nuca. Sempre con la canna ruota la copertina, aprendo il libro.

«Sai che facciamo, scrittore?» dice il ragazzo tornando a guardarlo. «Adesso leggo l’incipit… se mi piace, non ti uccido. Ok?».

Gian non risponde. Guarda fisso il volto del ragazzo. Inizia a provare nei suoi confronti un sentimento bizzarro. In una situazione diversa, avrebbe potuto definirlo: amore. Un amore malato però, insano, misto a gratitudine e terrore. Non è questo che provano gli ostaggi? Se fosse sopravvissuto, quella sensazione meritava d’essere indagata. Forse avrebbe potuto scriverci un libro… Tuttavia il punto adesso è un’altro: com’è il suo incipit? Non lo ricorda. Il panico gli ha fatto scordare le battute iniziali del suo nuovo best-seller.

Il ragazzo sfoglia le prime pagine con la canna della pistola, poi si ferma e si schiarisce la gola.

«Guidava da quasi 12 ore, Giangiacomo Barberi. Immerso nei pensieri, solo, distante. L’autostrada scorreva veloce, immersa in un’oscurità felpata. I fasci luminosi dei fari, risucchiati dalle tenebre assieme alle strisce bianche e alle file degli alberi, illuminavano solo pochi metri d’asfalto davanti a lui…».

«STOP! Buona la prima» urla la voce del regista.

Improvvisamente il personale di scena inizia a muoversi davanti alla scenografia del bagno. Le telecamere perdono il led rosso che indica la registrazione in corso e le luci di scena vengono spente. Il Ciak, abbandonato su una sedia, esibisce la scritta: “12 ORE PRIMA – Spot”.

Il ragazzo si avvicina e allunga una mano verso di lui. Lo scrittore la prende e fa forza per aiutarsi ad alzarsi.

«Grazie, grazie mille. Le mie povere ginocchia… non sopportano di stare piegate così a lungo».

«È un piacere mister, solo…». Il volto del ragazzo è titubante.

Lo scrittore lo guarda, poi accenna un sorriso. «Mi punti la pistola alla fronte e poi ti mostri timido? Avanti ragazzo, dimmi che c’è».

«Mi chiedevo se potevo importunarla per un autografo…».

«Visto che alla fine non mi hai ucciso…» risponde lo scrittore. Poi prende la penna portafortuna che tiene sempre nel taschino, sfila dalle mani del ragazzo il libro, e sulla prima pagina, proprio sotto il titolo, scrive: “Al killer più simpatico che abbia conosciuto da vivo”. Sotto la scritta pone la sua firma elegante.

Il ragazzo riprende in mano il libro e guarda la scritta. Un sorriso gli illumina la faccia. «Grazie mister. Il libro non è mio, ma penso che nessuno se ne accorgerà se me lo porto a casa».

«Se dovessero farti delle storie, di’ loro che te l’ho regalato io, d’accordo?».

«Grazie mister, grazie ancora. Sono sicuro che il suo libro venderà parecchio anche questa volta». Poi allunga una mano.

«Me lo auguro» risponde lo scrittore, ricambiando la stretta.

Il ragazzo fa per allontanarsi, poi ci ripensa e si volta. «Ma alla fine, lo scrittore, muore?».

Lo scrittore lo guarda, sorride e dice: «Non rivelo mai i miei finali. Per saperlo, devi leggerlo».

Fine

21 Comments on “12 ore prima

  1. Pingback: Perché NoN scegliere un’ambientazione italiana | Salvatore Anfuso

  2. Ciao Salvatore,
    Avevi promesso che lo avresti riscritto e sei stato puntuale, complimenti. Lo dico perché io non riesco a gestirmi con tanta efficienza. La volta scorsa ti avevo dato la mia opinione e mi pare giusto essere presente. Ti do la mia impressione rapida, perché oggi sono così incasinato e non ho molto tempo.
    Partiamo dalla nota lieta. Il finale. Mi ha spiazzato. Lo Stop è stata una bella svolta narrativa. Però… Caspita, comincio col però. Se devo essere sincero, l’ho trovato un po’ più scarno del precedente. Mi spiego. Nel precedente il racconto si dilungava troppo senza giungere da nessuna parte, la svolta necessaria per incollare il lettore. Però in qualche modo riuscivi a focalizzare bene il personaggio. Ci si identificava, trasmetteva empatia. Qualcuno ha commentato che sembrava di essere con lui in auto mentre fende l’oscurità. Ed era vero. Facevi cogliere l’essenza di questo scrittore bizzarro che naviga per l’Italia di notte. Adesso, avverto una sensazione di riassunto. Per abbreviare si è tolta molta dell’atmosfera del viaggio, delle sue considerazioni. L’ho avvertito più distante. Anche alcuni passaggi e sfumature, l’ingresso al bar, i gesti, sono più sbrigativi. Più raccontate che mostrate. Anche la possibilità dello stalker, buon elemento, ma è gestito troppo di fretta.
    Sai cosa non va a mio giudizio in questo racconto? La passione. La tensione emotiva che coinvolge in primis lo scrittore mentre scrive e di rimando il lettore. Ho letto altri tuoi racconti, come quello della ragazzina sulla panchina (scusami non ricordo il titolo). Creavi un’atmosfera, un piccolo mondo in cui catapultavi il lettore. Lì eri presente nella scrittura. Si vedeva che avevi la gioia di raccontarla. Questa mi dà la sensazione che la storia non ti appassiona, provi a redigerla diligentemente, a tratti anche bene, però si avverte la mancanza di trasporto. Sembra una sorta di compitino. So che ricevere una seconda critica negativa è pesante dopo averlo riscritto. Infatti farei meglio a starmene zitto o a dirti che è perfetta, tanto per non guastare l’amicizia da follower. Però voglio essere sincero nelle mie impressioni, perché dire un bravo crogiola, una nota anche se negativa aiuta a crescere. Non volermene, ma sono certo che il tuo sogno di scrittura può rendere molto di più, le potenzialità le hai tutte. 😉

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    • Io pubblico per venire letto, caro Marco, e ricevere impressioni sincere dai lettori. Positive o negative che siano. Inoltre il tuo commento mi conforta, perché sottolinea positivamente proprio lo scopo che mi ero prefissato, cioè quello di lavorare sull’intreccio. Questo racconto – 12 ore – non verrà mai pubblicato da nessuna parte, ma grazie a te e ai commenti degli altri, lavorarci sopra mi ha dato l’opportunità di apprendere un paio di cose che, anche leggendole sui manuali, non si imparano così facilmente. Forse lo riscriverò una terza volta… ma lascerò passare più tempo. Se tu lo avessi letto per la prima volta lo troveresti ancora tanto riassuntivo dell’episodio precedente? 😉

      P.S. vero è che il racconto, essendo di per sé un esercizio di scrittura, più di tanto non mi appassiona. 🙂

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    • Lo so Salvatore che ti piace, o più che ti piace sai che ti serve avere i commenti, anche da un rompi gabbasisi come me.
      Questo genere di feedback servirebbe a tutti. Io che vado senza, sicuramente ho meno possibilità di apprendere e migliorarmi. Ognuno ha i suoi peccati, il mio è grosso. Ma ti posso dire che non commento mai altri racconti di altri blogger scrittori. Perché la gente si offende e si rintana. Meglio evitare. Il tuo spirito pagherà.
      Comunque vedo che ad altri è piaciuto, magari sono io che sono fumato…
      Però hai ragione, se non avessi letto il precedente, magari l’effetto riassunto non mi sarebbe parso.

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      • No, non credo che sia tu ad averti fumato il cervello (in quel caso avresti almeno dovuto offrire…), credo che i lettori siano individui diversi, con gusti, conoscenze e aspettative differenti. Riceve impressioni tanto diverse mi è più utile che avere solo una sfilza di “bello, bellissimo, entusiasmante…”, o di “che merda, non l’ho capito, prova a cambiare hobby…”. 😉
        Da me, tenendo presente un livello minimo di buona educazione, puoi commentare come ti pare. A me serve tutto e, sinceramente, mi fa anche piacere. Se il racconto – o lo scrittore – facesse davvero pena, commenteresti? 😛

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  3. Ciao Salvo,
    Così mi piace un sacco! è fluido, si fa leggere e il finale è superlativo! Alla fine lo scrittore muore?
    Anche la suddivisione in quarti mi piace. Dà proprio l’idea della suddivisione in scene per lo spot.
    La storia qui è la regina! Mi piace, promosso!
    Ho trovato un paio di refusi 😉 te li allego qui sotto!
    -“aveva spazzando” al posto di aveva spazzato via il nevischio
    – “ma a quel punto del viaggio, la stanchezza si era faTta sentire”

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  4. Questa frase non mi suona bene: “Lo scorrere dell’urina contro la ceramica dell’orinatoio sottolineò quell’affermazione.” Nel senso che non vedo perché dovrebbe sottolineare quanto ha detto prima.

    Dal capitolo 2 al 3 cambi i tempi verbali, passando dal passato al presente.

    Salvato’, sarò sincero, io in questa nuova versione ci ho capito ancora meno 🙂
    Cioè, non ho capito proprio la storia, se è il set di un film o meno.

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  5. Che stracciapalle questi lettori che non sono mai contenti. E che se lo scrivessero loro ‘sto racconto! No, non mi è piaciuto… Scherzo. Però tu non devi fare esperimenti, devi scrivere e basta. Però è anche vero che facendo esperimenti impari due o tre cose che non stanno sui manuali. Allora sperimenta, però non troppo. Cioè fai esperimenti e fai anche non esperimenti. In realtà ero venuto qui per vedere se poi moriva o no, mi sa che mi hai fregato. Dovrò comprarlo anch’io il libro per saperlo. Con te non c’è mai soddisfazione, sei peggio che andare in Autogrill di notte. Basta, non ci vengo più.

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    • A me piacciono i miei lettori. 🙂 Ne vorrei solo di più… Forse sono io a essere incontentabile. 😛
      Gli esperimenti si fanno, visto che ho lettori così competenti. Però ci sono anche racconti come “Sophia”, “Il vero padrone del mondo” e “Culo grasso” che non sono esperimenti, ma racconti veri e propri.

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  6. Mi piace!! TANTO! Pensavo fosse un noir e invece mi ritrovo con un sorrisino sbucato fuori dall’aver realizzato quanto ironico sia questo testo e da quanto sono stata “gabbata”. Rinnovo il mio “piacere”.

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  7. Pingback: Di cosa si scrive… | Salvatore Anfuso – il blog

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