Autogrill di notte

L’autostrada scorreva veloce, immersa in un’oscurità felpata. I fasci di luce dei fari, risucchiati dalle tenebre assieme alle strisce bianche e alle file degli alberi, illuminavano solo pochi metri d’asfalto. Da quasi 12 ore, Giangiacomo Barberi, guidava senza alcuna interruzione. Immerso nei pensieri, solo, distante.

Improvvisamente tre camionette dei carabinieri lo superarono nella corsia di sorpasso. Passarono rapide, accodate l’una all’altra, e sparirono nella notte. I lampeggianti azzurri, riflessi sullo specchietto retrovisore, lo riportarono al presente in uno schiocco di dita. Tutta la stanchezza del viaggio la sentiva lì, premere sulle palpebre. Guardò l’ora dal cruscotto: 23:37 h. Viaggiava da troppo tempo… sarebbe dovuto partire prima.

Era partito da Aosta alle ore 12 e aveva imboccato l’A5 in direzione Torino. Il sole del primo pomeriggio aveva illuminato di arancio il suo frizzante entusiasmo. Da Torino aveva proseguito su l’A21, in direzione Piacenza, quindi aveva imboccato l’A1 e superato Parma, Reggio Emilia e Modena, fino a giungere in prossimità di Bologna. Lì aveva scavalcato gli Appennini in direzione Firenze. Il sole era calato in fretta, illuminando di una strana luce dorata i tornanti. A Barberino di Muggello aveva iniziato a nevischiare, allora aveva diminuito la velocità accodandosi a un camion. Superato quel tratto però, l’ultimo bagliore di un sole morente aveva rallegrato le ultime ore della giornata, spazzando via il nevischio e rischiarando la visuale. La temperatura era gradatamente salita, fino ad attestarsi dieci gradi più su della valle in cui viveva. La Toscana era immersa in un’aria ancora tardo autunnale che non poteva che invidiare.

Aveva quindi superato Firenze e proseguito su l’A1, verso la sua meta: Roma. L’Associazione Librai Indipendenti d’Italia (ALII) gli aveva conferito un premio come miglior narratore Alpino dell’ultimo secolo. I suoi libri vendevano bene, di questo era fiero. La premiazione si sarebbe svolta l’indomani, nella sala congressi di un hotel di lusso. Si era segnato il nome su un foglietto… Lo estrasse dal taschino e lo lesse per l’ennesima volta. Gli occhiali premuti sul naso, a quel punto del viaggio, erano leggermente appannati. Doveva fermarsi, si ripeteva da ore, ma il viaggio gli metteva sempre una certa ansia e non vedeva l’ora di raggiungere la città eterna, parcheggiare e togliersi dall’impiccio della guida.

Avrebbe potuto prendere un aereo. Sua moglie, Betta, gliel’aveva consigliato. Sarebbe più giusto dire che aveva borbottato preoccupata per tutta la mattina, accusandolo di stoltezza, senilità e un sacco di altri epiteti per nulla incoraggianti. Lui però odiava volare.

Il treno per Roma, soprattutto il rapido in prima classe, rappresentava un’alternativa comoda. Solo che l’ultima volta era stato importunato per tutto il viaggio da un anziano ammiratore che, sfortunatamente, lo aveva riconosciuto. Era un aspirante scrittore… Aveva dovuto sorbirsi per quasi sei ore la sua incessante tiritera su quanto erano belli i suoi libri – e voleva ben vedere! – e su quanto anche lui, il fan, come narratore fosse niente male… ma privo di una casa editrice che ci credesse abbastanza. No, grazie! Un altro viaggio così e avrebbe potuto suicidarsi.

A Roma c’era già stato diverse volte, quindi aveva pensato di potersela cavare piuttosto bene e poi da ragazzo aveva viaggiato parecchio, percorrendo la penisola in lungo e in largo per partecipare alle varie fiere del libro, o andare a importunare gli editori nei loro uffici, raggiungere gli studi televisivi per le interviste e poi le conferenze… A quante conferenze aveva partecipato negli ultimi trent’anni? Non lo ricordava più e per questo non dovevano essere poche. Tutto questo, lo aveva sempre fatto spostandosi in auto.

Gli organizzatori, a Roma, avevano prenotato per lui una stanza nello stesso hotel, così da farlo arrivare riposato alla serata di premiazione. La sala congressi poteva ospitare 800 persone. A lui piaceva tenere banco. Quando aveva lo sguardo di così tante persone puntato addosso, be’, da burbero orso rinchiuso nel suo studio, si trasformava in un perfetto mattatore. Cosa c’era di meglio dell’ammirazione dei lettori? Quella dei librai, diamine! Rise di gusto alla sua stessa battuta, osservandosi riflesso nello specchietto retrovisore. Poi ripose il foglietto con l’indirizzo in tasca e si guardò attorno.

Viaggiare in autostrada era sempre un’esperienza alienante. Il panorama scorre indifferente ai lati, quasi senza mai variare. La strada, soprattutto di notte quando è deserta, è il luogo migliore in cui rifugiarsi nei propri pensieri. Quanti romanzi erano nati così? Anche in questo caso non aveva un numero preciso da citare, ma molti.

Alla sua destra, a una decina di metri, l’insegna luminosa di un grosso capannone attirò la sua attenzione. L’insegna diceva: MATERASSI GIUSTI per dormire. Quel – GIUSTI – doveva essere il nome del titolare, ci avrebbe scommesso, che aveva avuto l’astuta pensata di usarlo per lo slogan. Tuttavia, leggere di materassi buoni per fare una riposante dormita, gli mise addosso una stanchezza che doveva portarsi dietro da svariati chilometri. Si rese conto che i riflessi, così come i pensieri, erano immersi in una nebbia ovattata. Doveva fermarsi, si ripeté.

L’insegna dell’Autogrill spuntò all’improvviso. Prese una decisione d’istinto e inchiodò la macchina. I pneumatici stridettero, slittando sull’asfalto. Poi sterzò bruscamente a destra, imboccando il raccordo di allacciamento. Sfiorò per un pelo il bidoncino a protezione del guardrail, ma riuscì lo stesso a infilarsi indenne nel parcheggio. Fermò quindi la vettura, piazzandola sulla prima area di sosta che gli capitò a tiro. Una scarica di adrenalina gli scosse le spalle, quindi alzò gli occhi per guardarsi nello specchietto.

“Quanto sei stupido, Gian!”, disse a se stesso. “Un caffè. Ecco cosa mi serve…”.

Scese dalla macchina e allungò i muscoli. La schiena gli doleva e le giunture, soprattutto le ginocchia, gli urlavano contro epiteti ben peggiori di quelli di sua moglie. Chiuse la portiera del guidatore e aprì quella posteriore del passeggero. Recuperò la giacca e se l’infilò. L’aria era fresca, ma nulla a che vedere con le pungenti sferzate di Aosta. Avrebbe potuto evitare di metterla, restando semplicemente in camicia e golfino. Ci rifletté un momento, poi decise di tenerla. Senza si sentiva quasi nudo.

Tastò la tasca all’altezza del petto, assicurandosi di avere ancora il portafogli infilato dentro. Poi prese il telecomando delle chiavi e serrò l’auto. Il bip, con le quattro frecce lampeggianti, accompagnarono i suoi passi lungo il piazzale. Mentre camminava, ruotò il polso e scrutò l’ora: 23:49 h. Avrebbe dovuto chiamare la portineria dell’albergo per avvertirli che avrebbe tardato.

Il parcheggio era semi deserto. Poche macchine posteggiate qui e là, a una certa distanza le une dalle altre. La sua l’aveva parcheggiata nella piazzola più distante, quasi a ridosso dell’autostrada. In lontananza, nello spiazzo dedicato ai mezzi ingombranti, i camion si contavano sulle punte delle dita. Nessun pullman invece. Loro viaggiavano dritti alla meta e a quell’ora sarebbe stato strano trovarne uno lì. La considerò una fortuna, non gli piacevano i turisti, sempre troppo chiassosi per i propri gusti.

Lo stabile, invece, era ben illuminato e aveva un aspetto accogliete. Diversamente dal nord, gli autogrill del centro erano sempre molto grandi. Come se i romani viaggiassero più dei piemontesi o dei lombardi… Spinse la porta e si infilò all’interno.

Non si guardò nemmeno attorno, filò dritto verso il bancone e si appoggiò su di esso. Dall’altra parte, una donna sfatta dalla noia, lo guardò con espressione contrita. Si fissarono per un lungo istante. La donna masticava una gomma e teneva il gomito poggiato alla macchinetta del caffè, l’altra mano premuta su un fianco.

«Alla cassa…» disse la donna, cedendo per prima, con una voce nasale.

A quel punto, Gian, si guardò attorno. L’autogrill era praticamente deserto. Non solo di clienti, ma anche di inservienti. Un televisore, fissato in alto al soffitto, mostrava l’immagine silenziosa di tre camionette dei carabinieri ribaltate sull’autostrada. Un ritornello musicale, studiato per distendere i nervi e spingere i clienti ad acquistare di più, strideva dagli altoparlanti nel silenzio circostante.

«Ma non c’è nessuno…» tentò di ribattere Gian, alzando una mano in direzione della cassa.

«Le regole…» replicò la donna, sempre con la stessa voce nasale.

Gian tirò un lungo sospiro, poi sconsolato si diresse alla cassa. La donna, ferma nella stessa posizione, lo osservò per un altro lungo istante. Quindi sbuffò e si avviò nella sua direzione.

«Desidera?».

«Un caffè, per favore».

«Vuole anche un dolcino e una spremuta d’arancio, signore?».

«No, grazie… solo un caffè».

«Desidera prendere un biglietto della lotteria?».

«Solo un caffè…».

«Con una bottiglietta di coca-cola diamo in omaggio un portachiavi, è interessato?».

«No, grazie! Solo un maledetto, dannatissimo, caffè… per favore».

La donna, indifferente alla sua ostilità, premette dei pulsanti sullo schermo davanti a sé, poi disse: «Due euro e cinquanta, signore».

Gian aveva già infilato una mano nella tasca, a caccia di un euro, ma quando sentì il prezzo, alzò di scatto la testa e osservò stupito la donna.

«Per un caffè?».

«In omaggio diamo una bottiglietta d’acqua…» rispose lei, alzando una spalla con una noncuranza vendicativa.

Decise di lasciare correre. Sfilò il portafoglio dalla tasca e allungò una banconota da cinque pezzi. La donna gliela strappò di mano e batté nuovamente un dito sullo schermo. La cassa davanti a lei si aprì e ci infilò la banconota. Prese delle monete, strappo il foglietto dello scontrino con un gesto fluido, ben assodato, e allungò entrambi verso Gian.

«La bottiglietta d’acqua la può prendere da solo» gli disse, indicando con il mento un frigorifero.

Gian prese il resto, l’infilò in tasca senza controllare e si spostò verso il bancone. Ci appoggiò un gomito e alzò nuovamente lo sguardo verso il televisore. Un giornalista trafelato, guardando dritto verso lo schermo, diceva qualcosa a un microfono. Sullo sfondo c’era un tratto di autostrada, alcuni veicoli fermi e dei lampeggianti gialli. Le scritte scorrevoli in basso parlavano di un sopravvissuto… Gli venne istintivo chiedersi se quelle camionette fossero le stesse che l’avevano superato poco prima, ma era passato troppo poco tempo. Ruotò di nuovo il polso e lesse l’ora: 23:52 h.

La donna poggiò la tazzina del caffè sul piattino davanti a lui. Gian le lanciò un’occhiata distratta, quindi se ne impossessò portandosela alla bocca. Il caffè gli piaceva amaro.

Lasciò perdere il televisore silenzioso, poggiò la tazzina vuota sul piattino e si diresse verso la toilette. Mentre apriva la porta, sfilò il cellulare dalla tasca. Guardò lo schermo dello smartphone e ci fece scorrere sopra un pollice. Con l’altra mano, contemporaneamente, tirava giù la lampo dei pantaloni. Due squilli dopo rispose una voce affabile.

«Hotel Ritz, sono Matteo, come posso servirla?».

«Buonasera Matteo, sono Giangiacomo Barberi, c’è una stanza prenotata a mio nome nel vostro albergo». Lo scorrere dell’urina, contro la ceramica dell’orinatoio, sottolineò quell’affermazione.

«Buonasera signor Barberi. Sì, in effetti c’è una stanza a suo nome. Si ferma una notte, giusto?».

«Sì, esatto. Ma il punto è che sono ancora piuttosto distante. Mi sono fermato in questo momento in un autogrill. Non dovrei metterci ancora molto… diciamo un’oretta. Spero che per voi non sia un problema».

«Nessun problema signore. Il ricevimento è aperto tutta la notte, faccia pure con comodo».

«La ringrazio, volevo solo avvertirvi».

«Siamo a sua disposizione, signore. Se ha bisogno d’altro, telefoni pure».

La telefonata si interruppe con una vigorosa scrollata. Il rumore della zip che tornava al suo posto seguì un attimo dopo.

Gian ripose il cellulare in tasca e si avvicinò ai lavandini. Scrutò il suo volto stanco allo specchio e solo in quel momento si accorse di una figura dietro di sé che lo osservava.

Il ragazzo, notando d’essere stato scoperto, fece un passo nella sua direzione.

«La posso importunare?» chiese con gentilezza.

Gian l’osservò attentamente, un po’ risentito per essere stato colto di sorpresa. Era un giovane uomo sui 25 anni. Aveva una capigliatura riccioluta, disordinata, castana tendente al bronzo. Il volto era glabro e sorridente, ma il sorriso non si estendeva agli occhi, anzi gli storpiava leggermente i lineamenti. Aveva un viso squadrato, gradevole. Senza quell’espressione, avrebbe potuto dire: sincero. I vestiti sembravano lisi. In mano reggeva un libro.

«Mi dica pure…».

«Mi chiamo Giorgio e sono un suo grande ammiratore». Mentre pronunciava quelle parole, il ragazzo alzò il libro, portandolo in alto davanti a sé. «Le spiacerebbe farmi un autografo? So che sono inopportuno vista la situazione, chissà poi in quanti glielo chiedono, ma un’occasione così… quando mi ricapita?».

Gian non seppe se sentirsi lusingato o infastidito. Non gli piaceva essere disturbato dai suoi ammiratori nei momenti d’intimità. Urinare nella toilette di un autogrill lo considerava proprio uno di quei momenti. Tuttavia, rifiutare, non sarebbe stato cortese.

«Mi fa piacere, certo. Di quale libro si tratta?» chiese chinandosi in avanti e allungando le mani sotto il rubinetto. Il getto d’acqua uscì in automatico, scorrendo sopra di esse.

«Il ladro del tempo,» rispose il ragazzo, «è considerato uno dei suoi migliori romanzi, se non sbaglio».

Gian assentì con la testa, mentre con una mano premeva il distributore di schiuma. «E le è piaciuto?».

«Non l’ho ancora letto. L’ho appena sfilato dallo scaffale…».

«Immagino lo voglia acquistare» lo provocò, guardandone il riflesso sullo specchio e accennando un sorriso. Poi sciacquò la schiuma dalle mani e si voltò verso la ventola.

«Vista l’occasione…» ribatté il ragazzo, indispettito.

«Una curiosità, come ha fatto a riconoscermi?».

«Nella quarta del suo ultimo libro c’era una sua foto».

«Quindi è un mio lettore abituale?».

«Chi non lo è? I suoi libri sono ovunque».

«Cosa intende dire?».

«Solo che è difficile non leggerla, non passa certo inosservato. Ovunque ci si giri, c’è un suo libro. Come qui, nell’autogrill».

«Se sono tanto presente un motivo ci sarà, non crede? Ma mi faccia capire bene, forse a lei i miei libri non sono piaciuti? È questo che sta dicendo?».

«Lei sa chi è Charles Darwin?» chiese invece il ragazzo.

«Mi sta prendendo in giro?».

«No, affatto».

«Certo che lo so, e quindi?».

«Allora conoscerà anche la sua teoria sull’evoluzione, presumo…».

«Senta, dove vuole arrivare?» replicò Gian, infastidito. Non ne poteva più di ammiratori molesti.

«Charles Darwin diceva: a sopravvivere non è il migliore, ma il più adatto».

«Ascolti, vuole quell’autografo o no? Altrimenti ho un viaggio da riprendere…».

Fece un passo in avanti, puntando verso l’uscita, ma il ragazzo gli bloccò la strada.

«Vede, stando a questa teoria, lei non è lo scrittore migliore, solo il più adatto». Il ragazzo pronunciò quella parola con forza, sottolineandola. «Adatto, capisce? I suoi romanzi vengono letti non perché siano davvero belli, o perché ne valga davvero la pena. No. Solo perché è riuscito a ritagliarsi il suo angoletto sugli scaffali di ogni libreria, di ogni autogrill, di ogni giornalaio…».

«Si tolga di mezzo, o sarò costretto a chiamare le autorità».

Con un impeto feroce, che non riconosceva affatto nel suo normale ventaglio di azioni possibili, Gian fece un altro passo avanti, finendo quasi petto contro petto con il ragazzo. Sentiva tutto il diritto, dato dall’essere un personaggio pubblico e riconosciuto, di prendere a pugni quel ragazzetto maleducato, se occorreva.

Il ragazzetto maleducato, però, estrasse dalla schiena una pistola d’ordinanza e ne fece scattare la sicura. Il rumore attirò giù lo sguardo spaventato di Gian. Il ragazzo sorrise a quella vista.

«Mi dica, caro Barberi, chi è lo scrittore più adatto a sopravvivere adesso?».

Fine

22 Comments on “12 ore

  1. Il racconto scorre bene, come sempre, però secondo me hai dedicato troppo spazio al viaggio e all’autogrill e troppo poco alla conclusione, che risulta frettolosa. Perché quel ragazzo vuole uccidere lo scrittore? Anche lui lo è? Questo si deduce solo.

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    • Sono perfettamente d’accordo. La conclusione è solo abbozzata, il racconto doveva essere più lungo di almeno altre mille parole. Solo che poi ho perso interesse, l’interesse che era solo legato a mostrare un’ambientazione italiana. Il racconto è legato al precedende articolo sulle ambientazioni. Che te ne pare del contesto italiano, ti annoia? La leggeresti una storia ambientata a questo modo? Fa qualche differenza l’ambientazione?

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      • Beh, di contesto italiano c’è solo un autogrill, dipende dal resto, poi. L’ambientazione fa differenza, certo. Ce ne può essere qualcuna che non mi attira per niente.

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        • L’Autogrill e il viaggio anche. Poi basta dire d’essere in Italia per far scattare automaticamente alcuni preconcetti, oppure no? Perché è questo che mi interessa capire, in fondo. Venerdì prossimo ci riprovo. 😉

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  2. Concordo con Daniele, la tecnica narrativa la padroneggi abbastanza bene.
    Qualche piccolo raccordo forse ancora un po’ troppo acerbo, ma sei già al di sopra di molti scrittori un po’ mediocri e pubblicati.

    Il punto è che già a metà racconto, dentro l’autogrill, da lettore mi aspettavo una svolta, invece l’intreccio è proseguito troppo lineare. Credevo che la svolta fosse il servizio del telegiornale con l’incidente delle camionette, però non ne ho colto il nesso.
    Non che io sia la perfezione, nella scrittura, ho molto da imparare, probabilmente son molto scarso. Però secondo me nell’intreccio a livello conscio o inconscio devi guardare al lettore. Lo devi stimolare, incuriosire, avvincere.

    Durante il tragitto iniziale che dura una metà del racconto, non dai ganci emotivi forti. Il viaggio ben descritto a cosa porta? La scrittura spesso è un rilancio di posta, un crescendo di attenzione e uno sgonfiamento che lo scrittore deve padroneggiare per tenere sospeso il lettore fra le sue mani.
    In un racconto come questo si potrebbero giocare le carte del media res, dell’anticipo, della suspence, il lettore intuisce o sa qualcosa che il personaggio non conosce.

    Un’idea poteva essere il finale che gioca d’anticipo. L’incipit con la pistola puntata in fronte.
    E da lì ricostruisci il viaggio, chi è, cosa deve fare, magari sottolineando nei dettagli, qualcosa che a lui sfuggiva e che porterà a quella scena madre. Il lettore si deve domandare cosa succede. Se lo scrittore deve tenere una conferenza a Roma perché finirà con una pistola puntata? E quando accade? In una piazzola di sosta dove vorrebbe fermarsi due minuti? Al bar dell’autogrill?
    Questo è l’aggancio dell’inganno. Far credere che stai per dire ciò che il lettore attende, il colpo di scena atteso e invece… non è qui, dopo…
    Però anche un inizio con la pistola non avrebbe retto perché quella è la scena del finale conclusa. Anch’io ho avuto la sensazione dell’amaro in bocca. E cosa succede, gli spara o no? Perché il fan o finto fan è poliziotto? Allora non è un ragazzo. Ma a quel punto il protagonista doveva essere allucinato. E non mi è strato mostrato che lo fosse, era solo stanco.
    Ho notato che il finale non chiuso è una tua caratteristica e spesso va bene, ma questa volta non concede quella che io chiamo: la ricompensa del lettore. L’emozione finale. Troppo cruda, troppo netta la chiusa.
    Probabilmente il tema di fondo dello scrittore e dei fan aspiranti scrittori, è l’ironia portante del racconto. Però andava giocata con più brio, con qualche episodio divertente, quasi da satira. Il ricordo del viaggiatore molesto in treno, è troppa cronaca, non dà uno sprazzo emotivo.
    E infine le camionette? Nei manuali di sceneggiatura si fa il classico esempio che se il regista inquadra un fucile, questo prima o poi sparerà. Le camionette creano attesa disillusa, o al massino non compresa, io non le ho afferrate.

    Mi son dilungato troppo. Non prendere il mio commento come una stroncatura, ci mancherebbe, ad altri il racconto piacerà senz’altro.
    Ho deciso di commentare perché avverto in te del buon talento e che in qualche modo devi riuscire a inquadrare oltre che nella tecnica, anche nello sviluppo dell’intreccio, per tenere il lettore ancorato alla pagina.

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    • Grazie Marco, un commento come il tuo vale ogni parola a peso d’oro, e il fatto che le parole non abbiano un peso non influisce sul valore. 😉
      Grazie per aver speso tanto tempo, mi sarà molto utile. Protesti, se hai ancora occasione, indicarmi quali sono i “raccordi acerbi”? Così li vedo in dettaglio e ci lavoro.
      Naturalmente approvo e condivido ogni parola. In realtà questo racconto nasce con l’unico intento di verificare se un’ambientazione italiana cambia qualcosa, inibisce la lettura, e il fatto che nessuno l’abbia citata conferma la mia idea. La storia di conseguenza è passata in secondo piano e non c’ho perso troppo tempo. Ti dirò di più, non mi piace neanche. Personalmente non l’avrei letta. Però, con il tuo commento prezioso, mi hai fatto venir voglia di riscriverla in modo diverso. Venerdì prossimo, se avrai ancora voglia di passare da queste parti, la posterò revisionata.
      Per quanto riguarda la svolta nel centro… avevo messo quel “Le scritte scorrevoli in basso parlavano di un sopravvissuto…” che, assieme alle camionette ribaltate, e alla “pistola d’ordinanza”, dovevano far insospettire il lettore verso una certa conclusione. Ma in realtà hai ragione su ogni punto: non c’è ne una vera svolta, né una spiegazione (sottintesa o meno) su chi sia il killer, tanto meno un vero motivo di interesse nella prima parte, tranne il fatto di capire perché si sta parlando di questo tizio…
      L’intreccio secondo me può essere posticipato alla prima revisione (che per me è sempre una riscrittura), mentre la bozza tendo a scriverla in modo lineare, anche per chiarirmi le idee sulla storia, la sua cronologia. Fai finta che questo racconto sia una bozza (e a tutti gli effeti lo è).
      Ehi, torna a commentare i miei racconti! Mi puoi essere davvero d’aiuto. 🙂

      P.S. Grazie per il talento! 😉

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    • Ciao Salvatore, certo che Venerdì ripasso, leggo tutti i tuoi post, lettore fedele sono. A volte non commento perché non ho tempo, o perché penso che un commento debba essere il contributo di un’opinione. Detto questo, mi pareva strano il racconto. Era una bozza.

      In un certo senso ho compreso che il tuo tentativo di far vedere quanto è brutta l’ambientazione italiana, ha imbruttito il racconto.

      Ho letto quel tuo post sulla localizzazione della storia, e come potrai intuire non sono molto d’accordo. Francamente non ho testimonianze evidenti che l’ambientazione italiana venga scartata a priori. Più che altro, certe ambientazioni danno la sensazione d’essere scartate perché da noi non è che abbiamo King, Follet, Grisham. E non intendo per bravura, ma per stile. In Italia i romanzi di genere se scritti da italiani vengono visti poco credibili a prescindere. Da noi si fa quasi solo mainstream. Fantasy e fantascienza sono ignorati quasi del tutto. L’unico genere che regge, il giallo, o sarebbe meglio dire il poliziesco, ancora da parecchi critici viene definito di serie B. Siamo messi male, ma non per la location, ma per le teste che circolano sul suolo italico…

      Detto questo io apprezzo la località italiana. Tu la interpreti, a grandi linee, come se fosse un giro turistico. In realtà la località, sta sempre da sfondo alla storia. Sono rare le storie in cui la località diventa una catarsi del romanzo stesso. E comunque io credo che lo scrittore, quello vero, della location deve vedere quello che gli altri non vedono. Scrivere non è solamente descrivere. È anche interpretare. Filtrare la realtà con i nostri occhi. Le problematiche sociali, i comportamenti umani, le storture architettoniche, e via via.

      Io da questo punto di vista sarò estremamente banale per te, in quanto il mio romanzo è ambientato nella mia città natale, Catania. Non che località americane, non mi attirino, tutt’altro. Ho in mente, romanzi americani. Ma ad esempio uno come Camilleri dice che lui riesce a scrivere solo dei luoghi che conosce. Perché se nella scrittura la location è sottesa, il respiro del luogo si avverte sempre. E se il luogo non lo conosci, scrivi non preciso. La precisione è dei grandi scrittori o di quelli bravi. King è preciso, sempre, nelle parole, nei luoghi, nelle emozioni.

      Per farti un esempio, il mio quarto romanzo è distopico e ambientato negli Stati Uniti. I protagonisti nella baraonda e nel caos di una guerra, devono compiere un viaggio a piedi da Washington a New York. Un percorso allucinato e pieno d’ostacoli. Ebbene ti posso garantire che la scena la posso descrivere, sforzandomi anche bene. Ma non sarebbe la stessa cosa se fossi stato sul posto. Per scrivere quel romanzo conterò d’andare un mesetto sui luoghi per respirare le strade, il percorso, le sensazioni che i miei protagonisti potrebbero vivere. E Google Maps o Street View sarebbero solo dei palliativi, tanto per aiutarmi per fare il compitino. Tra l’altro, e questo tra parantesi, la location gioca anche un ruolo chiave nel romanzo in self publishing. È uno dei fattori di promozione del marketing. Molti si chiedono come si lancia un libro? Comincia dalla tua città, dai gruppi online che la riguardano, dai giornali, dalle librerie. Non con lo spam sia chiaro. Il marketing perfetto è quello che non si avverte. Quello che crea curiosità e stupore. E la comunità locale è proprio un buon punto di partenza. Dipende sempre dalla qualità del romanzo. Se fai affacciare i protagonisti dal belvedere, tutti diranno embè? Ma se riesci a trasformare quei luoghi, in qualcosa che gli altri non vedono, in qualcosa di diverso, possibilità ce ne sono. Io ho scelto la mia città, anche perché il romanzo ha una forte esperienza di vita. Molto connessa alle radici del protagonista.

      E poi metti anche il valore storico di uno scritto. Per restare nella mia terra, Verga, Capuana, De Roberto, Brancati, hanno tutti tratteggiato contorni di una città che non esiste più. Il romanzo ha un valore di memoria. Modo di vivere e di pensare, di vedere il mondo e di relazionarsi.
      Figurati che io mi pongo il problema nel descrivere l’insano caos del traffico. La tecnologia è così matura che probabilmente le auto che guidano da sole saranno lo standard fra dieci vent’anni. Non provocheranno incidenti, saranno efficienti nel diramarsi nel traffico e nel trovare parcheggi. È probabile che le stesse amministrazioni civiche che oggi sono scettiche, entro quegli anni vorranno che all’interno delle città si possa guidare solo in modalità automatica. A questo punto, nel mio romanzo, il buon sano gusto di frenare in città rischiando di accoppare un pedone, diventa un impegno storico, devo mettercelo per forza. Dai si scherza anche, ma non tanto. Al solito mi sono dilungando troppo.

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      • Vedi? È proprio questo che non mi piace dell’ambientazione italiana: le problematiche sociali. Mica il luogo in sé. Stimo chi se ne occupa, ma per me la narrativa è evasione e in Italia l’aspetto sociale è sempre trattato con una pesantezza e un grado di realismo “verdiano” che provoca nausea infinita. Anziché attirare l’attenzione su certi aspetti del sociale che andrebbero cambiati, l’autore fa scappare a gambe levate tutti tranne gli pseudo intellettuali raffinati che in questo modo si sentono la coscienza più pulita… Sto sparando sentenze, spero mi scuserai, ma la penso così.
        Come autore, se te la senti, fai benissimo a integrare le radici locali con la storia che narri, ma, per favore, metti al primo posto l’intrattenimento. Sempre e comunque. Voglio dire: se tratti temi importanti con leggerezza e ironia non significa che te ne stai “sbattendo” o che li ridicolizzi. Anzi, magari non annoiando il possibile usufruitore della storia attiri maggiormente l’attenzione sul tema stesso, mi spiego? Gli americani in fondo non fanno così? Prova a pensare a McCarthy: violenza indiscriminata fine a se stessa, senza giustificazione, senza possibilità di arginarla e questo in America probabilmente ha un senso sociale molto profondo… Però leggendolo non ti viene il latte alle ginocchia, mi spiego? 🙂
        In Italia siamo sempre così pesanti su certe cose…

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        • La bellezza della scrittura è questa. Non ci sono regole e dogmi. Ogni scrittore porta avanti consapevole o meno una visione di verità. Ciascuno nel suo piccolo è un innovatore inconsapevole. Il tuo non andare bene la location italiana perché riecheggia una certa pesantezza dei temi è anche condivisibile.

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  3. L’atmosfera è molto post-moderna, come piace a me! 😉
    Anche io come gli altri avrei accorciato la parte iniziale, soprattutto la descrizione del tragitto. E anche io ho pensato che l’evento clou fosse l’incidente delle camionette.
    Inoltre, noto un controsenso nell’atteggiamento del ragazzo. Dice di essere un grande ammiratore e gli chiede un autografo, però poi mostra mancanza di stima … Forse l’approccio avrebbe potuto essere diverso.
    Infine, c’è un’altra cosa, ma vorrei parlartene via e-mail perché potrebbe scaturirne un discorso lungo. 😉

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    • Aspetto la tua mail Chiara! 🙂
      Dell’ambientazione italiana che ne pensi? Inibisce la lettura o, che sia ambinetato qui o da qualche altra parte, non fa alcuna differenza?

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      • Le mail te l’ho mandata…
        A me l’ambientazione italiana piace perché dà un’idea di familiarità ed ho già avuto modo di esprimere più volte cosa penso al riguardo, dunque non potrei aggiungere altro rispetto a quanto già detto in quell’email di qualche giorno fa. 🙂

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  4. Ciao Salvo, allora è scritto bene, ma sembra che tu non ne fossi sicuro.
    Mi spiego, la parte iniziale era un po’ lunga… ok A1, A20, mi sono persa probabilmente.
    L’ambientazione alienante dell’autostrada ci sta tutta, così come l’autogrill e la commessa antipatica, ci sta tutta. Leggendo, però non si capisce, perché hai inserito il notiziario… lui è già morto? è un sogno? Quell’incidente è il suo? Si trova in una specie di limbo, condannato a morire mille volte per mano di scrittori più giovani?

    :)forse è voluto il fatto di lasciare il racconto all’interpretazione del lettore XD

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    • Che di base non è male come idea. 🙂
      Va bene, va bene… non ne avevo alcuna voglia, ma lo riscrivo. 😛

      P.S. quella “poca convinzione” che ravvisi è dovuto al fatto che non stavo cercando di raccontare una bella storia, ma un’ambientazione… -.-

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      • Ecco si sente tanto!
        😉 Fatti una domanda l’ambientazione non deve essere solo il nome delle strade, ma in questo caso uno spaccato di vita.
        Quell’autogrill è un autogrill italiano? Romano o potrebbe trovarsi in uno qualsiasi del mondo?
        Se volevi raccontare l’ambientazione, allora non limitarti a dare solo il nome alla città o alle autostrade, ma scava più a fondo.
        Mi è piaciuto l’inizio, mi sembrava di essere a bordo con lui e di vedere i cartelli autostradali, ma in autostrada era solo…
        Decidi cosa vuoi dire e poi fallo e dimenticati dell’ambientazione. 😉 Forza che sei bravo!

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  5. A me questo racconto non è piaciuto affatto. Dimmi in che autogrill ti fermi settimana prossima, che ci vengo con la pistola e quando mi sentirai dire: «Mi dica, caro Anfuso, chi è lo scrittore più adatto a sopravvivere adesso?», capirai che è una battuta del xxx, un attimo prima che finisca la tua misera esistenza darwiniana.

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  6. Sono d’accordo con gli altri, la parte del viaggio è un po’ lunghina e non si capisce il nesso tra le camionette e il ragazzetto maleducato. Non “vedo” i personaggi né la trama. Ma visto che fine ha rischiato di fare helgaldo, ci tengo a precisare che in generale la storia mi è piaciuta un sacco 😀

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