Perché NoN scegliere un’ambientazione italiana


Ambientazione italiana

…quando il luogo pregiudica il risultato

Il luogo in cui scegliamo di ambientare la nostra storia potrebbe pregiudicarne la vendibilità, ci avete mai pensato? Mi spiego meglio: se voi ambientaste una storia nel Medio Oriente odierno, oppure in India o, ancora, in Africa… be’, è molto probabile che io non la leggerei volentieri. È una sorta di prevenzione? Sì, certo che lo è, e tutti abbiamo le nostre… quali sono le vostre?

Tornando al tema del post. Quando pensiamo a un luogo, le cose che solitamente ci vengono subito in mente sono di due tipi: tutto quello che di esso conosciamo di sicuro, perché lo abbiamo visto con i nostri occhi; tutto quello che la cultura popolare associa a quel luogo, soprattutto se non ci siamo mai stati. Cosa significa questo? Significa che, nella media, il luogo in cui scegliamo di ambientare la nostra storia può attirare o inibire l’eventuale lettore.

Caratteristiche salienti

Gli americani sono pistoleri, violenti, spesso deviati, con un’insana passione per i fast food. I francesi sono effeminati amanti della baguette. Gli inglesi hanno la puzza sotto il naso, una scopa infilata su per il culo e bevono litrate di tè… E gli italiani?

La prima obiezione che mi aspetto, da voi cari e attenti lettori, è che queste caratteristiche salienti valgono solo se associate a persone al di fuori della nazione di appartenenza. Voglio dire, nessuno di noi penserebbe agli italiani come un popolo di pizzicagnoli mangia spaghetti, giusto? Certo che è giusto. Così come nessun inglese penserebbe al proprio popolo nei termini che ho espresso, al massimo concorderebbe con me sull’effeminatezza dei francesi…

Fin qui tutto giusto. Ma è anche vero che noi stessi coltiviamo un’opinione non proprio linda del nostro popolo… non è forse così? Si passa da caratteristiche negative, ma di tipo superficiale (mandolino, spaghetti, pizza), a caratteristiche sempre negative, ma più specifiche: corruzione, disoccupazione, disonestà. Forse avete iniziato a capire dove voglio arrivare, ma facciamo un passo indietro e cambiamo, per un attimo, direzione.

Perché leggi?

Si legge per motivi diversi, poi ognuno ha anche i propri, ma se dovessimo usare una sola risposta (parlando di narrativa), forse si potrebbe dire che si legge per svago. Svagarsi. Ora, questo termine può indicare molte cose, inoltre ognuno può darne un’interpretazione personale, peculiare. Tuttavia nessuno per svago vorrebbe fare cose noiose. Le cose noiose sono cose già viste, cose che si conosce così bene da averne sviluppato una sorta di nausea.

Io in Italia ci vivo da 37 anni. Ci sono nato qui. Conosco piuttosto bene il mio Paese, lo giro in lungo in largo per lavoro ogni settimana. Vorrei leggere un’altra storia ambientata in Italia? Be’ capita, certo. Ad esempio, l’anno scorso, ho letto Una piramide di fango, di Camilleri, è contro ogni aspettativa mi è piaciuto parecchio. Quest’anno ho già letto, di Malvaldi, una delle storie del BarLume, anche questa mi è piaciuta. Entrambi gli autori ambientano le loro storie in Italia, non solo, ma arrivano perfino a usare il dialetto regionale nei dialoghi. Eppure i loro libri funzionano e piacciono anche. Questo però non sposta il mio ragionamento, semmai mi dà ragione.

La difficoltà di un’ambientazione

Perché un’ambientazione funzioni, dev’essere curata molto bene. Fin qui mi sembra si possa concordare. Perché una storia ambientata nel proprio Paese non risulti noiosa, però, non basta curarla bene. Serve anche altro… Serve soddisfare l’esigenza del lettore di “vedere” cose che non ha ancora visto o di “vederle” in una chiave diversa dal solito.

I libri di Camilleri e Malvaldi funzionano perché loro mostrano agli altri italiani un’Italia regionale che non hanno sotto gli occhi ogni giorno. Ci avete mai pensato? Voglio dire, se Camilleri scrivesse della Sicilia in termini che ho già visto mille volte in una fiction televisiva di serie C, io non lo leggerei. Invece tira fuori l’originale, il non visto. Come lo fa? In molti modi, presumo, ma tra i tanti mette il dialetto in bocca non al criminale malavitoso, ma all’istituzione, a Montalbano. Ora, eviterò di fare un’analisi linguistica dei libri di Camilleri o di Malvaldi, che tra l’altro non mi compete neanche. Ma spero che il concetto sia almeno chiaro.

La vostra obiezione, in questo caso, potrebbe essere: «… ma i libri scritti dagli americani e ambientati in America funzionano però!». Vi rispondo subito.

Libri di scrittori americani, ambientati in America

Per prima cosa: no, non è vero che gli americani ambientano i loro libri solo in America. Li ambientano un po’ ovunque, pure qui in Italia. Ovunque gli sconfinferi, ovunque li conduca la storia. Ma prendiamo in considerazione solo quelli ambientati negli Stati Uniti. Funzionano, certo, almeno quelli più noti che giungono fino a noi, degli altri non sappiamo nulla. Ma facciamo finta che tutta l’intera produzione letteraria americana ambientata negli USA sia fantastica e non annoi il lettore americano medio. Cosa significa ambientare una storia in America?

Gli Stati Uniti d’America sono un Paese composto da 50 stati diversi, che fra nord (Alaska) e sud (Florida, Texas, California) vantano una ricchezza di panorami, peculiarità regionali e popolazioni (indigene o emigrate) da far invidia al resto dei continenti. E la stessa cosa si può dire da est a ovest, coast to coast. Occupano una superficie superiore ai 9 milioni di chilometri quadrati e il loro numero supera i 300 milioni di abitanti. Per fortuna tutti parlano la stessa lingua…

Chi vive nel New England, e non si è mai spostato da lì, probabilmente la California l’ha vista solo in cartolina. Mi spiego? Ambientare una storia negli Stati Uniti non annoia i lettori americani perché equivale per noi ad ambientarne una in Norvegia! Ma gli scrittori italiani che ambientano le loro storie in Italia che chance hanno di non annoiare? Non è la stessa cosa, mi spiego?

Avete cose originali da dire sul vostro Paese? Riuscite a tirare fuori lo straordinario dall’ordinario? Come ve la cavate con i dialetti? Tutti motivi per non ambientare una storia in Italia.

Ambientare una storia in Italia

Come sapete, amo le contraddizioni. Quindi, per testare questa mia teoria, e cercare di capire se sono solo io, invece, ad essere allergico a un’ambientazione italiana, mi metto subito a scrivere un racconto ambientato qui, in questa penisola. Potrete poi giudicare voi stessi se per uno scrittore italiano valga o meno la pena di scegliere il proprio Paese come sfondo per le proprie storie.

E voi, cari aspiranti o meno che siate, ambientate storie in Italia o preferite mete esotiche?

Racconto —>

34 Comments on “Perché NoN scegliere un’ambientazione italiana

  1. Io mio primo romanzo è ambientato in Italia, a Roma, e non poteva essere altrimenti, perché avevo bisogno di una città specifica per dare legittimità a quello che stavo raccontando. Per il secondo e il terzo invece ho scelto una località imprecisata di fantasia (comunque italiana), e anche qui non potevo fare altrimenti perché le cose di cui parlo non potevano essere collocate in un luogo noto. Insomma, credo che ogni storia abbia la sua ambientazione, sono in rari casi si potrebbe “trasferire” ovunque.
    Sono d’accordo con quello che dici, un ambientazione nel nostro Paese che non tiri fuori qualcosa di originale non funziona bene. Tra l’altro io personalmente leggo per evadere, le storie che mi ricordano troppo qualcosa di visto non mi prendono affatto.

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    • Sicuramente ogni storia, alla fine, ha la propria collocazione – in termini di luogo – e non potrebbe essere altrimenti. Ad esempio, molti dei romanzi di King sono ambientati nel Maine e non potrei immaginare un luogo diverso per essi. Ora, io il Maine non l’ho mai visto dal vivo, quindi mi piace leggere qualcosa ambientato lì. Mi domando però, cosa ne pensino i lettori che invece ci vivono… sarebbe interessante saperlo, no? 🙂

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      • Mi è capitato di farmi diversi chilometri immerso nella nebbia, magari di notte, magari in strade non troppo illuminate, e mi sono chiesto: sarà mica così il Maine, un po’ come la pianura padana? Insomma, qualche speranza per buoni racconti dell’orrore ce l’ho. 😉

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        • Scrivere racconti horror è difficilissimo, sembra che anche il King ultimamente abbia virato verso il thriller; scrivere racconti orribili, invece, è facilissimo (basta leggere i miei)! Cerca di non sbagliare strada, di notte, nel Maine padano… 😉
          P.S. concordo, potrebbe essere una buona ambientazione italiana. 🙂

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  2. mmmh se ti rispondo che io studio e progetto i luoghi da zero, basta come risposta?

    Penso che indipendentemente da dove uno scelga di ambientare la propria storia, per non annoiare e per non scrivere cose banali, bisogna conoscere.
    Informarsi, conoscenza, vissuto, abitudini del luogo, insomma sono tutte cose che bisogna possedere, altrimenti si rischia di fare un qualcosa di superficiale.

    Per informarsi ci possono essere diverse fonti: telegiornali, libri, internet, guide turistiche, ecc. L’importante, secondo me, non è il luogo che scegli, ma il bagaglio culturale che possiedi.

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    • Ma facciamo un passo avanti. Naturalmente, visto che mi rivolgo ad aspiranti scrittori, do per scontato che il lavoro sull’ambientazione sia stato fatto con attenzione; il punto invece è un altro: ambienteresti una storia in Italia? E se sì, non pensi che rischieresti di inibirne l’acquisto da parte di un lettore che in Italia di vive?

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      • mmmh… no ma dipende dallo scrittore.
        A esempio ora sto aspettando il commissario Bordelli, le suestorie sono ambientate in Italia, ma non voglio e non credo che questo possa essere una cosa controproducente. Ben vengano libri italianiche parlano dell’Italia. Magari possono dare una nuova luce ai soliti concetti internazionali (pizza, mandolino, mafia e ora disoccupazione, corruzione e disonestà). Insomma alcuni potrebbero non leggere il tuo libro solo per questo? Amen, ma se il libro vale, se la trama regge e non poteva essere altrimenti, chissene. Mal che vada lo faccio tradurre e lo vendo sul mercato estero.
        Il guaio di noi italiani è che scriviamo solo in italiano, se conoscessimo veramente bene l’inglese, ci si aprirebbero un sacco di portoni in più. Un sacco di opportunità.

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          • Un’amica traduttrice (nel campo letterario) mi diceva che gli autori scrivono sempre nella propria lingua madre, per poi affidarsi a un traduttore madre lingua. A esempio lei è quasi madrelingua, ma per forza di cose lei può tradurre solo i libri in Italiano e di consegue un cinese non si sognerebbe mai di tradurre un libro cinese per italiani… ecc non so se mi sono spiegata bene… Son presa da mille cose in sto momento 😛

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  3. Io credo che il tuo sia un parere soggettivo, ma sul quale vale sicuramente la pena riflettere.
    Penso a me come lettrice, innanzi tutto. Che cosa mi piace?

    Mi piacciono le opere che trasmettono un’idea di completezza, e credo che la “fusione” tra l’autore ed il mondo che descrive sia fondamentale a questo scopo. Ogni volta che mi è capitata per le mani un’opera ambientata in un paese che non era quello dell’autore mi sembrava che “mancasse qualcosa”: le descrizioni erano fredde, asettiche, non si creava un vero contatto con certi popoli, a meno che l’autore non dimostrasse di conoscerli veramente bene. Per entrare in un’ambientazione non ci vuole soltanto la documentazione: ci vuole il cuore. Occorre sentirla pienamente, farsela entrare nelle ossa.
    A me piacciono i romanzi di autori italiani ambientati in Italia, mi piacciono i romanzi di autori norvegesi ambientati in Norvegia (vedi Nesbo) e così via. Ho odiato però il romanzo di Elizabeth George “Un piccolo gesto crudele” ambientato in Italia così come ho odiato “L’ultimo Lappone” di Olivier Truc (francese) per il motivo di cui sopra: se non c’è partecipazione, si scivola nello stereotipo.

    Io ho ambientato il mio romanzo in Italia perché non posso fare altrimenti, ma cerco di proporre una Milano diversa da quella che solitamente viene messa in luce, o almeno ci provo. Sto seguendo con costanza un blog che si chiama “il milanese imbruttito” e che mi sta fornendo degli spunti molto interessanti per quel che riguarda il linguaggio. Vorrei rievocare delle atmosfere precise, e in questo senso Milano mi serve. Ma non solo: per me è anche una GRANDE SFIDA. è una sfida rappresentare un mondo diverso da quello che il lettore comune conosce e, allo stesso tempo, farlo sentire affascinato. è una sfida ma anche una missione: sono nata qui, sono cresciuta qui. Sento il bisogno di calarmi appieno in questa realtà, per rendere una giustizia nei confronti di un paese che amo e che è stato fatto a pezzi. In questa fase, vivo il mio ruolo di scrittrice in questo modo: non mi sento semplice intrattenitrice, ma vera e propria testimone. In futuro, chi lo sa.

    In ogni caso, penso che tu abbia generalizzato un po’ troppo per quel che riguarda i gusti dei lettori: io non leggerei mai il romanzo di un italiano ambientato in America a meno che non ci sia una motivazione precisa (interesse per l’argomento o amicizia con l’autore :D) e prediligo sempre la strada europea, in tutte le mie letture. So che molti altri si accodano al mio gusto. L’importante, come dici, è non banalizzare l’ambientazione ma valorizzarla, andare là dove nessuno è mai andato. E ci si prova! 🙂

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    • A me invece l’ambientazione italiana sta molto stretta e amo i romanzi ambientati in America… Ognuno va dove porta il cuore. 😉
      Di sicuro l’ambientazione va curata, su questo non ci sono dubbi, però il mio discorso era anche diverso. Gli Stati Uniti sono una nazione grande… Ci sarà, fra i lettori, chi si è stufato di leggere storie ambientate in California, ma magari non di storie ambientate nel Maine… che magari non hanno mai visto. Mi spiego? È comunque diverso che ambientarle in Italia.
      Poi il discorso sul calore della descrizione… concordo, certo. Eppure ci sono storie ambientate in “nessun luogo” che hanno lo stesso spessore. La stessa pienezza. Forse dipende molto anche dallo scrittore…

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      • Sì può darsi. Inoltre credo che ci siano anche delle “fasi”. Per me in questo momento è così, voglio scrivere una storia ambientata a Milano… ma magari il prossimo romanzo avrà luogo al Polo Sud, chi lo sa. Credo che quando si scrive non ci si debba precludere alcuna strada (eccetto le storie stile “cinquanta sfumature” o stile moccia 😉 )

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  4. Con la tua interessante analisi sfondi una porta aperta. Svago, esattamente. Di default, evito di leggere storie che so ambientate nei paesaggi e con le tipologie umane tipiche dei luoghi italiani che conosco. Non mi portano via, semplicemente, e non provo quella scintilla di interesse data dalla speranza di scoprire qualcosa di nuovo e ampliare i miei orizzonti. Anche l’autore italiano mi fa arricciare il naso, così come gli autori francesi e le ambientazioni francesi. C’è sempre il “però”: se per qualche motivo particolare la storia mi attira, allora passo sopra ai pregiudizi e leggo. E’ questo che bisogna sempre domandarsi scrivendo: come creare quel “però” per il lettore. 🙂

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  5. L’ambientazione, quale che sia, va conosciuta e raccontata in un modo che non sappia di “già visto”. Milano può risultare banale esattamente come un finto medioevo pseudo inglese per un fantasy o una New York da commediola insulsa. Quindi come lettrice non ho preclusioni, voglio una storia che mi porti in luoghi insoliti, il che può voler dire anche aspetti di Novara che non conosco.
    Come autrice, se ambiento nel qui ed ora non mi sposto molto da casa mia, del resto ho la fortuna di abitare in un territorio ricco di location particolari e di leggende. Se ambiento nel passato vado dove mi porta la storia, maledicendo il lavoro di documentazione quando si tratta di posti in cui non mi muovo benissimo (infatti cerco sempre di portare Sherlock Holmes fuori Londra nel più breve tempo possibile)

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    • Lo spingi fuori Londra per poter inventare più facilmente l’ambientazione della campagna inglese? Comunque leggendo i vari commenti alla fine mi sorge una domanda: ma possibile che uno scrittore non possa inventare di sana pianta un’ambientazione, non fantasy, ma reale? Mi spiego meglio: se ambientassi una storia a Parigi e eliminassi la Tour Eiffel, quale sarebbe il problema? L’unico problema è essere abbastanza bravo da riuscire a convincere il lettore che quella torre non è mai esistita, un’invenzione mediatica diciamo… Mi spiego? Secondo me ci si fa troppi problemi riguardo il “realismo” di un’ambientazione. Invece basta essere semplicemente convincenti. Altro discorso, invece, riguarda l’istintiva inibizione che un’ambientazione, piuttosto che un’altra, suscita nel lettore medio…

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  6. Ci sono storie che pretendono un’ambientazione particolare. Un viaggio “on the road” richiama fortemente un’ambientazione americana, per dire, per via della conformazione delle strade in America. E se hai un supereroe che deve saltare da un palazzo all’altro è meglio farglielo fare dove ci sono un mucchio di palazzi altissimi.
    Detto questo, io cerco sempre di ambientare il più possibile i miei racconti in Italia. Perché mi rivolgo a un pubblico italiano, perché è il mio paese e mi piace, e perché sono un provincialotto.

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    • Ciao Moro, benvenuto nel mio blog. A Torino stanno costruendo un paio di grattacieli altissimi… forse due o tre sono troppo pochi per un supereroe. Certo, dipende dal supereroe. E invece una storia con un serial killer dove la vedi meglio? Che tipo di storie scrivi tu?

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      • Per un serial killer ho un progetto in fase embrionale ambientato praticamente sotto casa mia… in campagna, in provincia di torino. Ho scritto racconti di supereroi per Due minuti a Mezzanotte ambientate in Italia e in Francia. Ma di solito scrivo fantascienza, e quindi l’ambientazione fa parte della storia e va scelta in base a quella. Ho scritto anche qualcosa di Fantascienza ambientato in Italia, comunque.

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        • Anch’io sono di Torino, città però. E le ambientazioni italiane non ti sanno mai di provinciale? Sia leggerle, sia scriverle, intendo. A me fanno un po’ tristezza, tranne casi eccezionali, ma potrebbe essere soggettivo.

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  7. Come non darti ragione. Ogni ambientazione ha un “aroma” diverso che pregiudica il gusto della storia. Poi, io continuo a incoraggiare gli scrittori, almeno quelli alle prime armi, a scrivere dei posti che conoscono, perché ho incontrato più di una a storia/romanzo ambientata in luoghi diversi da quello di provenienza dell’autore, e nel 90% dei casi c’erano così tanti stereotipi che non ho potuto proseguire la lettura. Certi luoghi non possono essere “appresi” se non vivendoci. Quando leggo, non mi piace sentirmi davanti a un palco con la scenografia di cartone.
    Poi, c’è anche da dire che i romanzo anglofoni funzionano un po’ dovunque (o meglio, sono accettati più facilmente anche quando non se lo meritano) perché la cultura americana è quella predominante al mondo da quasi un secolo ormai, e questo ha i suoi vantaggi.
    Io risolvo il problema con una ambientazione non specificata o inventata da zero. Però, per esempio, non uso quasi mai nomi anglosassoni, per evitare l’effetto telenovela.
    Se vorrò mai scrivere qualcosa di ambientato in Italia, ignorerò tutti gli stereotipi e scriverò dei luoghi che conosco, così come li conosco. Starà al lettore decidere di abbandonare gli stereotipi sull’Italia, e seguirmi. Qualcosa anche lui dovrà fare, dopotutto.

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    • Per i racconti anch’io preferisco non specificare il luogo, se posso evitarlo. Invece, per i romanzi, il discorso è diverso. Non si può non ambientare un romanzo, è troppo lungo e un luogo in cui i personaggi si muovano e relazionino ci deve essere. Detto questo, è chiaro che un’ambientazione dev’essere preparata a dovere e questo sia che si scelga un luogo che si conosca sia che lo si scelga esotico o inventato. In entrambi i casi un’ambientazione poco curata funziona comunque male e il fatto di vivere e conoscere una città, ad esempio, non rende automaticamente lo scrittore un talento. Poi ci sono storie e storie, e credo che alla fine sia la storia stessa a decidere per lo scrittore. Oppure si può fare come il King – e altri prima di lui -, vale a dire ambientare le storie nel proprio Paese ma inventando una cittadina, una località da zero. Castle Rock, ad esempio… 😉

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  8. Riflessioni molto interessanti, sia nel post sia nei commenti. Bravo Salvatore, almeno oggi non mi hai terrorizzato con statistiche sui serial killer e sulla lettura in Italia 🙂
    Il mio romanzo è ambientato sia in Italia che all’estero, e non mancano gli stereotipi della mamma italiana soffocante né della ragazza americana zoccola… ogni riferimento a persone reali è puramente caUsale…

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    • Hai detto “americana zoccola” o sbaglio? Devo proprio venire a farmelo un giro dalle tue parti… 😛
      P.S. non perdere l’appuntamento di lunedì prossimo, sono sicuro di riuscire a fare di peggio… 😉

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  9. Seguendo il tuo ragionamento ti do ragione. Se ci metti che l’Italia mi annoia da parecchio, allora non deve meravigliare che io legga più autori stranieri che italiani. Quando ho ambientato qualche breve storia in Italia, erano racconti particolari, fantastici, che quindi si allontanavano parecchio dalla realtà del mio paese. Si capiva che era Italia dai nomi dei personaggi.
    Per le mie storie, quindi, almeno quelle dell’elenco che vorrei trasformare in romanzi, se c’è ambientazione italiana, è un’Italia che non ti aspetti, un po’ come ha fatto Riccardo Coltri coi suoi Zeferina e La corsa selvatica.

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    • Quello dell’ambientazione è un argomento che non ho ancora sviscerato fino in fondo. Devo assolutamente tornarci, appena avrò un attimo le idee più chiare. Forse si può ambientare qualcosa in Italia…

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  10. Pingback: Come rendere originale un’ambientazione | Salvatore Anfuso

  11. Pingback: Esorcizziamo i nostri romanzi dalla lingua inglese | Carta Traccia

  12. Pingback: La questione dellʼambientazione delle storie

  13. Due cose: la prima è che il racconto mi è piaciuto molto, soprattutto il colpo di teatro finale, perciò la prova è superata; la seconda è la mia risposta personale alla domanda finale dell’articolo. Non ho in effetti preferenze sull’ambientazione. Dipende da come mi sembra funzionare meglio di volta in volta. In ogni caso il problema maggiore è sempre rappresentato da quanto si conosce del luogo, né è scontato che la propria città risulti automaticamente preferibile sotto questo aspetto.

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    • Grazie, Irri. Condivido il tuo punto di vista sull’ambientazione. Diciamo che questo post è ormai vecchiotto. Nel frattempo mi sono decisamente spostato su ambientazioni italiane proprio per il problema della conoscenza dei luoghi. Inoltre il romanzo di un italiano che ambienta la storia in un’altra nazione mi dà sempre una sensazione un po’ posticcia…

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      • Sì, a meno d’avere una motivazione solida finisce per dare un’impressione di provincialismo: “scrivo storie ambientate in America perché è più figo, e poi scegliere l’Italia come sfondo è noioso”, e mille altri luoghi comuni del genere. In realtà è più difficile proprio per i limiti che hai indicato: col proprio Paese è più facile cadere nel già visto, oppure che un lettore accorto scopra eventuali errori geografici perché conosce meglio lo Stivale del porto di Boston…

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