Il Natale, quando arriva, arriva!


Natale in famiglia

…quando la solitudine è un’idea

Anche quest’anno è giunto il Natale e come recita un vecchio spot pubblicitario: “il Natale, quando arriva, arriva!”. Ho sempre trovato molto azzeccata questa battuta. È un po’ come dire che il Natale, tuo malgrado, arriva comunque. Non ci puoi fare niente. Non basta imbullonare le lancette dell’orologio; non basta strappare il mese di dicembre, dal calendario, quando è ancora gennaio; non basta nemmeno fuggire, senza valige per non dare nell’occhio, imbarcandosi sul primo mercantile che parte. Il Natale, ovunque siate, vi raggiunge.

«Ragazzo mio, che hai contro il Natale? Che t’ha fatto?».

Vecchio mio, metti giù per un attimo quella fetta di panettone e siedi tranquillo, te lo spiego. Dunque, avevo più o meno pochi anni di vita…

Una serena vigilia

Nelle famiglie meridionali, ma forse in quelle di tutto il mondo, è uso durante le ricorrenze come il Natale, appunto, riunirsi in un unico, in genere microscopico, appartamento. I parenti arrivano da tutte le parti, pure da giù, dalla Sicilia nel mio caso, per stare tutti assieme.

Oggi io sono un lupo solitario e tre persone per me rappresentano già una folla, ma da piccolo non era così. Mi piaceva la confusione generata da troppe persone in troppo poco spazio. Mi piaceva stare seduto sul pavimento e guardare tutte quelle gambe che si muovevano. Soprattutto, mi piaceva giocare con i miei pupazzi, inventando storie tutte mie (già allora), tendendo però sempre un orecchio ai discorsi “dei grandi”.

Loro, i grandi, erano un’altra razza. Come i Little People di Murakami. Una razza che si occupava di tutto, certo, ma di cui risaltava soprattutto la stupidità. Stupidità nelle parole, nelle azioni, nei pensieri… noi, i piccoli, i little people di casa nostra, eravamo molto più saggi di loro. Non c’era confronto. Da piccolo, avrei voluto strattonare il tessuto dei loro pantaloni, afferrati più o meno all’altezza dei polpacci, per attirarne l’attenzione e spiegargli le cose dal mio punto di vista. Fargliele capire. Loro, però, i grandi, non erano interessati ad ascoltare un little people. A loro bastava vederci giocare tranquilli, lontano dai pericoli e senza fare troppo chiasso.

Così me ne stavo seduto sul pavimento, a inventare storie, ma sentivo e osservavo tutto. E questo mi piaceva un mondo. Mi piaceva, allora. Poi crebbi… e divenni io stesso un grande.

«Stai dicendo che il Natale non ti piace perché ti trovi stupido?».

Vecchio mio, una storia va ascoltata dall’inizio alla fine, altrimenti non si capisce nulla. Dunque, dicevo, divenni grande…

Una vigilia meno serena

Avevo più o meno dieci anni quando mi resi conto di due cose: la prima era che il mondo visto dagli occhi di un bambino non poteva essere afferrato e trattenuto, scivola via e a un tratto, il mondo, lo vedi con occhi diversi, cosa che mi confermò anche mio padre; la seconda era che il Natale è bello solo se vissuto in tanti, ma tante persone chiuse in un posto non generano caos, ma litigi.

I grandi sono così, che ci volete fare? Un cumulo di rancori che viaggia su gambe troppo lunghe. Se si guarda il mondo dal basso verso l’alto, si tende a dare importanza solo alle cose davvero importanti. Ma quando si inizia a guardarlo dall’alto verso il basso, be’, la prospettiva cambia e di parecchio anche.

A dieci anni, seduto sulla poltrona, mentre sfogliavo il catalogo di giocattoli di non so più quale negozio, la vidi e mi folgorò all’istante. No, non era la foto di una ragazzina, siete sempre troppo maliziosi… era una macchina da scrivere giocattolo! Metà macchina da scrivere tradizionale, con i martelletti e la levetta per riportare il rullo in posizione, e metà elettrica. Si digitava prima su un piccolo schermo, in cui stava giusto una riga, e poi si dava l’invio e i martelletti battevano la frase sul foglio. Era bianca e rossa, tutta di plastica sagomata. E davano anche le batterie assieme… Me ne innamorai e la ottenni.

Le storie, quel Natale, non le inventavo più solo con la mente, seduto sul pavimento, ma le scrivevo seduto in poltrona, con la mia bella macchina da scrivere fiammante poggiata sulle gambe. Ma questa è un’altra storia.

Quel Natale capii l’origine della stupidità dei grandi. Peccato non essere stato già allora un abile romanziere, perché una trovata così non l’aveva ancora scritta nessuno. Certo, non avevo letto ancora molti libri, quindi non potevo esserne sicuro, ma ci avrei scommesso un penny. Tanto in Italia si usavano ancora le lire.

Ora, che sono grande, quelle verità non le ricordo più così bene ed è un peccato… ora le saprei scrivere. Tuttavia avevano a che fare con i rancori e le invidie… in una parola: gelosie, di varia natura.

Esperienze di solitudine

Quando avevo dodici anni, mi fu regalata una macchina da scrivere vera e propria. Era una Olivetti. Il modello non lo ricordo, ma ne ricordo bene il peso. Seduto in poltrona, con lei poggiata sulla gambe, mi sentivo schiacciare. Ma era bella, verniciata di verde oliva, e faceva un sacco di rumore quando ne schiacciavo i tasti. Ricordo che erano duri da matti.

A dodici anni i miei genitori si separarono. Quello fu il primo Natale in cui il calore di una famiglia unita venne a mancare. A dodici anni capii due cose: che la famiglia può anche non essere compatta, ma finché sta assieme genera un calore, fatto di routine e di affetto; che la solitudine non è esser soli, i parenti da giù venivano ancora e riempivano le stanze, ma piuttosto sentirsi soli.

Dai dodici anni in poi, il Natale, per me rappresentò sempre un momento di solitudine. Io, che sono un lupo solitario, io, che me ne starei benissimo chiuso in una grotta, quel giorno dell’anno ho sempre provato solitudine.

Ieri è ieri, oggi è oggi

Non oggi. Quando divenni padrone della mia vita, il Natale smise di rappresentare la solitudine. Da buon osservatore del mondo, mi ci gettai dentro, nella solitudine, e la conobbi a fondo. Passai anni immerso nella solitudine e ne uscii vincente. Oggi la solitudine è un’amica preziosa. Se ne sta buona mentre scrivo e mi fa compagnia quando non ho voglia di vedere nessun altro.

Purtroppo la consapevolezza porta con sé anche cattive abitudini e spiacevoli conseguenze. Beata ignoranza, dicono e hanno ragione. Se le cose non le conosci, non possono influenzare la tua esistenza. Il Natale non è più un momento di solitudine da anni, ma il calore che sentivo allora, da little people, non l’ho mai più avvertito. Soprattutto, non sopporto più i parenti a Natale. La solitudine è bella!

Buon Natale

Cari lettori, lo so, leggere queste cose la vigilia di Natale è triste e forse démodé. Eppure, fra voi, ci può essere qualcuno che la solitudine, in questo giorno, la prova ancora. A lui o lei mi rivolgo: si è soli solo se si pensa di esserlo; la solitudine non esiste, lo sai bene, potresti uscire e infilarti in un locale, potresti alzare il telefono e chiamare qualcuno, anche un numero a caso, e raccontare che ti senti triste e sola, un invito lo riceveresti sicuramente; eppure preferisci stare lì, crogiolarti nei ricordi e nei silenzi, circondata da mura vuote.

Non importa, è una tua scelta e va rispettata, ma anche se decidi di startene sola, sappi che nel mondo c’è qualcuno che è circondato da persone e invece vorrebbe non esserlo. Io, ad esempio. Facciamo così, chiamami e scambiamoci di posto. Tu vieni qui, in mezzo a tanti cristiani, e io vengo lì, circondato da mura vuote. Mi basta solo una connessione wifi… ce l’hai?

14 Comments on “Il Natale, quando arriva, arriva!

  1. Il Natale a me piaceva quando ero bambino, adesso mi disturba molto. La trovo una festa ipocrita, incontrare persone che vedo solo quel giorno per me non ha senso.

    Io ho amato la Olivetti in ghisa di mia madre – che ancora ha – e ogni volta che la vedevo, sentivo il bisogno di scrivere. Ma a quel tempo, da ragazzino, avevo il pallino del giornalismo. Poi un vicino di casa ci regalò una macchina per scrivere portatile, con tanto di borsa, leggerissima (l’Olivetti pesa un casino) e in plastica.

    Il mio Natale ideale è passarlo da solo, staccando telefono e spegnendo il computer, e viverlo come un giorno qualunque, quale è effettivamente.

    Io sono sempre stato solo fin da bambino, mi sono sempre sentito estraneo al mondo in cui vivevo e fra la gente. A Natale quindi sento la vera solitudine, proprio perché ci sono gli altri con me.

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    • Eppure la gente è così felice di festeggiare una festa di cui non importa niente a nessuno, condividendola con parenti che detestano… non se ne fanno scappare una, di festività. Sarà per via dei regali… 😛

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  2. Bel pezzo. La cosa strana, forse, è che a me non sembra che tu scriva cose tristi. Sarà perché le scrivi in un modo che mi piace? Intanto mi unisco alla banda degli Orsi di Natale che si sta creando con l’entrata in campo di Daniele! Non mi interessa vedere durante le feste persone cui non penso per il resto dell’anno. Detesto la sensazione di crampo alle guance che viene quando si sorride troppo a lungo senza l’impulso di farlo, come detesto inventare argomenti improbabili per riempire i silenzi. Le circostanze mi favoriscono: siamo pochi in famiglia; pochissimi, anzi. Festeggio con marito, figlio, cane e mamma, e chiamo per gli auguri solo le persone che sento davvero presenti nella mia vita (anche se magari non le vedo mai). Rifletto sul significato di rinascita insito nel Natale, ma quello lo faccio anche il resto dell’anno. Bisognerebbe rinascere un po’ tutti i giorni. E già che ci siamo, auguri! 🙂

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    • Non sono affatto triste. Cercavo solo di barattare il mio posto a tavola con una stanza vuota… 😛 Noi invece siamo tantissimi. Così tanti che tutti insieme non possiamo incontrarci. Allora sfruttiamo i vari cenoni per dividerci tra una famiglia e l’altra. Come ti invidio…

      Buon Natale, Grazia. Prima del 2015, però, ci si sente ancora, eh?! 🙂

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  3. Io sono cresciuta con genitori molto razionalisti. Non ho mai creduto a Babbo Natale, addobbi ai minimi sindacali… Sarà per questo che a Natale torno bimba? Non me ne importa niente se è una festa consumista, mi piace fare l’albero, litigare con i gatti che uccidono le pecorelle del presepe, pensare ai regali e alle cose da cucinare. Poi a Natale di solito esce almeno un bel film (è un po’ difficile individuarlo, o forse no, è quello per cui alla biglietteria non c’è coda) e almeno un bel libro e goderseli con un attimo di calma è il regalo che apprezzo di più.
    Buone feste a tutti, orsi o festaioli che siate!

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  4. Secondo me questo post non è triste, sono d’accordo con Grazia.
    La mia curiosità patologica gode molto, lo sapete, quando parlate di casa vostra.
    Ho passato mezz’ora a scrivere e riscrivere questo commento, ma non mi esce. Il Natale mi ricorda brutte cose, forse van lasciate dentro.
    Diciamo che il Natale l’ho amato, l’ho schifato, e adesso comincia a piacermi di nuovo. Ho una famiglia molto piccola, domani festeggiamo in una casetta di montagna, davanti al fuoco.
    Auguri a tutti. In bocca al lupo, Salvatore!

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    • Grazie, Lisa. Magari un giorno ne vorrai parlare… magari succederà in uno dei tuoi libri. 😉
      Perché tutte pensate debba essere triste? Non avete imparato a conoscermi? Io me ne fotto, del Natale, solo vorrei evitare la massa di parenti senza dover sopportare i loro musi per il resto dell’anno, se dovessi realmente isolarmi. Già non mi faccio vedere mai… a Natale, mi tocca! -_-

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  5. Auguri! Condivido ogni singola lettera che hai scritto!!! E come dico ultimamente il Natale e` per i bambini! Solo per loro. Quando si diventa grandi la magia svanisce e ecco che si trasforma in fonte inesauribile di stress e nervosismo

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