Gemme preziose


occhio di drago

Nella terra d’Africa il sole sorge di buonora al mattino, immediatamente grande e caldo. Si leva risoluto e arde presto ogni cosa. Quel giorno stava albeggiando da poco, oltre l’orizzonte piatto, eppure un campanaccio già trillava. Un uomo lo scuoteva su e giù, con grandi bracciate, passando tra file allineate di stuoie. Su queste, magri bambini africani dormivano esausti.

Il suono percosse rudemente i loro timpani. Violati nel riposo, i corpi emaciati si mossero. Uno di loro, Kato, percorse con lo sguardo la lunga fila di coetanei fino a individuare l’amico, Chewe. Gli altri si stavano già affrettando ad alzarsi, per mettersi in fila nella baracca della mensa, ma Chewe no. Era ancora steso e non sembrava intenzionato a muoversi.

Con il cuore stretto, Kato si avviò di corsa, facendo lo slalom fra i compagni, e alzando coi piedi nudi pesanti nuvole di terra rossa. Giunto vicino a Chewe gli si inginocchiò accanto. Il corpo, eccessivamente magro, sembrava immobile. Solo un leggero movimento del petto stava a indicare che respirava ancora, nonostante tutto.

Uno straccio annodato attorno a un ginocchio era stato l’unico tentativo di curare una gamba piegata nel verso sbagliato. Sangue ormai secco segnava il corpo dove lacerazioni superficiali avevano scorticato una pelle eccessivamente sottile. Un livido esteso segnava un lato del cranio e rivoli di sangue asciutto ne percorrevano il viso come torrenti aridi.

Kato afferrò con delicatezza le esili spalle dell’amico e le scosse leggermente. «Chewe, Chewe svegliati» lo chiamò.

Come di ritorno da un viaggio ultraterreno, due grandi occhi da bovino si aprirono e guardarono verso Kato. Il corpo rimase immobile.

L’uomo con il campanaccio, nel frattempo, si avvicinò ai due. La mano che reggeva lo strumento adesso ciondolava pigra lungo il fianco. Ruminando qualcosa con la bocca semi aperta, guardò verso il ragazzino steso a terra. Poi, senza dire nulla, si voltò e si diresse verso le baracche dell’accampamento. Kato sapeva che stava andando a informare il responsabile, lo aveva visto succedere altre volte. Con più foga di prima scosse e chiamò l’amico.

«Lasciami Kato,» rispose Chewe muovendo appena le labbra, «va’ a mangiare». La voce impercettibile sembrava giungere da lontano.

Kato sorrise e il cuore quella mattina gli sembrò battere per la prima volta. Lacrime salate gli rigarono il volto senza che si accorgesse di piangere.

«Riesci ad alzarti?» chiese Kato, con le mani ancora aggrappate alle sue spalle.

Chewe non rispose, si limitò a guardare dritto davanti a sé, attraversando con lo sguardo la figura dell’amico senza tuttavia afferrarla.

«Chewe…» chiamò ancora Kato, poi si bloccò. Qualcosa in quello sguardo non andava. Gli occhi di Chewe erano ancora aperti, ma non stavano più guardando. Kato allora rimase immobile, a fissare senza capire uno sguardo spento.

Poi il rumore di passi calcati sulla terra arida lo fecero voltare. L’uomo stava tornando indietro, seguito dal responsabile. Questo era vestito bene, indossava perfino le scarpe, ma era nero come tutti loro. Un foulard bordeaux gli pendeva floscio dal collo.

I due si fermarono vicino a Chewe, osservandone gli occhi fissi e il torace immobile. Poi il responsabile fece un cenno all’altro uomo. Questo si piegò in avanti e afferrò Chewe per le gambe.

«No, vi prego no. Lo aiuterò io ad alzarsi» disse Kato aggrappandosi alla gamba del responsabile. Questo si limitò ad allontanarlo assestandogli un calcio.

«Va’ a mangiare ragazzino o rimarrai a stomaco vuoto tutto il giorno» disse l’uomo del campanaccio, passandogli accanto con i piedi di Chewe stretti sotto le braccia.

Quando Kato ebbe la forza di rialzarsi, l’unica traccia rimasta di Chewe era un macchia scura sulla stuoia e un solco sulla terra. Non si erano neanche degnati di tirarlo su, osservò. Adesso sì, adesso stava piangendo e le lacrime solcavano un volto indurito dal sole e dalla rabbia.

Attorno a lui gli altri ragazzini erano intenti a divorare il loro pasto, senza osare alzare gli occhi dalle scodelle che stringevano in grembo. Non se la prese. Non era un fatto personale. Sapeva come ci si sentiva. L’aveva già visto altre volte e si era comportato allo stesso modo. Trascinando i piedi, per cancellare il solco sul terreno, si avviò verso la mensa sperando che ad attenderlo ci fosse ancora del cibo.

***

La valle era un vasto altopiano sterile e leggermente concavo, arso dal sole e punteggiato da arbusti secchi e spinosi. Si raccontava che molte ere fa fosse stata una montagna, dalla cui cima schizzavano fiamme e pietre incandescenti. Se mai le leggende fossero state vere, non lo era più da molto tempo e l’erosione aveva poco alla volta scavato il vulcano fino a farne una vallata. Kato non sapeva cosa credere, non gli importava neanche. Odiava quella valle e i suoi pozzi. Forse li odiava più dei suoi stessi genitori, che per sfamarsi lo avevano venduto ai cercatori di diamanti.

Al centro dell’altopiano si apriva un dedalo artificiale di buchi poco larghi, ma molto profondi. I cercatori di diamanti utilizzavano i bambini per non essere costretti a scavarne di più ampi.

L’uomo del campanaccio adesso impugnava un lungo bastone flessibile. Kato ne aveva sentito diverse volte le sferzate sulla schiena. Con il bastone l’uomo pungolò i ragazzini fino a farli raccogliere in una fila ordinata. Poi l’uomo elegante si fece avanti e li squadrò come un abile mercante, valutandone le condizioni. Non erano buone, giudicò.

«Io non sono un uomo crudele,» disse alzando una mano e mostrando tre dita, «sono i ragazzini ladri a rendermi tale. Le regole le conoscete. Non rubate i miei diamanti. Non rubate il mio tempo. Non rubate la mia pazienza». Man mano che andava snocciolando quei comandamenti chiudeva un dito, fino a restare con un pugno chiuso. «Comportatevi bene, raccogliete molte gemme e quando avrete ripagato il vostro debito potrete rivedere i vostri genitori».

Detto questo girò i tacchi e si andò a rifugiare all’ombra delle baracche, prima che il sole rendesse l’aria soffocante e irrespirabile. L’uomo con il bastone invece, pungolò ancora le gambe dei ragazzini spingendoli in una lunga marcia verso i pozzi. Lì, un altro uomo li attendeva seduto sotto una misera tettoia. Questo distribuì loro una torcia elettrica, uno straccio sporco e un piccolo piccone di metallo.

Kato si avvolse lo straccio attorno alla testa e vi infilò la torcia, poi impugnò il piccone che infilò nelle mutande. Quindi si diresse verso il proprio pozzo. L’uomo con il bastone gli legò una corda attorno alla vita, gli consegnò un secchio e lo aiutò a scendere.

Chewe si era fatto male così. L’uomo aveva perso la presa e il ragazzino era piombato giù. Kato scese nell’oscurità facendo attenzione ad aggrapparsi saldamente alle pareti, tenendo le gambe larghe per fare pressione. Lentamente arrivò sul fondo. L’apertura sopra di lui adesso era un puntino azzurro e distante. Accese la torcia che aveva in testa e sfilò dalle mutande il piccolo strumento.

Questo non era altro che un pezzo di metallo a forma di T, con una punta molto approssimata da una parte e piatta dall’altra. L’impugnatura era costituita da uno spago attorcigliato sul metallo. Ormai non ci faceva più caso, i calli erano venuti in suo soccorso la terza settimana, ma i primi tempi era stato doloroso.

Allungò quindi la mano libera verso la roccia e la fece scorrere sulla superficie frastagliata. Poco dopo individuò il punto che aveva scoperto il giorno prima. Sembrava una roccia molto grande e friabile. Se avesse davvero contenuto tutto il diamante che sperava, avrebbe potuto ripagare il suo debito mille volte. Sperò che fosse così.

Iniziò a picconarla senza imprimere troppa forza. Aveva imparato che l’unica cosa che contava era la costanza. Se metteva troppa foga nei primi colpi si sarebbe stancato presto. Invece martellando con colpi leggeri, ma continui, avrebbe potuto proseguire tutto il giorno.

Pezzi di roccia si andarono accumulando velocemente. Quando il secchio fu pieno, Kato slegò la corda che l’assicurava in vita e l’annodò al secchio. Quindi la strattonò. Lo fece più volte. Sapeva che i pozzi erano molti e l’uomo con il bastone non sarebbe stato lì ad attendere il suo segnale. Non passò comunque molto tempo prima che il secchio iniziasse il suo viaggio verso la superficie. Il tempo che avrebbe impiegato a salire e tornare erano minuti preziosi in cui poteva tirare il fiato e riposare.

Nell’attesa, si sedette al suolo poggiando la schiena contro la roccia. Dentro il pozzo i rumori esterni erano attutiti dalle pareti di pietra e terra, eppure, se si concentrava, quella mattina riusciva a cogliere una sorta di brontolio, come una vibrazione bassa. L’avvertiva nello stomaco e nel petto, prima ancora che con le orecchie. Appoggiò quindi il viso al suolo e la sentì più chiaramente. Una vibrazione forte, distante, ma che si avvicinava senza esitazioni. La sentì aumentare piano piano, come un boato lontano. Quando si rese conto che non era destinata ad arrestarsi, il cuore iniziò a battergli forte. Si tirò su e urlò. La voce rimbalzò lungo le pareti trasformando l’urlo in un basso eco. Poi attorno a sé le pareti iniziarono a vibrare e a muoversi, come se oscillassero in preda a un prurito. Dall’alto iniziarono a cadere piccoli sassi. La vibrazione aumentò ancora, fino a trasformarsi in un terremoto.

Kato ebbe solo il tempo di accovacciarsi portandosi le braccia sopra al capo, poi il pozzo collassò. Prima che il peso della terra lo schiacciasse, i piedi persero il contatto con il suolo e si sentì cadere.

***

Quando riaprì gli occhi, l’oscurità l’avvolgeva come una coperta. Il suo corpo era sommerso dalla terra fino alla testa, ma non avvertiva dolori preoccupanti. Tirò su un braccio senza troppa fatica, constatando che era ancora integro, poi cercò la torcia. Era lì accanto e funzionava ancora.

La mosse attorno per vedere dove si trovasse. Per un attimo gli parve di illuminare un oggetto perfettamente sferico. La fece quindi scorrere a ritroso fino a individuarlo nuovamente. Senza perderlo di vista, si scrollò la terra di dosso e gattonò nella sua direzione.

Da vicino sembrava una gemma grossa come la sua testa, di color rubino, con piccole pagliuzze dorate poste come una corona attorno a una fenditura nera dai lati indefiniti. Era la cosa più bella che avesse mai visto. Rischiarata dalla luce elettrica della torcia restituiva di riflesso un’aura rossiccia e vaporosa come certi tramonti. La superficie era perfettamente liscia e sembrava parzialmente incastonata nella roccia.

Se è davvero quello che penso – si disse – posso riscattare tutti. Posso tornarmene a casa!

D’istinto allungò una mano per toccarla. La roccia attorno a essa si mosse, avvolgendosi sulla gemma. La fluidità e la rapidità con cui era avvenuto quel movimento lo lasciarono stupefatto. Tornò ad allungare la mano. La roccia sembrava compatta e solida, ma al tatto sentì che aveva una consistenza diversa da come se l’era aspettata. Era frastagliata e rugosa, ma allo stesso tempo morbida come potrebbe esserlo un callo. La roccia si aprì nuovamente, rapida e fluida, e la grossa gemma tornò a osservarlo. Solo che questa volta c’era qualcosa di diverso al suo interno. Non avrebbe saputo spiegarlo, ma gli ricordò la luce che quella stessa mattina era mancata negli occhi di Chewe.

La grossa gemma sembrò muoversi, un piccolo e inconsistente scarto di lato, per poi tornare a posto. La fenditura al centro parve contrarsi, come se si stesse chiudendo. Qualcosa di liquido e trasparente la percorse longitudinalmente. Il colore della gemma sembrò ancora più brillante. Poi la roccia vibrò. Non solo quella attorno alla gemma, ma una massa enorme e compatta che, con la stessa fluidità di prima, ma con maggiore insopportabile lentezza, si tirò su fino ad assumere la posa di un gatto in una cesta. L’enorme massa occupava gran parte della caverna adesso e dai suoi fianchi franava una soffocante pioggia di terra.

Kato illuminò piccole porzioni di quello che non sembrava più un agglomerato roccioso. Un grosso muso si voltò nella sua direzione e due occhi brillarono nel buio. In quel momento Kato si rese conto di trovarsi al cospetto di una creatura viva.

Quando realizzò che i due occhi stavano osservando proprio lui, il cuore prese a martellargli con forza il costato. Avrebbe voluto spegnere la torcia, scappare, arrampicarsi su per il buco dal quale era precipitato, scavando con foga, fino a giungere nuovamente in superficie. Sotto quello sguardo fisso e intenso però, non riuscì a muovere nemmeno un muscolo. I pensieri gli si affollarono nella mente improvvisamente intorpidita. L’unica cosa che riuscì a fare fu fissarli a sua volta.

***

Fissò l’esserino che l’aveva risvegliato. Era piccolo, probabilmente giovane e sicuramente troppo magro. Portava qualcosa, forse un tessuto, attorno alla vita e alla testa, ma la cosa che lo incuriosiva di più era la luce che impugnava. L’osservò con attenzione, bianca e fredda come non ne aveva mai viste prima, imprigionata in una sorta d’involucro che non avrebbe saputo definire. Fissarla era fastidioso, ma non come con il sole.

Il sole – pensò – da quanto tempo non mi scaldo sotto i caldi raggi solari?

Il desiderio di risalire in superficie si fece strada con forza e per un attimo lasciò perdere il giovane umano. Si guardò attorno invece. La roccia della caverna era compatta, ma non sarebbe stato un problema per i suoi artigli. Avrebbe scavato fino a tornare in superficie, a respirare aria pura e a crogiolarsi sotto il sole. Avrebbe bevuto avidamente e si sarebbe sfamato… Quell’idea interruppe i suoi pensieri.

Cibo – si disse e lo sguardo tornò a posarsi sul ragazzino.

Come cibo non valeva molto. Le ossa gli spuntavano dalla carne con grande evidenza in tutto il corpo. Più che una grassa vacca, gli ricordava un leprotto denutrito.

Chissà se ce ne sono altri? – si chiese.

Uno solo non lo avrebbe saziato, ma un piccolo branco forse sì. E poi quella strana luce… doveva indagare. Doveva scoprire cosa fosse. Allungò quindi il muso, in direzione dell’umano, e fece scattare fuori la lingua.

***

Il muso del drago si avvicinò. Una lingua rossa e biforcuta serpeggiò fuori, come ad annusare l’aria. Il cuore di Kato prese a martellargli più forte. Si guardò attorno in cerca di una via di fuga. Al suolo, poco distante, il fascio della torcia illuminò il piccone. Fece per allungare una mano, ma una vibrazione intensa sembrò scaturire dal petto della bestia. Poi, forse soffocata da anni di inutilizzo, una voce molto roca e decisamente baritonale chiese: «Sai parlare?».

Quel suono ebbe l’effetto di gelarlo. L’intensità baritonale della voce gli fece vibrare lo stomaco, ma la paura lasciò il posto alla sorpresa. Fece un cenno con il capo poi, rendendosi conto che quella domanda richiedeva una risposta verbale, disse semplicemente: «Sì».

«Ce ne sono altri come te lassù?».

«Sì».

«Sono tutti così piccoli?» chiese il drago ruotando il muso da un lato, per osservarlo meglio con un solo occhio.

«Ci sono due adulti» rispose Kato, con soggezione.

Quell’occhio, quello sguardo, la luminosità rossastra che si rifletteva da esso grazie alla torcia, aveva un effetto calmante, quasi ipnotico. Man mano che lo fissava sentiva le proprie difese abbassarsi, il corpo distendersi, il cuore calmarsi, il respiro diminuire di frequenza fino quasi a interrompersi. La mente fluttuava come se non fosse più chiusa in un cranio, ma galleggiasse placidamente sulla superficie di uno stagno.

«Come mai parli la mia lingua?» chiese ancora il drago.

«È la mia lingua» rispose Kato. Si sentiva leggero come sotto l’effetto di una droga.

«È una strana fiamma quella che porti nella mano».

«È elettrica» rispose Kato, con voce sempre più monotona.

Il drago raddrizzò il muso e tirò nuovamente fuori la lingua. La fece saettare avanti e indietro diverse volte. Prima per periodi brevi, poi più a lungo.

«La tua specie si è evoluta molto se riesce a imprigionare la luce» affermò ancora. Quindi tirò indietro la testa tornando ritto sulle zampe. Poi sbuffò dalle narici, dondolando leggermente il muso, e fece scattare il lungo collo in avanti.

L’ultima cosa che Kato avvertì furono le fauci chiudersi su di sé. Non sentì dolore. Il mondo attorno a lui era ovattato. Nella sua mente risplendeva ancora l’immagine ipnotica di quella corona dorata attorno alla fessura nerastra.

***

La grande bestia si scrollò la terra di dosso, allungò le zampe poggiandole contro la parete della caverna e iniziò a scavare. Quello spuntino inaspettato gli aveva aperto lo stomaco, procurandogli però una fame dolorosa e insostenibile. Soprattutto dopo il lungo letargo.

Il piccolo umano aveva detto che ce n’erano altri come lui, alcuni perfino di più grossi. Scavò più velocemente.

L’ultima zampata fu come il primo respiro. La luce del sole lo abbagliò. Lacrime calde colarono dagli occhi bagnandogli il muso. Allungò quindi il collo oltre la superficie e si guardò attorno. Un cumulo di fasciame poco distante occultava una gamba immobile. Altri corpi piccini come quello appena inghiottito si trascinavano cercando di allontanarsi da lui. Un uomo più grosso lo osservava con gli occhi spalancati, reggendo in mano un ramoscello. Sembrava incapace di muoversi.

Il drago lo fissò, valutando la preda come un esperto mandriano, poi socchiuse le palpebre e oscillò il muso.

3 Comments on “Gemme preziose

  1. ohhh che brivido finale.

    Bello… fino alla fine aspettavo che il drago divenisse il riscatto del ragazzo, ma così è rimasto più coerente, anche se crudo!

    Bravo 😀

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    • Grazie Giuse. Non credo sia un buon racconto in realtà. L’ho scritto quasi un anno fa e da allora il mio stile è progredito parecchio. Però tutto fa esperienza e il confronto con il lettore è fondamentale. 😉

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  2. Pingback: Lettura & scrittura, bilancio 2014 | Salvatore Anfuso

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