L’invisibilità della folla


l'invisibilità della folla

…quando l’invisibilità non è una qualità

Se scriviamo, a qualsiasi livello e con qualsiasi scopo lo si faccia, è per essere letti. Si scrive per se stessi è vero, si scrive perfino quello che si vorrebbe leggere, certo, ma se lo si fa è nella speranza di venire letti. Letti da qualcun’altro.

Speranza legittima, credo. Concordate? Eppure non sempre è così. Spesso si scrive senza alcun riscontro. All’inizio è normale, forse. Con il passare del tempo lo è meno. Non parlo di me. Non parlo di questo blog. Voi siete la mia luce. Ogni volta che scorgo i vostri commenti ai miei post, be’, mi si apre il cuore e mi rendo conto che essermi svegliato alle tre del mattino – per scrivere – ne è valsa la pena.

Parlo invece di tutti noi e mi riferisco a tutto ciò che scriviamo, che possono essere i post per i nostri blog, racconti per concorsi letterari o romanzi per la nostra speranza di successo. Tutto ciò che scriviamo lo scriviamo per essere letto. Letto da altri. Eppure, ognuno al proprio livello, riscontriamo tutti una difficoltà implicita, una sorta di peccato originario da scontare: indifferenza.

Ci fanno credere che sia colpa del lettore. Legge poco, ci dicono. Prima o poi confronterò i dati di lettura italiani con quelli anglosassoni, tedeschi e francesi. Sono curioso, e allo stesso tempo ho paura, di scoprire che non siano poi così diversi. Io lo ipotizzo già da un po’, ma anche se fosse come dicono – che il lettore in Italia legge poco – la colpa non può essere sua. Il lettore non ha colpe, mai.

Di chi è la colpa, allora? L’argomento di questo post è: l’invisibilità della folla.

Percezione personale

Personalmente credo di essere letto tanto quanto valgo. Lo so, contraddice quello che ho appena affermato, ma è anche vero che finora non ho fatto nulla per essere letto di più. No, non parlo di marketing. Parlo di scrivere romanzi e di portarli a conclusione. Questo però è un problema mio, che non rientra nella discussione di questo post.

Finora ho scritto racconti. Tutti hanno ricevuto un discreto successo, soprattutto se si considera che ha scriverli è un perfetto sconosciuto fra tanti. Perfino il mio blog ha un certo seguito e questo senza sapere nulla di SEO o di nozioni. Ignoro come si debba gestire un buon blog, ignoro molte delle conoscenze tecniche – e parlo di informatica per una volta – che potrebbero semplificarmi la vita. Eppure un seguito ce l’ho.

Mi sto accontentando? Sì e no allo stesso tempo. Sono solo cosciente di chi sono e di cosa ho fatto finora. Credo anzi di meritare molto meno rispetto alla fiducia che mi viene concessa. Strano sentire dire una cosa del genere da uno scrittore, vero? Uno scrittore che ha sempre dichiarato d’essere arrogante e egocentrico, perfino. Eppure, tirando le somme, non posso che dirmi soddisfatto.

Ho progetti per il futuro. Vedo il mio stile migliorare e definirsi. Vedo le mie schiere di lettori aumentare e vedo i miei racconti raccogliere interesse e complimenti. Più di così. Rimane però, il peccato originario. Vale per tutti. Anche per chi ha successo e, questa volta, non parlo di me. Sono arrogante, certo, ma non fino a questo punto. Parlo dello scrittore in generale, cioè di tutti quelli che scrivono, che siano dilettanti con la passione per il blogging, aspiranti scrittori con l’idea di diventare professionisti o scrittori già affermati al loro secondo, terzo o millesimo romanzo. Tutti scontiamo una colpa implicita, ma di chi è questa colpa?

Professionisti allo sbaraglio

Da piccolo guardavo una trasmissione presentata da un tizio che si chiamava Corrado. Oggi è morto, ma all’epoca, quando lo guardavo, mi piaceva davvero un sacco. Lui sì che era un professionista. Praticamente la guardavo solo per lui. La trasmissione in questione si chiamava Concorrenti allo sbaraglio. Un certo numero di persone si esibiva nelle arti più disparate, ben consapevoli di essere solo dei dilettanti con una passione.

Loro si divertivano però. Anche il pubblico ne era consapevole e anche lui si divertiva. Alla fine di ogni esibizione, il pubblico divertito votava a suon di fischi o di applausi. I fischi significavano una bocciatura, gli applausi una promozione. La maggior parte dei concorrenti facevano solo ridere, e non in senso buono, ma qualcuno di tanto in tanto spiccava.

Se i miei ricordi indietreggiano fino a quell’epoca, e parliamo ormai di trent’anni fa, non posso che riflettere su quanto tutto allora fosse più semplice, ma allo stesso tempo più professionale. Forse è solo colpa dei ricordi e in realtà non è mai cambiato nulla, però l’idea che mi sono fatto è che negli ultimi trent’anni le cose siano peggiorate. Non al nostro livello però. Un dilettante è un dilettante. Lo si può fischiare o applaudire, ma la colpa non può essere sua.

La colpa quindi non è del lettore e non è del dilettante. Di chi è allora?

Delle case editrici dirò…

…che non voglio parlare delle case editrici. Non ne ho conosciuta nemmeno una finora, quindi non posso essere obiettivo. Certo è facile puntare il dito contro qualcuno e accusare. Contro le case editrici poi, è perfino scontato. Forse la colpa è davvero loro, ma quando guardo alle piccole, microscopiche case editrici che cercano di sopravvivere dibattendosi come pesci fuor d’acqua, non mi viene da pensare che sia loro la colpa.

Ci provano almeno e qualcuna si comporta perfino bene. Certo, mosche bianche. Al cui seguito spiccano una marea di professionisti simili ai concorrenti allo sbaraglio di Corrado. Eppure anche loro scontano il peccato originario. Dove ci sono soldi, molti soldi, c’è anche una scelta: la scelta di fare le cose bene o male. Dove i soldi scarseggiano invece, spesso non c’è scelta e si fa quel che si può. Non vuole essere una giustificazione, ma non può nemmeno essere un’accusa però.

Nel mucchio non si spicca

Allora la colpa la diamo alla folla, dentro la quale siamo tutti invisibili. Schiere di case editrici, schiere di scrittori, schiere di blogger, in mezzo a tutti questi personaggi come si fa a spiccare? Siamo troppi per una torta troppo piccola, forse.

Forse. Perché la concorrenza non può che fare bene a un settore. Più scrittori ci sono, più i prodotti presenti sul mercato dovrebbero essere di qualità crescente. Se voglio spiccare devo essere migliore degli altri. Stessa cosa per le case editrici o i blog. Nel mucchio non si spicca, per spiccare bisogna uscirne.

Eppure non sembra essere così. Questa logica si scontra contro un muro, fatto di conoscenze e abitudini. A essere pubblicati non sono i migliori. A essere letti non sono i romanzi più riusciti. Questo non lo dico io, io non sono nessuno, lo dite voi. Lo dicono costantemente ogni giorno tutti gli aspiranti scrittori che conosco (virtualmente).

Vorrei che questo post si concludesse con una risposta. Io però non ce l’ho. Forse ce l’avete voi. Qual è il peccato originario che scontiamo, allora? Di chi è la colpa? C’è una colpa? Vi leggo.

13 Comments on “L’invisibilità della folla

  1. Questo tuo post tocca un tasto più che dolente. Forse siamo davvero in troppi ad affollarci intorno alla torta troppo piccola. Nemmeno io ho una risposta. O forse sì: l’errore è essere entrati nell’ordine di idee che “yes, we can”. In realtà non è affatto detto. Lo stesso dobbiamo darci da fare, se davvero ci importa. Se non ci giochiamo tutto, non abbiamo possibilità; ma il lieto fine non è garantito. In ballo, oltre alla nostra bravura, ci sono tante altre variabili su cui non possiamo influire affatto.
    Dopo anni di scrittura intensiva, mi rendo conto che la vera difficoltà è resistere all’invisibilità di cui parli. Tenere duro, continuare a scrivere, ignorare la mancanza di riscontri importanti, studiare. E sapere che potrebbe non essere sufficiente. Forse è giusto così. Molte persone che hanno avuto successo, quello vero, hanno fatto sacrifici incredibili per la loro arte, e talvolta ci si sono rovinati la vita. Ce la siamo scelta difficile, e questo è quanto.

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    • No, hai ragione, non è affatto detto, ma questo ci sta. In fondo lo stesso Bukowski diceva che: se il tuo destino è esserlo, lo sarai. Questo dovrebbe significare che se il tuo destino non è esserlo, per quanto ti dibatti, non lo sarai. La domanda è: dopo quanto tempo è meglio lasciare perdere? Credo che la risposta giusta sia: se scrivi perché non ne puoi fare a meno, mai. 😉

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      • Ma davvero non se ne può fare a meno? Non lo so. Qualcuno dice che devi scrivere professionalmente per almeno dieci anni prima di lamentarti perché non vedi risultati. Ho un paio d’anni di bonus! 😀
        Pessimismo a parte, serve tempo anche per crescere come scrittori. Sono convinta che l’impegno sulla lunga distanza renda almeno probabile la riuscita. La certezza, però, non c’è.

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  2. La trasmissione era La corrida 🙂

    La colpa è del dilettante se pubblica per conto suo senza avere le basi della scrittura. E questo capita spesso.

    Hai introdotto il tema del mio post di domani. Ma non ho la risposta, non so se esista una colpa, la colpa, semmai, è della mancanza di visibilità, ma non è una colpa, al limite è solo una serie di fortunate o sfortunate coincidenze. C’è da rifletterci su con un post 🙂

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  3. Non scontiamo nessun peccato, in quanto scrittori.
    Nella nostra stessa situazione c’è l’imprenditore che lavora giorno e notte per lanciare una start-up in cui ripone grandi speranze, c’è il neolaureato in medicina che va a specializzarsi in chirurgia all’estero, c’è la casalinga che apre il negozio su Etsy ecc. Siamo tutti soli, anche se in compagnia, perché vogliamo riuscire, siamo concentrati su questo obiettivo, chiediamo attenzione… e non ne diamo. Oppure ci apriamo agli altri, per scoprire che non è vero che più dai più ricevi – visto che gli altri prendono, ringraziano e finisce lì, dal momento che hanno ottenuto ciò che volevano. E ci chiudiamo.
    Magari si tratta di “una serie di sfortunati eventi”. Oppure la questione è che bisogna ridimensionarsi un po’ e continuare a lavorare. Forse non si è ancora riusciti a trovare la nicchia giusta, la storia giusta, il momento giusto, il modo giusto di porsi.
    Siamo su un campo minato e ci sono un fottio di mine fuori schema ^^
    Può essere che il lieto fine arrivi o che non arrivi… però, ehi!, c’è sempre la speranza della fama postuma – anche se non è un granché 🙂

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    • Forse hai ragione Sam, il nostro è un mondo saturo ormai. Siamo in troppi, richiediamo molta attenzione e in cambio ne diamo poca o nulla affatto. Io però la mia nicchietta di piccoli amici “aspiranti scrittori” me la voglio proprio coltivare. Non saremo mai nessuno, ma lo saremo in tanti e tutti uniti. 😉

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  4. La Corrida di Corrado, la guardavo anche io. Fantastica!
    Per quel che riguarda il blog, anche io ho trovato un successo ed un seguito che non mi aspettavo. Anche post che non ritenevo un granché perché magari scritti in momenti di stanchezza hanno riscontrato un buon seguito, e questo non può che farmi piacere.
    Il problema dell’anonimato per il momento non mi tocca. Non sto scrivendo racconti e mi sto focalizzando solo su un romanzo la cui realizzazione richiede, ovviamente, tempi tecnici piuttosto lunghi. Il web mi aiuta a farmi conoscere. Nel frattempo cerco di studiare il più possibile e di far migliorare sia il mio stile sia la mia opera.
    Un difetto che riscontro in diversi autori esordienti è la mancanza di umiltà. Proprio ieri un’amica che non ha mai scritto nulla se non poesie se ne è uscita fuori dicendomi “sai, voglio scrivere un romanzo e pubblicarlo”… e qui un bel “grazie al….” ci stava tutto!
    Insomma, c’è gente che si sveglia la mattina e decide che vuole scrivere, senza preparazione, senza gavetta, senza esperienza. Sbatte le sue opere su amazon aggiungendo altri prodotti di scarsa qualità a quelli che già ci sono e penalizzando chi, invece, cerca di applicarsi e di studiare.
    Io non voglio fare lo stesso errore ed è per questo che accetto di buon grado le critiche che sono espresse con educazione. Ame non interessa vendere 1000000 copie ma mi interessa diventare una brava scrittrice perché credo che questo alla lunga possa portare qualche soddisfazione a prescindere dalla dimensione del conto in banca. Se ricevo solo lodi convenzionali, la mia evoluzione si blocca. Valutando ogni osservazione che viene rivolta e comprendendo se essa possa contenere un fondo di verità io posso diventare migliore.
    Le scene che ho scritto dopo che ci siamo parlati, ad esempio, sembrano uscite da due mani differenti. Hai centrato alcuni punti chiave, mi hai portata a compiere un percorso (in parte riassunto dagli ultimi post sul mio blog) e quindi non posso che essertene grata. La bravura dopo un po’ diventa quasi automatica. Ma prima occorre accettare di scrivere delle vere e proprie schifezze.

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    • È vero, la mancanza di umiltà è un morbo negli aspiranti scrittori, però solo se sostenuta da una ignorata mancanza di talento. Perché ignorata? Perché molti non si rendono conto di non averne.
      Io non sono umile, ma neache superbo. C’è differenza fra le due cose. 😉
      Per quanto riguarda la chiacchierata, mi hai già restituito il favore con il racconto. Ti farò sapere se me lo comprano. 🙂

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