Scrivere con stile


Guest-Post

Egregi Lettori e gentilissime Lettrici, per la prima volta nella storia della sua fondazione, questo blog ha il piacere di ospitare un Guest-post.

– Applausi –

Grazie, grazie troppo gentili. Bene, l’autrice la conoscete già molto bene, visto che avevo avuto il piacere di intervistarla un po’ di tempo fa. Il suo nome è – RULLO DI TAMBURI – Grazia Gironella.

– Applausi –

Comodi, restate pure comodi. Dunque, non vi farò perdere altro tempo con le presentazioni. Vi lascio invece al tema trattato: Scrivere sì, ma con stile. Buona lettura.

Scrivere con stile

“Quell’uomo ha stile.”

“Non mi piacciono quei pantaloni, non hanno stile.”

“È importante crearsi uno stile personale.”

Lo stile, che ci piaccia o no, fa parte della nostra vita, e gioca un ruolo non proprio secondario. È un vero peccato che, nella scrittura come in altri ambiti, sia un concetto così inafferrabile da sfuggire in gran parte al nostro controllo.

Ma cos’è, per uno scrittore, lo stile? Sarà per caso parente della “voce” dell’autore, quel qualcosa che nemmeno si capisce bene cosa sia?

La parentela esiste, ma quanto sia ravvicinata è oggetto di teorie discordanti. C’è persino chi nega in toto l’esistenza di una “voce” dell’autore, oppure la mette in relazione con quella dei suoi personaggi, ma in linea di massima il concetto più diffuso è che la voce dell’autore comprenda ciò che egli sceglie di dire nella storia insieme al suo tipico modo di dirlo, che è appunto lo stile. Detta in linguaggio matematico:

stile = modo di narrare

voce = materiale della storia + modo di narrare

Diciamolo subito, però, e togliamoci il pensiero: la creatura possiamo sezionarla e analizzarla, ma non sapremo rimontarla a tavolino. Possiamo infatti studiare e imparare la grammatica, l’ortografia, la sintassi, persino le tecniche narrative (entro certi limiti). Lo stile no. Quello si manifesta spontaneamente quando iniziamo a scrivere e inizia la sua evoluzione nel tempo, basata sulla nostra crescita di scrittori ed esseri umani, ma soprattutto sulle nostre letture. E’ in gran parte dal guazzabuglio di stili digerito e rielaborato dalla nostra mente che, dopo anni di pratica, nascerà il nostro stile personale, più sicuro e meno imitativo, destinato a crescere con noi.

Che direzione debba prendere la sua evoluzione, è impossibile dirlo. Non esistono stili giusti e stili sbagliati, ma soltanto stili adatti o inadatti alla specifica storia – in ultimo, stili che piacciono o non piacciono all’autore e alle persone che considera destinatarie della sua opera. Per questo motivo qualunque consiglio va preso con le molle, ancora più di quanto accade per le tecniche narrative.

In questa assenza di comode certezze, passiamo in rassegna i principali elementi che confluiscono nello stile.

Lessico

La scelta dei termini nasce dai gusti dell’autore e dal suo orecchio per le sfumature. I termini precisi valgono più di quelli generici, spesso banali. I verbi in forma attiva sono meno statici e più coinvolgenti di quelli in forma passiva. I sostantivi concreti hanno più impatto di quelli astratti. Gli aggettivi specifici colpiscono l’attenzione più di quelli vaghi. I verbi “essere” e “avere”, necessari come ausiliari, negli altri significati possono essere vantaggiosamente sostituiti con verbi meno banali. Alcuni avverbi ed espressioni, come molto, in pratica, di base, soprattutto, davvero, sono sia vaghi che logorati dall’uso quotidiano, perciò tolgono impatto alla frase invece di aggiungerne. Speciale attenzione va al registro di linguaggio e al contesto: il dizionario dei sinonimi alla voce “paura” riporta, tra gli altri, “sgomento” e “fifa”, ma i tre termini non sono esattamente intercambiabili dal punto di vista letterario.

Prolissità o concisione   

Autori diversi possono esprimere lo stesso concetto in dieci parole o dieci paragrafi. In generale, per il gusto moderno, ogni ridondanza è da evitare, perciò pollice verso alle sfilze di aggettivi, ai possessivi superflui, alla ripetizione di concetti già espressi, alle descrizioni verbose. Di avverbi non si dovrebbe abusare (occhio alle assonanze in –mente). Uno stile asciutto, tra l’altro, mette in risalto le poche parole che usa. L’effetto in passato richiesto alla quantità, ora viene chiesto alla precisione.

Struttura e lunghezza delle frasi

L’ordine in cui vengono disposti soggetto, verbo e complementi cambia l’effetto della frase, così come il modo di coordinare e subordinare le proposizioni. Variare strutture e lunghezze è una buona idea sia per salvare il lettore da un ritmo troppo sincopato, presto monotono, che per impedirgli di assopirsi tra una subordinata e l’altra. La fluidità – facile da valutare tramite la lettura ad alta voce – è considerata un pregio.

Struttura e lunghezza dei capitoli

I capitoli possono iniziare e concludersi in modi diversi, per esempio in medias res (nel bel mezzo degli eventi), con una battuta di dialogo, una breve descrizione o una frase a effetto, e occupare poche righe o pagine su pagine. Non esistono regole, ma il lettore è sensibile all’andamento complessivo della storia. Se in un romanzo i capitoli si aggirano tutti sulle sette-otto pagine e poi ne arriva uno di una facciata scarsa, lo noterà come elemento stonato. Questo non significa che il capitolo breve sia da scartare a priori, ma solo che la sua presenza dovrebbe essere giustificata.

Organizzazione dei contenuti

È importante scegliere il modo più efficace di disporre le scene, introdurle, esporle, inserire dialoghi e descrizioni. Lo stesso vale per l’organizzazione delle frasi e dei capitoli. Serve un filo logico, ma non tanto da risultare freddo come un manuale d’istruzioni.

Punteggiatura

Rispetto a quella che ci insegna la scuola, c’è ampio spazio per le variazioni personali, dettate da questioni di ritmo e di gusti. Qualunque siano le scelte dell’autore, meglio che l’assenza di regole sia il punto d’arrivo, non il punto di partenza.

Uso di figure retoriche

Ottime spezie per la storia. Nessuno pasteggia a cucchiaiate di curry, però.

Ricorso a tecniche narrative

Il cliffhanger a fine capitolo, l’elemento rallentante per incrementare la tensione, il colpo di scena, e poi flashback, prologhi, epiloghi… la lista sarebbe lunga. Se si applicano a tavolino, senz’anima e senza moderazione, l’effetto sull’intensità della storia è pari a zero.

Uso di cliché

Non è un peccato mortale, se prima di adottarli li si spolvera a dovere e li si veste di nuovo.

Non sarebbe bello, dopo avere enumerato le tante tessere che compongono il mosaico dello stile, trarre dal discorso qualche conclusione utile? Purtroppo e per fortuna, con lo stile questo è impossibile. Le sfumature e le combinazioni delle tessere di cui sopra sono troppo numerose, varie e dipendenti dai gusti di chi scrive e di chi legge nei loro effetti. Non c’è niente da insegnare e niente da imparare, in fondo.

Perché parlarne, allora?

Per sapere dove focalizzare l’attenzione e restare vigili alle varie possibilità che si presentano. Diventare consapevoli di cosa si può modificare nel proprio stile significa agevolare la sua evoluzione, per niente scontata. Se infatti lo stile con cui iniziamo a scrivere è spontaneo, da quel momento in poi giochiamo un ruolo attivo nei suoi progressi.

Leggendo, possiamo soffermarci ad analizzare lo stile dell’autore per capire cosa ci piace e cosa no, e soprattutto quali reazioni provocano in noi le varie scelte dell’autore. Non durante la lettura, magari – sarebbe triste trasformarla in una lezioncina – ma dopo, sfogliando le pagine che ci sono sembrate più interessanti.

Un’altra possibilità di azione si presenta durante la revisione. Invece di limitarci a controllare che le frasi stiano in piedi, possiamo provare a girarle, ricombinarle, leggerle ad alta voce per sentire il suono, cambiare qualche termine. È utile anche variare le letture, in modo da non trovarsi tra le mani soltanto gialli, oppure testi tradotti, autori di sesso maschile, romanzi moderni. Più si spazia, meglio è. Gli autori pubblicati che non ci offrono spunti utili possono comunque mostrarci cosa è meglio evitare.

Si può fare molto, insomma, se si vuole imparare a raccontare storie e si ha pazienza. Soprattutto, serve scrivere, scrivere e ancora scrivere. Per fortuna, lo stile si affina con l’uso, come tante altre abilità. Anche senza bacchette magiche.

12 Comments on “Scrivere con stile

  1. “Per sapere dove focalizzare l’attenzione e restare vigili alle varie possibilità che si presentano. Diventare consapevoli di cosa si può modificare nel proprio stile significa agevolare la sua evoluzione, per niente scontata. ”
    Questo è proprio il tipo di lavoro che ho iniziato a fare di recente, in parte (anche se in realtà avevo già iniziato un po’ prima) anche grazie ad una conversazione con il padrone di casa di questo blog. Credo che per uno scrittore sia fondamentale evitare di sedersi sugli allori e saper andare oltre alle soluzioni più semplici e scontate. Negli ultimi giorni mi sono divertita moltissimo a sperimentare, tenendo a bada il mio censore interno. Devo dire che ho scritto alcune scene che mi piacciono moltissimo. La gavetta può essere lunga, ma sono all’inizio di un cammino che si rivelerà – e ne sono sicura – molto proficuo ed interessante. 🙂

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  2. Hai elencato tutto ciò che defiisce lo stile di scrittura. Non avevo pensato all’organizzazione dei contenuti, eppure è una delle prime cose che vado a scoprire in un romanzo, perché influisce in fondo sulla narrazione.

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    • Nemmeno io ci penso molto mentre scrivo. Tendo a notarla nei libri che leggo quando è particolarmente ben fatta, mentre quando è mediocre non me ne accorgo, un po’ come se fosse qualcosa di cui si può fare a meno. Invece credo sia uno degli elementi poco appariscenti, che però hanno un loro peso sul risultato.

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  3. Bel post, tutto da imparare. Ognuno ha le sue preferenze per quanto riguarda la lunghezza delle frasi e dei capitoli, a me piace lo stile anglosassone con frasi corte e capitoli di lunghezza più o meno uguale, ma quando scrivo il mio “stile personale” usa molte frasi lunghe con cento subordinate. Ogni scena è tra le 1000 e le 1500 parole, forse perché dopo perdo concentrazione, non so più cosa sto scrivendo.

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    • Però non sei ancora arrivata alla Grande Revisione, giusto? Secondo me è lì che si gioca molto dello stile. Nella prima stesura è già sufficiente avere il controllo su quello che dici; non puoi averlo anche su come lo dici!

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  4. Molto bello il post!
    Sono cose che magari inizialmente possono passare inosservate, ma sono tutti elementi fondamentali. Lo stile bisogna coltivarlo, non nasce innato, ma va scoperto attraverso moltissime prove e sofferenze e il tuo consiglio in fase di revisione, secondo me è molto valido!

    Complimenti ancora per il guest post. A presto

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    • Grazie! E’ vero, le prove sono molto importanti. Quando scrivi da un po’ di tempo può venirti la tentazione di assestarti sul tuo stile, di restare su terreno conosciuto, insomma, ma se ti avventuri al di fuori hai più possibilità di progredire. Bisogna anche saper osare.

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  5. Questo articolo è molto dettagliato e punta i riflettori su ciò che spesso in un libro non è visibile a prima vista. In effetti lo stile è una sorta di colla che unisce tutte le parti di una storia ed ogni scrittore incolla queste parti in modo diverso. Sebbene sia difficile da notare, è importante sapere che c’è o ci dovrebbe essere uno stile in ciò che si scrive. Io presto attenzione ai diversi elementi che hai elencato e ho usato anche la lunghezza per dare ritmo alla mia storia, per farti un esempio, in Apoptosis c’è un paragrafo corto per un rapimento e un paragrafo molto lungo per trasmettere al lettore il senso di stanchezza della prigionia.
    Complimenti per l’articolo, Grazia.

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