Il punto di vista in narrativa


Il punto di vista in narrativa

…quando il narratore è una scelta

Vi siete mai soffermati a domandarvi il perché? Comprendo che posta in questo modo la questione possa trarre in inganno, ma concedetemi il beneficio del dubbio. Dunque, il perché è la domanda più importante che potete farvi quando decidete di scrivere una storia. Esso è lo strumento più potente che avete a disposizione; lo utilizzate mai?

No, immagino di no. Per utilizzarlo bisogna prima comprenderlo. Io stesso non posso dire di averlo compreso; l’ho solo intravisto, eppure sono qui a parlarvene. Ma procediamo per gradi. Per prima cosa bisogna capire cosa si intende per perché? e vi assicuro che non è così scontato.

Multipli perché?

È una domanda così generica che merita un approfondimento. Ci sono molti perché che possiamo porci quando decidiamo di narrare una storia, ma ce n’è uno solo fondamentale. Vediamo prima tutti gli altri.

Perché ho deciso di scrivere questa storia o, più precisamente, perché ho deciso di scrivere? Ecco il primo. È una domanda che prima o poi dobbiamo porci, serve a essere onesti con se stessi; di conseguenza a scrivere con onestà – ma non ha nulla a che fare con la progettazione di una storia. A questa domanda rispondete con tutta calma, nell’isolamento della vostra testa, poiché non è oggetto di indagine di questo post.

Perché il lettore dovrebbe leggere questa storia? Eccone un altro. È più pertinente del primo ed è molto utile se volete scrivere una bella storia; soprattutto, se volete venderla bene. Tuttavia non c’entra ancora il punto.

La domanda vera è: qual è il punto di vista con cui narrerò i fatti di cui mi accingo a scrivere? Ecco, questa è la giusta chiave di lettura. Questa è la prima cosa che dobbiamo stabilire. Di conseguenza: perché sto narrando proprio questa storia? Questo è il perché che ci interessa. Prima di stilare scalette, compilare schede personaggio, consultare mappe e scrivere trame dobbiamo stabilire il perché della narrazione.

Una storia per uno scrittore

Quando scegliamo una storia, probabilmente lo facciamo a istinto. Arriva l’idea, magari sotto forma di un’immagine o una scena, e nei successivi 5 decimi di secondo stabiliamo che ci piace abbastanza da passare all’azione. Tutto quello che ne consegue è, di norma, posteriore alla scelta del punto di vista: una traccia, una scaletta, la scelta dei personaggi e la loro delineazione, ecc. Tutto o quasi viene fatto a istinto. Questo non è un male. L’istinto di un bravo scrittore sbaglia raramente. Io mi fido del mio istinto, più che del ragionamento. Eppure scrivere un romanzo – perché di questo stiamo parlando – è qualcosa di più complesso, e l’istinto è in grado di supportarci solo fino a un certo punto.

Scrivere un romanzo è più simile a una partita a scacchi contro se stessi. Io almeno la vedo così. Finora ho perso tutte le partite, ma il bello di questo mestiere è che puoi giocarne sempre un’altra. Il riscatto è dietro la successiva.

Scrivere un romanzo significa scegliere una storia, certo, ma soprattutto capire il perché di questa scelta. Il perché è strettamente connesso a tutte le scelte che faremo successivamente. Facciamo un esempio?

Perché Manzoni ha scelto di scrivere i Promessi sposi?

Benché non mi senta a mio agio nella veste di “professorone”, proviamo a immaginarci il perché di Manzoni.

  1. Perché Manzoni ha scelto di scrivere un romanzo? Lo ha fatto perché non esisteva ancora un romanzo italiano. Poiché all’epoca egli era la massima autorità letteraria del Bel Paese, poeta abilissimo, ha deciso di assumersi questo onere, donando all’Italia il suo primo vero romanzo.
  2. Perché il lettore dovrebbe leggere i Promessi sposi? Perché è un bel romanzo, scritto bene, che dipinge perfettamente l’Italia storica dell’epoca in cui è ambientato.
  3. Perché Manzoni ha deciso di narrare proprio questa storia? Perché voleva mostrare il volto contraddittorio dell’Italia, la commistione tra una “mafia” ancora agli esordi e una chiesa pastorale corrotta dai potenti; uno Stato assente, e le molteplici ingiustizie che i deboli erano costretti a sopportare da parte degli “intoccabili”; ma con la speranza che la forza dell’amore, alla fine, potesse trionfare. Il suo era un augurio per il futuro, l’allegoria di un cambiamento.

Ora, come vedete la scelta del perché pesa automaticamente sul punto di vista con cui si narrerà la storia. Il secondo è una conseguenza del primo. Se Manzoni avesse scelto semplicemente di denunciare la commistione fra mafia e Chiesa, il punto di vista scelto sarebbe stato un’altro; Renzo e Lucia sarebbero stati solo personaggi sullo sfondo, una scusa per mostrare altro. Il protagonista probabilmente sarebbe stato lo stesso don Abbondio, oppure l’Innominabile a seconda dell’interesse dello scrittore: mostrare la debolezza della Chiesa o la forza della Mafia?

Naturalmente ho semplificato molto. L’importante è capire che la scelta del perché pregiudica ogni altra successiva. Il punto di vista delinea i personaggi principali. La scelta del protagonista delinea il narratore.

Chi narrerà la storia?

La scelta del narratore, va detto, non è solo frutto del perché, ma anche dello stile dello scrittore e della moda del momento. Tuttavia, se anziché Renzo, il protagonista fosse stato don Abbondio avrebbe fatto una grossa differenza. Con don Abbondio come protagonista avrei visto bene una narrazione in prima persona. Sia al presente che al passato. Al presente per delineare i timori del povero prete, al passato per sottolineare i rimorsi della sua coscienza.

Alla fine però Manzoni recluta come protagonista Renzo, ma non lo fa narrare. Se non ricordo male Renzo è un povero ignorante. Non sarebbe stato in grado di narrare una storia nello stile alto a cui era interessato lo scrittore. Doveva scrivere il romanzo italiano per eccellenza, Manzoni, mostrando l’eccellenza (appunto) della sua scrittura. Non poteva far pesare questo onere sulle spalle del povero Renzo. Ecco che la risposta al: perché scriviamo un romanzo?, di Manzoni, si ritaglia la sua fetta di storia.

Chi narrerà le vostre storie?

Giunti incolumi alla fine di questo post, non mi resta che chiedervi: perché scrivete ciò che scrivete? Valutate mai il punto di vista delle vostre storie, o agite d’istinto?

18 Comments on “Il punto di vista in narrativa

  1. Intervengo a sciogliere il tuo dubbio perché la mia prof. del Liceo ci ha ripetuto fino alla nausea che il Manzoni, nei PS, rappresenta il narratore esterno onnisciente per eccellenza. E del resto con tutte le parentesi storiche e descrittive non potrebbe essere altrimenti.

    Voglio rispondere alle tue domande, ma non adesso. Lo farò quando la mia mente sia completamente libera da ogni condizionamento. Intanto dico che io sto utilizzando una terza persona limitata, e mi ci trovo benissimo. Il punto di vista dominante è quello del protagonista, ma ce ne sono anche degli altri, ugualmente importanti. Tuttavia, non lo cambio mai all’interno della medesima scena.

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    • Da prof a prof, la tua Chiara, è stata imprecisa (non scorretta).
      Premessa: sto per andare a sostenere un esame e mi sento la pignoleria in persona, scusate.
      Nella finzione narrativa dei Promessi Sposi c’è un tizio (Manzoni?) che trova un manoscritto del seicento e lo traduce. Quindi abbiamo un narratore interno, l’anonimo seicentesco, mediato da un ipotetico traduttore/commentatore che si comporta come se fosse un narratore onnisciente. Quindi la questione “chi racconta i Promessi Sposi?” è piuttosto complicata. Chi dice “la sventurata rispose”? L’anonimo, il traduttore o Manzoni? (Su questi cavilli alcuni studiosi hanno cercato anche di dimostrare che il buon Manzoni in realtà fosse ateo, cosa che mi sembra quanto meno azzardata…)
      Tutto questo sfoggio di antipatica pignoleria per dire che i Perché di Salvatore sono davvero importanti. Secondo me se ci sono domande su cui val la pena di soffermarsi prima di iniziare a scrivere, sono queste, perché una sfumatura nella risposta ci giochiamo tutta la narrazione

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      • Ciao Tenar, grazie per la precisazione. Non sei pignola, la precisione in queste cose è essenziale. Manzoni l’ho letto troppo tempo fa e mai più toccato. Ero un po’ indeciso se usarlo come esempio. Poi ho pensato che, più o meno, lo conoscono un po’ tutti.

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    • Grazie Chiara, aspetto di leggere le tue risposte allora.
      Domanda: cos’è la terza persona limitata? Posso immaginarlo, ma non sapevo avesse un nome. Perché non ci fai un post? 😉

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      • Ci stavo già pensando, ma voglio trovare un modo per affrontare l’argomento che non ricada nel già visto/già sentito! 🙂 Ci sono fior di post sull’argomento. Potrei fare un lavoro simile a quello sugli anacronismi evidenziando eventuali sviste…

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  2. I perché in questione mi aiutano ultimamente a migliorare lo svolgimento delle trame dei miei racconti, più di una volta, cambiando il punto di vista, sono riuscito a migliorare l’esposizione.
    Bellissimo post! 🙂
    (E già che siamo in ambito pignoleria, non era l’Innominabile, ma L’Innominato)

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  3. Sul punto di vista rifletto parecchio. Più passa il tempo e più mi rendo conto che la stessa storia può essere una meraviglia o una ciofeca, solo in relazione alla scelta del punto di vista da cui narrare.

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    • Ciao Grazia! In genere come lo scegli, istinto o ragionamento? Alla fine io lascio sempre un ampio margine all’istinto ad esempio. È un po’ come se la storia mi comunicasse subito come va narrata. Che poi no. Riesca mai a finirla è un’altro discorso. Alla fine sono un inconcludente di indole purissima! 🙂

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      • C’è sempre un istinto iniziale, ma lo ignoro per prendere in considerazione le altre ipotesi, in particolare pensando a quali scene importanti voglio mettere in scaletta e a come raccontarle perché funzionino bene. Certe volte l’esito è molto diverso dall’istinto, ma almeno non arrivo a qualche punto cruciale per restare a bocca aperta e pensare “ma io questa la volevo raccontare in un altro modo…”. Altre volte invece l’istinto aveva detto giusto. 🙂

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  4. Questa storia del punto di visto non l’ho mai capita. Cioè, la capisco, ma un minuto dopo ritorno in confusione. Prima o terza persona, punto di vista limitato, onnisciente… mi sembra di essere in un labirinto burocratico. Però è importante. Fai bene a porre la questione. Ci vorrebbe una ripassata “semplificata” di tutte le soluzioni possibili… Chi di voi la sa fare, o dove posso leggerla?

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    • Ci posso provare, la metto in coda nelle cose da scrivere. Tuttavia eviterei di porre la questione in modo così fiscale, è tutto più semplice in realtà; la storia stessa ti comunica come dev’essere raccontata. Ecco perché è importante capire il perché la stiamo raccontando: cos’è che ci ha colpito al punto tale da volerla comunicare anche agli altri? 😉

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  5. Domande importanti, che mi sono chiesta e a cui ho risposto per iscritto nove mesi fa. Se rileggo ora ciò che sto scrivendo non ha nulla a che vedere con ciò che pensavo allora, quindi per quanto credo sia importante rispondersi non è detto che non si possa cambiare idea!
    Quando parli di scelta del narratore dici che dipende dalla moda del momento, è un argomento che mi interessa, in America i dogmi dei romanzi e dei film in uscita prossimamente si trovano online molto facilmente ma per l’italia non ho mai trovato niente di simile. Sai dirmi di più a proposito?
    Per essere certa di essermi spiegata, faccio un esempio di cosa intendo per dogmi. Pochi anni fa le regole del YA erano del tipo: la protagonista deve essere castana, capelli lunghi lisci, senza seno, tra i 12 e i 16 anni (vedi: Twilight, The Hunger Games, la tizia di Percy Jackson che non mi ricordo come si chiama). Se la tua storia non rispetta queste linee guida non ti leggono nemmeno il manoscritto, non importa se è bello o meno.

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    • Certo che si può cambiare idea, non esistono vincoli né catene; ma se cambi idea in corso d’opera significa che qualcosa non ti convince e se qualcosa non ti convince forse non hai riflettuto abbastanza all’inizio. Dico forse, perché in realtà man mano che ci si lavora si raggiunge un grado di maturità e di conoscenza verso la storia che in effetti può farti vedere le cose in maniera diversa.
      Sull’America non so nulla, io vivo dalla parte “giusta” dell’Atlantico… 😛
      Scherzi a parte, non mi sorprende affatto: loro riescono a trasformare qualsiasi arte in industria e raramente sbagliano.

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      • All’inizio volevo scrivere un libro di non fiction su una teoria psicologica di cui non avevo le prove scientifiche ma di cui ero certa, ma dopo sei mesi di ricerche ho scoperto che un simpatico professore nel 2011 aveva pubblicato la mia stessa idea (magra consolazione il sapere che avevo ragione…). Un’amica mi ha suggerito di esprimere comunque la mia idea, tramite dei personaggi, e così è nata l’idea del romanzo. Da allora è stato tutto un work in progress!
        Quindi in Italia non ci sono regole prefissate per le pubblicazioni, giusto?

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  6. Pingback: The Incipit, come tutto ebbe inizio | Salvatore Anfuso

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