Due chiacchiere davanti a un caffè con Grazia Gironella


Grazia Gironella

“Le parole vanno prese sul serio. Le parole mettono in movimento le cose; io l’ho visto. Le parole creano atmosfere, campi elettrici, energie; io l’ho sentito. Le parole congiurano. Per questo sto attento a ciò che pronuncio, scrivo, canto. Scelgo bene a cosa dare voce.”

Toni Cade Bambara

…dieci domande per conoscerla meglio

Alcune persone attirano la nostra attenzione. Succede. Può capitare nella quotidianità, sui rotocalchi, in televisione, oppure su internet come nel nostro caso. Sono persone come altre, ma diversamente da altre hanno qualcosa di speciale da dire. Glielo leggi negli occhi o nei post. Spesso la possibilità di conoscerle meglio non si presenta. Qualche volta però un caffè virtuale e qualche domanda amichevole possono essere di aiuto.

Per questo sesto appuntamento con la rubrica del lunedì: “Due chiacchiere davanti a un caffè con…”, ho invitato Grazia Gironella: mamma, moglie e scrittrice, come ama definirsi lei. Ma Grazia non è una semplice aspirante scrittrice. Lei vince concorsi e scrive libri. Ne ha scritti due di cui uno, Due vite possono bastare, ha vinto il concorso Io Scrittore. Benché non sia ancora famosa come le auguro di essere, si può tranquillamente definire una scrittrice a tutti gli effetti. Personalmente muoio dalla voglia di farle un sacco di domande, per imparare da chi qualche traguardo lo ha già raggiunto.

Ciao Grazia, grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo. Raccontaci un po’ di te: chi sei e che aspirazioni hai?

Grazie a te e ai tuoi lettori per questo spazio. Questa prima domanda uccide, lo sai? Tutti, credo, e me in particolare. Mi sento in costante cambiamento, perciò fatico a trovare elementi da fissare in una definizione. Sono una mamma-moglie-scrittrice, questo è certo; sono anche una persona curiosa, che si pone domande e apre nuove porte per cercare le risposte. Non sperimento per il gusto di sperimentare, questo no; seguo quello che definisco il mio “filo” e vedo dove mi conduce. È un bel viaggio. Sono di indole contemplativa (versione nobile della pigrizia), amo molto la natura, leggo, pratico taiji e yoga. Mi interesso delle situazioni che mettono a rischio il benessere animale, che siano allevamenti o canili lager, anche se non sono un’attivista. Mi appassiono a tante cose, perciò rischio sempre di disperdere tempo e attenzione.

È quando metti l’intervistato in difficoltà che esce fuori il suo vero io. Per questo come prima domanda mi piace lasciare maggiore libertà d’interpretazione. Come seconda invece vorrei chiederti se il taiji e lo yoga aggiungono qualcosa alla tua scrittura? Può essere definita una scrittura zen la tua?

Sarebbe un onore, ma no, non la definirei così. Certo ogni cosa importante che leggo e studio diventa parte di me e influenza la mia scrittura, come è inevitabile. Nelle mie storie c’è una forte ricerca di armonia e di crescita, che va oltre il semplice compromesso tra i desideri dei personaggi e i “no” che la vita impone loro. So che può suonare ingenuo, ma qualunque trama mi sembra inutile se non dimostra che possiamo imparare da ciò che ci accade e diventare persone migliori.

Qual è il tuo rapporto con i libri?

Lo definirei intenso, irregolare e curioso. Sono sempre stata una forte lettrice, ma ci sono periodi in cui rallento e la cosa tende a deprimermi, un po’ come mi succede con l’attività fisica. Sono fabbisogni di fondo che non riesco a ignorare a lungo. Una volta ero molto disciplinata, leggevo un libro per volta e mi obbligavo a terminarlo anche quando lo detestavo. Adesso ne porto avanti due o tre in simultanea, scegliendo in base allo stato d’animo del momento, e rinuncio a leggere quelli che non mi danno niente, anche se questo significa lasciarli a metà. Magari sono libri che apprezzerò in futuro, ma per ora non sono sulla mia lunghezza d’onda. Esco spesso dalla narrativa – mia passione originaria – per fare incursioni nei diari di viaggio, nelle biografie, nella saggistica. Rileggo periodicamente certi libri (pochissimi) in cui trovo sempre qualcosa di nuovo e che mi ricaricano le batterie. Uno di questi è “Il Signore degli Anelli”.

Quando nasce la tua passione per la scrittura?

Da bambina, con un romanzetto iniziato e abbandonato dopo qualche capitolo. Sono seguiti oltre quarant’anni di latenza, in cui mi sono limitata a invidiare saltuariamente gli scrittori, senza mai fare un passo per unirmi a loro. La lettura di un brutto romanzo, circa otto anni fa, mi ha spinta a tornare a scrivere. Non avevo idea che la passione avrebbe messo radici.

Hai vinto molti concorsi e pubblicato due libri, Per scrivere bisogna sporcarsi le maniDue vite possono bastare, che idea ti sei fatta del mondo dell’editoria finora?

Non è certo un mondo perfetto, anche escludendo dal discorso l’EAP, che non considero affatto editoria. Per me l’editore è un imprenditore come un altro, perciò non mi scandalizzo più di tanto se decide di pubblicare un calciatore invece che un autore bravo ma sconosciuto, oppure pubblica un autore e non lo promuove, demandando a lui ogni iniziativa che lo faccia conoscere. Non mi piace, ma lo accetto. Ci sono problemi enormi su molti fronti, non soltanto di denaro e di lettori mancanti, ma anche di prodotti mediocri, traduzioni approssimative, distribuzioni inesistenti… si potrebbe andare avanti un pezzo. Perché non mi arrabbio? Perché scrivere è comunque una scelta. Nessuno mi ha imposto di fare i salti mortali per intrufolarmi in un meccanismo in cui è molto più facile essere ignorati che riconosciuti e valorizzati. Del resto io stessa non posso dire quanto valgo. Sono mediocre, brava, eccezionale? È una domanda priva di significato fino a quando non si verifica la magica alchimia bravura-momento-fortuna. Per questo lavoro e cerco di fare i passi giusti, e incrocio le dita. Altro sistema non c’è. Ma mi sforzo di ricordare che nessuno mi ha mai promesso niente.

Molto vero, anch’io la penso così anche se tendo a essere meno diplomatico. Visto che sei una brava narratrice, prova a descriverci come immagini il momento perfetto, l’unione di bravura-momento-fortuna. Come lo descriveresti?

Siamo nell’ufficio del responsabile di redazione di un’importante casa editrice. Arriva la segretaria e gli appoggia il mio manoscritto sulla scrivania. «Me lo ha passato un addetto alla prima scrematura, ha detto che è buono.» Lui lo prende un po’ annoiato, scorre la sinossi. Legge sommariamente le prime pagine, sempre più attento. La scena si conclude con lui che sorride e mormora: «Credo proprio che abbiamo trovato la storia giusta per far partire la nuova collana…» (o variazioni sul tema). Scherzi a parte, il momento perfetto è quello in cui la persona giusta ti trova speciale. Non puoi soltanto scrivere bene; devi spiccare in qualche modo tra la folla. Credo che funzioni così.

Curi anche un blog che hai chiamato Scrivere è vivere; è davvero così, la scrittura è vita?

La scrittura è vita, anzi, è tante vite, proprio come la lettura. Per alcune persone credo sia anche un sostituto della vita reale, ma non è il mio caso. Se vivo poco o vivo male, non riesco a scrivere; d’altra parte se non scrivo la vita mi sembra più grigia, come se perdesse una parte importante del suo significato. Detta così sembra una garanzia di depressione eterna, ma stranamente le due cose riescono a mantenersi in equilibrio. Devo solo barcamenarmi tra esaltazione, dubbi, conferme, paura del fallimento, senso di crescita e desiderio di risultati concreti, il tutto senza perdere in leggerezza. Facile, no? Ma la scrittura non solo è vita, insegna anche a vivere. Per esempio addestra alla pazienza e alla tenacia, e tiene a bada la smania di controllo. Credo siano qualità utili a tutti.

Come e perché si ricomincia a scrivere dopo trent’anni di silenzio?

È tutta colpa di un fantasy italiano. Non più brutto di altri, immagino, ma sai come succede, in certi momenti trovi incredibili anche cose normalissime. In quel momento mi è sembrato assurdo che la Mondadori avesse invaso le librerie di espositori per questo romanzo stilisticamente piatto, dalla trama banale e dai personaggi di cartone. “So fare di meglio persino io”, mi sono detta. Ho preso un foglio e ho iniziato a scriverci sopra con furia gli ingredienti di un fantasy, come se fosse una ricetta di cucina: protagonista, antagonista, amuleto, compagni buoni, luoghi misteriosi e così via. Poi mi sono persa a inventare un nome per l’eroe… e non mi sono ancora ritrovata. Perché, chi può dirlo? Credo di amare tanto le belle storie che leggo da volerne creare di nuove.

Come dicevamo hai vinto molti concorsi. Anche il tuo Due vite possono bastare è passato attraverso questo meccanismo. Cosa pensi dei concorsi, vale la pena partecipare? Ci sono dei lati oscuri?

Vale la pena di partecipare soprattutto per uscire dal proprio guscio e sentirsi parte della grande tribù degli scrittori, ed eventualmente cercare riscontri e incoraggiamenti, sempre troppo rari. Se a qualche concorso ti piazzi bene, almeno sai che ciò che scrivi può piacere. Questo non garantisce grandi risultati in arrivo, ma ti può incoraggiare a continuare a scrivere. L’importante è non dare ai concorsi un’importanza eccessiva. Si può scrivere senza mai partecipare a concorsi, e la mancanza di buoni piazzamenti non è indicativa del valore dell’autore. I lati oscuri sono quelli tipici di ogni ambiente in cui circoli denaro, ma per neutralizzarli basta informarsi e leggere bene il bando prima di iscriversi.

Hai qualche ultimo consiglio, raccomandazione o pensiero con cui salutare i nostri lettori, che siano aspiranti scrittori o semplici lettori?

Consiglierei di fare il possibile per proporzionare gli obiettivi al proprio impegno, anche quando il Grande Sogno fa girare la testa. Obiettivi importanti richiedono un impegno importante. Non parlo soltanto del tempo dedicato alla scrittura, che può dipendere da tanti fattori, ma dell’atteggiamento verso la scrittura, che può essere più o meno professionale. Può succedere di fare il colpaccio senza fatica, come può succedere di attraversare l’autostrada alla cieca e arrivare dall’altra parte incolumi, ma non sono sicura che valga la pena di tentare.

Un ringraziamento a Grazia Gironella per essere intervenuta permettendoci di conoscerla un po’ meglio. È stato piacevole e interessante. Per quanto riguarda voi, cari lettori, se avete qualche altra domanda da porre alla nostra Grazia, i commenti sono lo spazio e l’occasione per farlo. Sono sicuro che avrà piacere a rispondere a ciascuno di voi.

Note

Grazia Gironella ha scritto:

Il suo blog: Scrivere è vivere

6 Comments on “Due chiacchiere davanti a un caffè con Grazia Gironella

  1. Articolo molto interessante, e come potrebbe essere altrimenti visto che si tratta di un’intervista a Grazia?
    Concordo soprattutto con la necessità di tenere un giusto atteggiamento nei confronti della scrittura. Mi piace intenderla come una decisione di vivere “come se”. Ogni conquista inizia sempre sul piano mentale. Come un individuo non può dimagrire se ragiona “da grasso”, allo stesso modo se si vuole essere scrittori si deve organizzare la propria quotidianità con lo scopo di sentirsi tali. Non è facile perché ciascuno di noi ha un lavoro, degli impegni, una famiglia… siamo distanti dall’idea dello scrittore solitario, che trascorre le sue giornate nella creatività può sfrenata. Il segreto, secondo me, è ritagliare per la scrittura il giusto spazio all’interno delle routine quotidiane, vivendola con costanza ed impegno ma, nello stesso tempo, sapendola affrontare con gioia e passione.

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  2. Per chi non avesse ancora letto “Due vite possono bastare”: leggetelo. E’ un libro bellissimo che vi rimarrà dentro per molto tempo.
    Grazia, in questi giorni sei come il prezzemolo, ti si trova dappertutto! 🙂
    Bene così, fa tutto parte del piano… Un giorno ti vedrò in TV e dirò: “La vedi questa? Pensa che sono stata tra i primi a dire quanto fosse brava”.
    e tutti “Oooohhh” e “Aaaaahhh” e così farò bella figura anch’io!

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