Il vuoto dentro


“Addormentarmi. Questo, amico mio, è il vero terrore.”

Salvatore Anfuso – Il vuoto dentro

 

Racconto breve

 

Il Vuoto Dentro

 

Non dormo da giorni. Attendo, fissando la porta. Ho trascinato la poltrona qui davanti, ci sto accosciato sopra. A farmi compagnia solo una rabbia infiammata dalla paura, una tazza di caffè amaro e un fucile carico come i miei nervi stanchi.

Aspetto con le orecchie tese, ma gli unici rumori sono quelli prodotti da una goccia d’acqua che si infrange ripetutamente sul fondo del lavabo e dalle lancette di un orologio a parete. Per il resto, solo il vuoto.

Ho preso l’abitudine di lasciare la televisione accesa, per compagnia, ma hanno smesso da un pezzo di trasmettere programmi. Adesso ci sono solo bande grigie e nere che si alternano tremolando. La radio trasmette un fischio lungo, fastidioso, interrotto a volte da alcune scariche gracchianti che almeno hanno il merito di aggiungere varietà alla monotonia. Ho alcuni vecchi dischi. Potrei farli girare un po’, ma preferisco evitare. Ho paura che la musica mi faccia addormentare, trascinandomi nei ricordi.

Addormentarmi. Questo, amico mio, è il vero terrore. Non devo assolutamente farlo! Verranno a prendermi, lo so, ma troveranno un uomo pronto questa volta. Gli altri, sono stati colti di sorpresa. I miei amici, i miei vicini, mia moglie, perfino, e i miei figli… Non ero preparato. Ma adesso sì. Gli farò trovare la canna del mio fucile puntata contro.

Lo so cosa stai pensando; no, non sono pazzo. O forse lo sono diventato, ma non lo ero! La gente ha iniziato a sparire qui. A sparire ti dico! Sei mesi fa, almeno. Forse prima, non lo so. Non ci facevo caso all’inizio. Erano solo poche persone che neanche conoscevo. In televisione passavano annunci, richieste dei familiari, spot. Nei giornali, articoli con foto e tutto il resto. Nulla che potesse riguardarmi. Poi qualcuno è sparito nel nostro palazzo.

La prima fu la moglie di un uomo che a volte incrociavo per le scale. Una donna raffinata. Arrivarono i poliziotti e fecero un gran casino. Interrogarono quel poveraccio pensando che l’avesse ammazzata lui. Non c’è da stupirsi che non siano riusciti a frenare questo sterminio.

Quel tipo ne è uscito distrutto. S’è chiuso in sé stesso, restando in casa per giorni. Poi ha iniziato a uscire, cercandola negli orari più strambi. Suonava a tutti, pensando che la nascondessimo nel ripostiglio. Intendiamoci, anch’io ho pensato che l’avesse ammazzata lui all’inizio, o che fosse fuggita con l’amante. Sai come vanno certe cose, no? Poi la gente ha iniziato a sparire con più frequenza.

I negozi, le case, gli uffici: si sono svuotati. Non è stato dall’oggi al domani; c’è voluto del tempo. Nel nostro palazzo fu una strage. Sparirono i genitori di una ragazza, poi un’intera famiglia e una coppia di anziani. Poi, tutti gli altri.

Vuoi sapere qual’è la cosa più inquietante? Nessuno è mai riuscito a capire come. Spariscono, semplicemente.

Quando ho capito come stavano andando le cose, be’ mi sono organizzato. Ho fatto provviste di alimenti a lunga scadenza. Sacchi di cereali, frutta e verdura sotto spirito, casse di scatolame e bidoncini d’acqua potabile. Ci siamo riempiti di medicinali da banco: aspirine, paracetamolo, antisettici, disinfettanti, garze; tutto quello che potevamo procurarci. Ho comprato questo fucile. L’uomo dell’armeria me l’ha venduto senza chiedermi documenti.

Ho barricato le finestre e sprangato le porte. Ho raccolto la mia famiglia attorno a me, in salotto, e ci siamo preparati a una lunga resistenza. Quasi mi aspettavo di vederli entrare sfondando la porta. Non avvenne, non così.

Il più piccolo aveva otto mesi quando l’hanno preso. Entrai nella sua camera e trovai la culla vuota. La ribaltai quella dannata stanza. Fu inutile. Le finestre? Ancora tutte chiuse. La porta d’ingresso, sbarrata. Perfino la copertina nella culla sembrava fosse stata rimessa a posto, come se si fosse adagiata su se stessa.

Mia moglie fu la seconda. Il telefono non funzionava più e lei voleva uscire, voleva sapere se i suoi genitori fossero ancora vivi. Litigammo. Mi accusò di non averli portati qui con noi, ma io potevo proteggere solo la mia di famiglia. Non c’era spazio per altre persone. Dove avremmo messo le provviste in più?

Cercò di aprire la porta e io la bloccai. Lottammo, ma riuscii a trascinarla in camera e la chiusi dentro. La sera andai da lei; non c’era più. Niente finestre sfondate, niente graffi sui muri o mobili ribaltati. Niente sangue o segni di lotta. Semplicemente sparita.

Giovanni aveva nove anni. Lo trovai dietro di me a fissare la camera vuota. Mi guardò, ma non disse nulla. Forse se l’era aspettato, forse si era arreso.

È sparito tre ore fa. Sono uscito di casa in cerca di provviste e al mio ritorno non l’ho trovato. Questa volta però hanno lasciato la porta aperta. Nessun’altra traccia. Niente lotta, niente sangue, niente di niente; ma la porta era solo accostata. Io credo che siano alieni. Devono essere alieni!

Adesso tocca a me. Lo so. Prima di sparire però, li guarderò bene in faccia e piazzerò un proiettile per ognuno dei miei figli.

Sono stanco e ho sonno. Non so neanche perché incido queste parole. La speranza presumo. La speranza che tu, amico mio, chiunque tu sia, quando tutto questo sarà finito, possa trovarle e ascoltare la mia voce. La voce di un uomo che un tempo è esistito. Io, esisto! Hai sentito? Io ESISTO!

«Lo so papà» disse il ragazzino posando a terra un sacco e fermando il nastro, «anch’io esisto». Guardò il fucile poggiato di traverso sulla poltrona; lo impugnò.

 

Fine

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